venerdì 26 dicembre 2014

Quando c'era Berlinguer

anno: 2014   
regia: VELTRONI, WALTER
genere: documentario
con Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Bianca Berlinguer, Luigi Bettazzi, Jovanotti, Silvio Finesso, Arnaldo Forlani, Alberto Franceschini, Richard Newton Gardner, Mikhail Gorbachev, Pietro Ingrao, Emanuele Macaluso, Alberto Menichelli, Eugenio Scalfari, Sergio Segre, Claudio Signorile, Aldo Tortorella
location: Italia
voto: 6

Fin dalle prime immagini, che ritraggono la sconcertante ignoranza di molti (non tutti) i giovani d'oggi che non hanno alcuna idea su chi fosse Berlinguer ("la mafia", "il presidente della Corea", rispondono), il primo film da regista di Walter Veltroni punta interamente sull'effetto nostalgia. Quando c'era Berlinguer, sembra suggerire implicitamente, eravamo un partito forte. E forse anche onesto, aggiungiamo noi, se non l'avessero rovinato persone come te, Uolter, trasformandolo in un partito di destra.
Il documentario, che pure si avvale di qualche scelta registica pregevole (il fluido passaggio dalle immagini di oggi a quelle di ieri), ricostruisce in maniera piuttosto didascalica la traiettoria politica di uno dei più noti segretari del Partito Comunista Italiano, il sardo che traghettò il partito di Gramsci e Togliatti verso la soglia del 34% dei voti, che lo portò alle vittorie nei referendum sul divorzio e l'aborto, che tentò la discussa via del compromesso storico con la DC nel tentativo non riuscito di arrivare finalmente a governare il Paese. Una traiettoria politica non sempre facile, come non furono facili i rapporti con l'Unione Sovietica, con la sinistra extraparlamentare e con il PSI di Craxi, che pur di non appoggiare il PCI scelse la strada del pentapartito (e della P2).
Proposto a 30 anni dalla morte di Berlinguer, il documentario si avvale di numerose testimonianze, tra le quali quelle discutibilissime della tracotante figlia Bianca (dal 2009 alla direzione del TG3) e del notissimo maître à penser Jovanotti, oltre che del migliorista Napolitano, che a Berlinguer fece una guerra costante all'interno del partito, e di Franceschini, che mette sul tappeto i durissimi rapporti tra le Brigate Rosse e il PCI. Un'elegia firmata da un noto frequentatore del cinema come forma culturale (sua una delle voci nel doppiaggio di Chicken Little e suo anche il romanzo dal quale è tratto Piano, solo), che tocca l'acme nella lunga sequenza finale, quella che ricostruisce la tragica morte del segretario del PCI avvenuta a Padova, nel 1984, all'indomani di un tour forsennato di comizi che misero il leader comunista a durissima prova. Ne seguirono funerali oceanici a S.Giovanni: inevitabili i lucciconi.    

giovedì 25 dicembre 2014

Hannah Arendt

anno: 2012       
regia: VON TROTTA, MARGARETHE 
genere: biografico 
con Barbara Sukowa, Janet McTeer, Julia Jentsch, Axel Milberg, Timothy Lone, Megan Gay, Nicholas Woodeson, Tom Leick, Ulrich Noethen, Nilton Martins, Leila Schaus, Harvey Friedman, Victoria Trauttmansdorff, Sascha Ley, Friederike Becht, Fridolin Meinl, Michael Degen, Shoshana Shani-Lavie, Eliana Schejter, Pini Tavger, Patrick Hastert, Gad Kaynar, Clyde Prescod, Klaus Pohl, Pitt Simon, Marie Jung, Matthias Bundschuh, Claire Johnston, Ralph Morgenstern, Germain Wagner, Gilbert Johnston, Alexander Tschernek 
location: Germania, Israele
voto: 3,5 

Fuggita dalla Germania a seguito delle persecuzioni naziste, la filosofa ebrea Hannah Arendt (Sukova) trova riparo insieme all'amatissimo marito (Milberg), docente universitario come lei, negli Stati Uniti. Da qui, a guerra finita, l'autrice de Le origini del totalitarismo decide di recarsi a Gerusalemme come inviata del New Yorker per raccontare il processo ad Adolf Eichmann, il gerarca nazista catturato in America Latina dal Mossad e portato in Israele per i suoi crimini contrò l'umanità e lo sterminio degli ebrei sotto il diktat di Himmler. Da quell'esperienza nasceranno le idee per il discusso La banalità del male, che la comunità ebraica americana (e non solo) accolse malissimo.
Tornata al grande schermo 8 anni dopo Rosenstrasse, la Von Trotta conferma la sua vocazione per il cinema d'impegno (Sorelle, Anni di piombo, Rosa Luxenburg) con un film che fotografa una delle vicende più discusse che coinvolsero la grande filosofa tedesca. Il problema è che alla banalità del male corrisponde una banalità della regia che suscita stupore: non solo per il livello appena scolastico delle riprese (intervallate dalle immagini del documentario sul processo Eichman girato da Eyal Sivan e intitolato Uno specialista), ma anche per le incursioni nella trama dei risvolti sentimentali trattati alla maniera di rubriche scandalistiche, i cenni vacui all'ambiguo rapporto della Arendt con il suo maestro Heidegger, che tanto flirtò col nazismo, e per la scelta di una protagonista bollita e imbalsamata come Barbara Sukowa, attrice feticcio della Von Trotta da oltre un trentennio: la sigaretta che porta continuamente in bocca è l'apice di espressività del suo volto. A peggiorare il tutto concorre il doppiaggio italiano, di livello meno che amatoriale.    

giovedì 18 dicembre 2014

Il ragazzo invisibile

anno: 2014       
regia: SALVATORES, GABRIELE
genere: fantastico
con Ludovico Girardello, Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Ksenia Rappoport, Aleksei Guskov, Noa Zatta, Raicho Vasilev, Hristo Jivkov (Christo Jivkov), Assil Kandil, Filippo Valese, Enea Barozzi, Riccardo Gasparini, Vernon Dobtcheff, Vilius Tumalavicius, Vincenzo Zampa, Diana Höbel
location: Italia, Russia
voto: 6

Sono quasi 20 anni, dai tempi di Nirvana, che Salvatores cerca di perseguire una sua strada originale nell'ambito del cinema italiano. Quasi sempre, tuttavia, inciampando nello stesso difetto: il magma caotico dello script. Se da una parte se ne ammira il coraggio e il tentativo di innovazione (dalle prime commedie alla fantascienza di Nirvana, passando per il registro grottesco di Denti, il pulp in una chiave quasi western di Amnèsia, il noir di Quo vadis baby e Come Dio comanda, fino al meta-cinema di Happy family e ai documentari 1960 e Italy in a day), dall'altra si avverte sempre la mancanza di qualcosa, un'incompletezza quasi disturbante e, appunto, caotica, segnata da un gusto sempre meno dissimulato per il citazionismo.
Non fa eccezione questo Il ragazzo invisibile (il debito nei confronti dell'idea di fondo de L'uomo invisibile, film del 1933, è palese), ennesimo racconto di formazione (dopo Io non ho paura ed Educazione siberiana) che parte come una storia di bullismo tra i banchi di scuola, prosegue come un fantasy e si chiude come un racconto distopico su un gruppetto di fanatici che vuole sfruttare il "dono" del piccolo protagonista per utilizzarlo a scopi militari. Il problema è che i cattivi non sanno chi sia il ragazzino con questo dono e il dodicenne protagonista (Girardello) crede di avere ricevuto la capacità di diventare invisibile grazie a un costume di quart'ordine acquistato in occasione della festa di Halloween. Ecco allora arrivare il diluvio a massima entropia dello script: una madre single (Golino) che non è la sua vera madre, un padre cieco e sensitivo (Jivkov) che lo guida da lontano, Chernobyl, le mutazioni genetiche, un losco personaggio che artiglia le menti altrui, il bullo che si sbulla, i ragazzini rapiti, la sottotrama amorosa e chi più ne ha, più ne metta. Un'operazione sprecata, caratterizzata da un uso sorvegliato degli effetti speciali, da una irritante trascuratezza nella direzione degli attori (soprattutto i più piccoli) e da un finale sibillino e pretestuoso che sembra voler indicare la strada per un possibile sequel.    

mercoledì 17 dicembre 2014

Storie pazzesche (Relatos salvajes)

anno: 2014       
regia: SZIFRON, DAMIAN
genere: grottesco
con Ricardo Darín, Liliana Ackerman, Luis Manuel Altamirano García, Alejandro Angelini, Damián Benítez, Cristina Blanco, Gustavo Bonfigli, César Bordón, Pablo Bricker, María Laura Caccamo, Camila Sofía Casas, Pablo Chao, Juan Pablo Colombo, Rita Cortese, Gustavo Curchio, Alan Daicz, Germán de Silva, Diana Deglauy, Claudio Delan, Miguel Di Lemme, Walter Donado, Héctor Drachtman, Nancy Dupláa, Graciela Fodrini, Camila Franco, Marcelo Frasca, Ángel Frega, Andrea Garrote, Lucrecia Gelardi, Diego Gentile, Martín Gervasoni, Darío Grandinetti, Paula Grinszpan, Silvina La Morte, Juan Santiago Linari, Federico Liss, María Rosa López Ottonello, Pablo Machado, Lucila Mangone, Oscar Martínez, María Marull, Luis Mazzeo, Daniel Merwicer, Margarita Molfino, Pablo Moseinco, Carlos Moyá, Horacio Nin Uria, Osmar Núñez, María Onetto, Javier Pedersoli, Fiorella Pedrazzini, Miguel Ángel Platinado Grando, Marcelo Pozzi, Erica Rivas, Victoria Roland, Noemí Ron, Leonardo Sbaraglia, Mariano Sigman, Emilio Soler, Diego Starosta, Ricardo Truppel, Abian Vain, Carlos Alberto Vavassori, Horacio Vay, Ramiro Vayo, Diego Velázquez, Mónica Villa, Liliana Weimer, Julieta Zylberberg
location: Argentina
voto: 8,5

Rubacchiando qua e là e sotto l'egida di Pedro Almodovar (qui in veste di coproduttore) che campeggia a caratteri cubitali sulla locandina del film, al punto da indurre molti a pensare che sia lui il regista, ecco arrivare nelle sale questa sfrontata commedia grottesca in sei episodi firmata dal giovane cineasta argentino Damián Szifrón. Minimo comun denominatore sono la vendetta e l'ira, peccato capitale contagioso che sembra essere l'epitome di un'intera epoca di diffusa inciviltà. Si parte con un aereo all'interno del quale tutti i viaggiatori scoprono di avere conosciuto in momenti diversi delle loro vite lo stesso musicista fallito. Si prosegue con la vicenda di un usuraio che incontra una cameriera e una cuoca con il dente avvelenato nella tavola calda dove queste lavorano. Il terzo episodio sembra prendere spunto da Duel e mostra le conseguenze parossistiche di un diverbio per problemi di viabilità. Il quarto episodio (e stavolta siamo dalle parti di Un giorno di ordinaria follia) ha come protagonista l'attore argentino forse più noto in Europa, il fenomenale Ricardo Darin (Nove regine, XXY, Il segreto dei suoi occhi, Cosa piove dal cielo?), qui nei panni di un ingegnere esperto di esplosioni che si vede brutalmente sottrarre i suoi diritti di cittadino a suon di multe e rimozioni dell'auto assolutamente ingiustificate. Nel quinto episodio (in questo caso lo spunto è assai simile a quello de Le tre scimmie) un miliardario si trova nei pasticci dopo che suo figlio ha investito, uccidendola, una donna incinta. Tenta allora di convincere un povero Cristo che lavora da lui come tuttofare ad assumersi la colpa in cambio di una consistentissima retribuzione. L'ultimo episodio mette in scena un matrimonio sfarzoso durante il quale la sposa scopre che tra gli invitati c'è anche l'amante del marito: si sfiora la tragedia.
Ritmo serrato, originalità degli angoli di ripresa, ottima direzione degli attori, coerenza tematica (oltre al soggetto della vendetta, metà degli episodi hanno come fulcro un'automobile, icona della civiltà della barbarie) sono gli addenti di questa galleria sanguigna e plebea di nuovi mostri disposti a qualsiasi forma di individualismo esasperato che dà come somma un film adrenalinico e dai risvolti pulp, di grandissimo pregio e con il solo difetto di non arrivare a graffiare fino in fondo.    

martedì 16 dicembre 2014

Musei Vaticani 3D

anno: 2013       
regia: PIANIGIANI, MARCO   
genere: documentario   
con Antonio Paolucci   
location: Città del Vaticano
voto: 4   

Da romano quale sono, è da anni che vivo il senso di colpa per non essere mai tornato a visitare i Musei Vaticani: le file interminabili di turisti che in ogni mese dell'anno sono capaci di sfidare il sole rovente o le alluvioni per guardare i capolavori raccolti in quelle stanze, nonché i sette chilometri di gallerie da percorrere non sono mai state un incentivo. Mi dico: meno male che è arrivato questo film, così mi faccio passare i sensi di colpa con una sola ora sulla poltrona in pelle umana (non può essere di altro materiale, dato il costo quasi proibitivo del biglietto) e gli occhialetti 3D. Quello che ho visto è invece un marchettone sponsorizzato dal Vaticano, nel quale - oltre a una manciata di capolavori (sempre gli stessi) che vanno dal Laocoonte del I secolo d.C. a Dalì passando per il San Girolamo di Leonardo, i quadri di Caravaggio, i dipinti di Giotto, gli affreschi di Raffaello e quelli di Michelangelo nella Cappella Sistina - tocca assistere agli sproloqui pieni di imprecisioni del "professor" Antonio Paolucci (direttore dei musei), a una serie di immagini in chiave new age con un tizio seminudo e lo sguardo da stoccafisso che maneggia scalpelli e sposta polvere intervallate da apoftegmi sull'arte tra i quali si distingue quello di Francis Pope, critico d'arte di fama internazionale noto ai più come Papa Francesco. Di quella panoplia di opere d'arte, non tutte di provenienza lecita (non una parola, ovviamente, su come si spolpa e rapina l'altrui patrimonio artistico per poi riempire la casse vaticane), si vede pochissimo e in modo confuso, in totale assenza di un filo conduttore, con pochi riferimenti storici (la data di inizio dei Musei, il 1506, sotto Giulio II, e quella della loro apertura al pubblico nel XVIII secolo) e un uso talmente spinto del 3D da fare sembrare le pitture bidimensionali degli stupidi ologrammi. Il senso di colpa mi è passato. Gli altri capolavori me li cercherò in rete.    

lunedì 15 dicembre 2014

Il venditore di medicine

anno: 2013   
regia: MORABITO, ANTONIO 
genere: drammatico 
con Claudio Santamaria, Isabella Ferrari, Evita Ciri, Marco Travaglio, Roberto De Francesco, Ignazio Oliva, Giorgio Gobbi, Vincenzo Tanassi, Leonardo Nigro, Ippolito Chiarello, Alessia Barela, Paolo De Vita, Pierpaolo Lovino, Beniamino Marcone, Roberto Silvestri 
location: Italia
voto: 7 

Il secondo film di Antonio Morabito, arrivato nelle sale a dieci anni dai registri dissacranti e grotteschi da cinema ultra low-cost di Cecilia, comincia con un'antologia di quella pagina sordida della cronaca che ci riporta i casi di truffe e speculazioni da parte di case farmaceutiche senza scrupoli e medici compiacenti che, in cambio di lussuosi gadget - dal convegno con amante nella località esclusiva alla collezione di video porno - traffica sulla salute delle persone prescrivendo farmaci con pericolosissimi effetti collaterali. Poi cavalca il tema della crisi che agevola facili tagli di personale senza alcun peso sulla coscienza, passando in cavalleria anche un eventuale suicidio. In una situazione del genere può allora capitare che uno come Bruno (Santamaria, molto in parte), rampante informatore medico romano con indole torva da autentico piazzista sul quale grava la minaccia del licenziamento, possa passare dalla corruzione al ricatto, in una deriva senza rete che nel suo delirio solipsistico lo porta anche a imbottire la moglie (Ciri) di anticoncezionali a insaputa della stessa donna che invece vorrebbe quell'intralcio alla carriera di Bruno che si chiama figlio.
Antonio Morabito torna al lungometraggio di finzione con un film-pamphlet da cinema civile che, pur inciampando su qualche luogo comune e qualche personaggio stereotipato e rasentando a tratti il bigino dello svilimento etico della nostra civiltà, ha il merito di non scegliere la strada del racconto didascalico, ma di mettere in scena quello stesso schifo che, per altri versi e con altro registro, si era visto ne Il medico della mutua e, soprattutto, in Bisturi: la mafia bianca, attraverso il prisma dell'esistenza affannata del protagonista, costretto a sedare le sue ansie a suon di neurolettici.    

sabato 13 dicembre 2014

Gone girl - L'amore bugiardo

anno: 2014   
regia: FINCHER, DAVID
genere: giallo
con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry, Carrie Coon, Kim Dickens, Patrick Fugit, David Clennon, Lisa Banes, Missi Pyle, Emily Ratajkowski, Casey Wilson, Lola Kirke, Boyd Holbrook, Sela Ward, Lee Norris, Jamie McShane, Leonard Kelly-Young, Kathleen Rose Perkins, Pete Housman, Lynn Adrianna, Mark Atteberry, Darin Cooper, Kate Campbell, Brett Leigh, Antonio St. James, Lauren Glazier, Julia Prud'homme, Cooper Thornton, Casey Ruggieri, Cyd Strittmatter, Ashley Didion, Lexis Nutt, L.A. Williams, Blake Sheldon, Sean Guse, Ricky Wood, Fred Cross, Scott Takeda, Donna Rusch, Kathy Sweeney Meadows, Mark T Anderson, Scoot McNairy
location: Usa
voto: 7

È facile fare la coppietta felice quando vivi in un lussuosissimo appartamento di Manhattan e hai un conto in banca da capogiro. Ma se poi arriva la crisi e sei costretto a trasferirti in Missouri, il giorno del tuo quinto anniversario di matrimonio potrebbe anche riservarti una brutta sorpresa. Per esempio, potresti tornare a casa e non trovare più tua moglie (Pike), venire sospettato di omicidio e avere i media addosso che cercano il mostro da sbattere in prima pagina e in prima serata. È ciò che succede a Nick (Affleck), fedifrago da un anno e mezzo, che porta stancamente avanti un rapporto asfittico dopo essersi sentito parte della coppia più bella del mondo, alla maniera dei Wheeler di Revolutionary Road. Tutt'altro che convinto della presunta sparizione della moglie, Nick decide di ingaggiare un principe del foro, convinto che la moglie si sia nascosta da qualche parte.
Uno dei migliori film di Fincher (Se7en, The social network) prende le mosse dal difficile romanzo di Gillian Flynn, rispetto al quale al contrappunto tra la prospettiva di lui e quella di lei sostituisce la visione soggettiva della moglie (le pagine del suo diario che sembrano essere un'implacabile accusa al crescendo del marito come potenziale minaccia) e quella oggettiva del marito. Partito come un mistery, scoccata la prima ora il film vira su un registro giallo per poi chiudere in una chiave granguignolesca da apologo satirico sulla vita matrimoniale. Grande tensione, molti colpi di scena ben assestati e il ritratto di una donna così diabolica da far sembrare delle educande la Glen Close di Attrazione fatale e Crudelia Demon. Peccato per i due protagonisti, Ben Affleck e Rosamund Pike (la ricorderete in Jack Reacher e We Want Sex), che hanno l'espressività delle sardine in scatola. Premio 
Farfalla d'oro Agiscuola alla IX edizione del festival internazionale del film di Roma (2014).    

lunedì 8 dicembre 2014

Cattedrali della cultura (Kathedralen der Kultur)

anno: 2014       
regia: AINOUZ, KARIM * MADSEN, MICHAEL * WENDERS, WIM
genere: documentario
con la voce di Alessio Boni
location: Francia, Germania, Norvegia
voto: 8

Dopo Pina, Wim Wenders ritorna sulle possibilità offerte dal 3D con l'idea di un film che abbia come oggetto proprio gli spazi che ne valorizzano le potenzialità tecniche. Ancora una volta l'ex enfant prodige del nuovo cinema tedesco porta sul grande schermo l'ennesima variazione sul tema dello sguardo con un doppio documentario composto da due trittici affidati a sei registi diversi e imperniati sulle cattedrali della cultura.
Nel primo dei due trittici è lo stesso Wenders a fare gli onori di casa con l'episodio di apertura, dedicato alla Filarmonica di Berlino, architettura futuristica costruita all'inizio degli anni '60 proprio mentre a due passi da lì veniva eretto, nel 1961, il muro di Berlino. L'idea che sta alla base del progetto di Hans Scharoun, l'architetto eccentrico e utopista che la realizzò senza vederla finita, era quella di enfatizzare la pluralità di prospettive come metafora di una società aperta.
Il secondo quadro, diretto da Michael Madsen (attore americano che abbiamo visto recitare in Sin City e nei due episodi di Kill Bill), è anche quello più toccante. Si tratta dell'impressionante ritratto della casa circondariale di Halden, in Norvegia, indicata dalla rivista Time come la prigione più umana del mondo, senza grate alle finestre e con ambienti tutt'altro che sgradevoli alla vista.
L'ultimo episodio, diretto dall'algerino-brasiliano Karim Aïnouz, fornisce una ricostruzione di quel gigante architettonico che è il Centro Pompidou, progettato dal nostro Renzo Piano e da Richard Rogers e costruito negli anni '70 nel bel mezzo di Parigi, spazio titanico nel quale trovano alloggio sale cinematografiche, biblioteche, spazi espositivi e teatrali, il tutto in una cornice da industriale senza facciata.
All'idea originalissima voluta da Sky Arte HD si aggiunge quella di una voce fuori campo (affidata, nella versione italiana, ad Alessio Boni) che fa parlare gli edifici stessi, raccontandone mirabilmente l'essenza in una miscela narrativa che coniuga riflessione architettonica, urbanistica e sociologica.    

Affari d'oro

anno: 1988   
regia: ABRAHAMS, JIM   
genere: commedia   
con Bette Midler, Lily Tomlin, Fred Ward, Edward Herrmann, Michele Placido, Daniel Gerroll, Barry Primus, Michael Gross, Deborah Rush, Nicolas Coster, Patricia Gaul, J.C. Quinn, Norma MacMillan, Joe Grifasi, John Vickery, John Hancock, Mary Gross, Seth Green, Leo Burmester, Lucy Webb, Roy Brocksmith, Lewis Arquette, Eddie Cordell, Ritch Brinkley, Tony Mockus Jr., Carmen Argenziano, Maureen McVerry, Fred Parnes, Danny Chambers, Lois De Banzie, Al Mancini, Nicholas Rutherford, Hunter von Leer, Andy Epper, Andi Chapman, Chick Hearn, Troy Damien, Ryan Francis, Louis Rukeyser, Kymberly Gold, Michelle Gold, Traci Lee Gold, Crystal Field, Everett Quinton, Sandy Davis, Natalie Dolishny, Nancy Lazarus, Shirley Mitchell, Charles Middleton, Irving Hellman, Judy Armstrong, Tom La Grua, Matthew James Carlson, Brianne Sommers, Alice Gruenberg, Jane Butenoff, Louise Yaffe   
location: Usa
voto: 7   

Come funzione narrativa, il tema del doppio si presta a un'infinità di declinazioni, dalle Metamorfosi di Ovidio a Pirandello, passando per Stevenson e Dostoevskij, nella letteratura come nel cinema. Ma è anche insidioso. In questa garbata commedia sulla dialettica in chiave tönnesiana tra città e campagna il regista Jim Abrahams evita i rischi del gioco troppo facile arpeggiando sulla trama, grazie al copione di Dori Pierson e Marc Rubel, con l'espediente di un doppio sdoppiamento. Un'infermiera un po' troppo distratta scambia due bambine nate da due diversi parti gemellari, affiancandole alla gemella sbagliata: due sono figlie di un villico, le altre di un riccone. Anni dopo, quando le due plutocrate stanno per varare un'operazione miliardaria che farebbe scomparire una piccola comunità rurale e metterebbe sulla strada i suoi abitanti, la coppia di gemelle che da Jupiter Hollow si sposta alla volta di New York per intralciare l'operazione. Inevitabile colossale girandola di equivoci, con le gemelle "dalla parte sbagliata" perennemente a disagio.
Affidato all'irresistibile mimica di Bette Midler, perennemente sopra le righe, e al buon supporto di Lily Tomlin, questa graziosa commedia che sembra scritta da Neil Simon e ha momenti degni di Frank Capra (la riunione degli azionisti che si mettono una mano sul cuore) crea una serie di variazioni e situazioni di sdoppiamento senza mai perdere ritmo, con l'innesto di gustose macchiette di contorno.

venerdì 5 dicembre 2014

Hercules: Il guerriero (Hercules: The Thracian Wars)

anno: 2014   
regia: RATNER, BRETT 
genere: fantastico 
con Dwayne Johnson, Ian McShane, John Hurt, Rufus Sewell, Aksel Hennie, Ingrid Bolsø Berdal, Reece Ritchie, Joseph Fiennes, Tobias Santelmann, Peter Mullan, Rebecca Ferguson, Isaac Andrews, Joe Anderson, Stephen Peacocke, Nicholas Moss, Robert Whitelock, Irina Shayk, Christopher Fairbank, Ian Whyte, Karolina Szymczak, Matt Devere, Máté Haumann, Barbara Palvin, Tonia Sotiropoulou, Caroline Boulton, Robert Maillet, Oliver Doherty, Tom Doherty, Panka Kovacs, Mark Phelan, John Cross, Peter Ivanyi, Erika Marozsán, Nóra Lili Hörich, Athina Papadimitriu, Anna Trokán, Judit Viktor, Csilla Baksa, Elena V. Holovcsak, Petra Piringer, Erika Lajos, Dora Kanizsa, Sydney van den Bosch, Lilla Bozoki, Dalma Lörincz, Patricia Hegedus, Timea Palacsik, Benjamin Blankenship, Erik Orgovan, Shay Sabag, Anna Zsíros, Jean Pigozzi, Anna Skidanova, Kristina Starostina, Dorottya Podmaniczky, Lilla Babos, Aden G. Wright 
location: Grecia
voto: 6 

L'Ercole semidio, l'Ercole delle dodici fatiche, l'Ercole eroe giusto erano tutte baggianate e propaganda: viene a dircelo questo film di Brett Ratner (After the sunset, The family man), che dopo un breve incipit in cui si dà conto dell'uccisione del leone di Nemea, dell'Idra di Lerna e del cinghiale di Erimanto, vira su una lettura postmodernista in chiave pseudofumettistica e psicologica che propone un Ercole mercenario, seguito da un nugolo di fedelissimi, allettato dalla proposta di difendere la Tracia dal cattivissimo Reso (Santelmann). Perseguitato dai fantasmi dello sterminio della sua amatissima famiglia, il semidio si renderà conto di avere combattuto dalla parte sbagliata.
Da Mussolini a Padre Pio, gli italiani hanno sempre guardato con condiscendenza alle figure presuntamente carismatiche e ai salvatori della Patria. Sarà per questo che la "gloriosa" stagione del peplum ha portato ripetutamente il figlio di Zeus sul grande schermo, grazie a Carlo Ludovico Bragaglia, Giorgio Ferroni, Osvaldo Civirani, Mario Caiano, Domenico Paolella, Giorgio Capitani, Luigi Cozzi, Alberto De Martino, Vittorio Cottafavi, Gianfranco Parolini, Alvaro Mancori, Pietro Francisci e Mario Bava. Mai sentiti? Stavate pensando all'elenco scritto dei partecipanti all'ultima riunione condominiale? Niente affatto: si tratta dei registi che si sono cimentati col soggetto facilissimo dell'eroe testosteronico, non a caso spesso affidato ad autori che non hanno fatto esattamente la storia del cinema. Stavolta - nelle mani di Renny Harlin - sono botte da orbi e scene di massa con uso di effetti digitali extralarge a servizio di un cinema fracassone e inevitabilmente muscolare nel quale il tentativo di potenziare la lettura psicologica del protagonista (interpretato dall'ex wrestler Dwayne Johnson) è direttamente proporzionale alla sua espressività. Però ci si diverte.    

mercoledì 3 dicembre 2014

Earth - La nostra terra

anno: 2009   
regia: FOTHERGILL, ALASTAIR * LINFIELD, MARK  
genere: documentario  
con la voce di Paolo Bonolis  
location: Usa
voto: 6  

Come il suo padre putativo, delatore e maccartista, mentore di generazioni allevate nel segno del più vieto tradizionalismo, così la Disney Pictures è la quintessenza della capacità di infiocchettare l'ovvio e il banale. Non fa eccezione questo lungometraggio che assembla alcuni dei momenti più godibili della serie Tv "Pianeta Terra" raccontando la vita animale sul pianeta con una particolare attenzione per gli esemplari di grandi dimensioni: balene, elefanti e orsi. Tanto è magica la miscela di scenari mozzafiato e riprese impossibili, tanto è rozzo il testo che la commenta, peraltro affidato - nella versione italiana - alla voce di un pessimo Paolo Bonolis, a ribadire la tendenza tutta nostrana del primato della televisione sul resto del panorama mediatico (basterebbe sentire come Fiorello ha massacrato La marcia dei pinguini o come Aldo, Giovanni, Giacomo abbiano reso irritante Oceani 3D). Ma se alla pista audio non fosse bastata l'enfasi esitante di Bonolis, al film si aggiunge una colonna sonora tonitruante e perennemente sopra le righe, firmata da George Fenton e suonata dalla Filarmonica di Berlino, che ampollosamente sottolinea il messaggio: attenzione, il pianeta è magnifico ma rischia di essere distrutto dal'unico animale che non appare sulla scena: l'uomo.    

lunedì 1 dicembre 2014

Il figlio perduto (The lost son)

anno: 1999       
regia: MENGES, CHRIS   
genere: giallo
con Daniel Auteuil, Nastassja Kinski, Katrin Cartlidge, Marianne Denicourt, Ciarán Hinds, Billie Whitelaw, Cyril Shaps, Bruce Greenwood, Jamie Harris, Hemal Pandya, Billy Smyth, Cal Macaninch, Mark Benton, Michael Liebmann, Joe White, Natalie Rogers, Charlotte Carew-Gibbs, Gregory McFarnon, Marsha Fitzalan, Will Welch, Ray MacAllan, David Hayman, Christine Perez, Júlio Garcia   
location: Francia, Messico, Regno Unito
voto: 5   

Una ricchissima famiglia londinese ha perso le tracce del suo unico figlio maschio, un fotografo scapestrato con qualche passato problema di droga. Assolda così Xavier Lombard (Auteuil), un cinico investigatore privato francese di stanza a Londra, con alle spalle la perdita traumatica della sua famiglia, per risolvere il caso e trovare l'uomo. Lombard scopre una pista che lo porta nell'inferno della pedofilia.
Caricato tutto sulla spalle di Auteuil, il film di Menges è un giallo impegnato su un tema delicato, che però viene trattato con troppa enfasi e alcuni cliché in eccesso: i bambini abusati sono diventati tutti muti, la psicologia del protagonista col passato traumatico è piuttosto spicciola, la sua conversione dall'impudenza alla crociata a favore dei bambini nient'affatto credibile e i colpi di scena alquanto telefonati.    

domenica 30 novembre 2014

Fed up - Ne abbiamo abbastanza

anno: 2014   
regia: SOECHTIG, STEPHANIE  
genere: documentario  
location: Usa
voto: 7,5  

L'epidemia di obesità che a partire dagli anni '80 ha colpito gli Stati Uniti e che come uno sciame sta contagiando gli altri paesi industrializzati si sta trasformando in un'emergenza sanitaria su scala planetaria, con tutto quello che potrà comportare in termini di spesa pubblica, aspettativa di vita e diffusione di malattie come il diabete nei prossimi anni. L'ottimo documentario di Stephanie Soechtig va alla ricerca delle cause di questa epidemia, individuando con assoluta esattezza cause e date: l'anno di svolta sarebbe stato il 1977, quando le lobbie dell'industria alimentare reagirono con una cordata ai risultati del rapporto governativo sull'alimentazione. Quanto alle cause, sul banco degli imputati c'è lo zucchero, in tutte le sue possibili varietà. Le generazioni nate intorno al 1980 sono state bersagliate da una pioggia di pubblicità ed esposizione delle merci nei supermercati che le ha indotte a consumare alimenti qualitativamente sempre peggiori, con una quantità di dolcificanti che rendevano impossibile l'assorbimento metabolico senza trasformarsi in grasso. Il mantra che aveva funzionato fino a quel momento - "mangia meno e fai esercizio fisico" - sembrava improvvisamente non funzionare più. Al tempo stesso, l'industria alimentare cominciava ad arricchirsi con prodotti fittiziamente dietetici (Weight Watchers ne è l'emblema) e quella del fitness puntò sulle nuove forme di esercizio aerobico, epitomizzate nella figura di Jane Fonda. Ma era il circuito fegato-pancreas-insulina e essere ormai andato in tilt, portando a un raddoppio dei casi di obesità negli Stati Uniti nel giro di un solo ventennio. L'operazione di marketing spregiudicato messa in atto dalle lobbie dell'industria alimentare portò alla fidelizzazione di giovanissimi clienti, i bambini, riuscendo a fare irruzione nelle scuole (imperdibili le immagini che documentano ciò che circola nelle mense scolastiche).
Complemento ideale in chiave di divulgazione scientifica di Super size me, Fed up si avvale congiuntamente delle testimonianze di esperti e specialisti da un lato e di teenager con enormi problemi di obesità dall'altro, mostrando - senza trascurare la dimensione squisitamente cinematografico, che si avvale di un montaggio efficacissimo - come l'unica via d'uscita dal rischio di trovarsi con un terzo della popolazione colpita da diabete sia quello di affrontare il problema con la stessa radicalità con cui è stato combattuto quello del fumo, prima che le soluzioni estreme - come la diffusione anche tra adolescenti di by-pass gastrici - rischino di non essere più sufficienti.    

sabato 29 novembre 2014

Ogni maledetto Natale

anno: 2014       
regia: CIARRAPICO, GIACOMO * TORRE, MATTIA * VENDRUSCOLO, LUCA  
genere: comico  
con Alessandro Cattelan, Marco Giallini, Corrado Guzzanti, Valerio Mastandrea, Alessandra Mastronardi, Laura Morante, Francesco Pannofino, Caterina Guzzanti, Andrea Sartoretti, Stefano Fresi, Franco Ravera, Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo  
location: Italia
voto: 2  

Massimo (Cattelan) e Giulia (Mastronardi) si sono appena conosciuti e innamorati. Ma è Natale e Giulia vorrebbe che Massimo - che detesta il Natale perché è il giorno in cui la sua ricchissima famiglia romana fa il bilancio annuale delle vendite - andasse con lei nella Tuscia presso i suoi parenti molto strambi. Le differenze di classe sociale e di vedute complicano le cose.
Dagli stessi registi di Boris l'ulteriore prova di come gli italiani in sala riescano a ridere anche davanti al grado zero della comicità. Blanditi da decenni di televisione di infimo livello, da programmi scult come Zelig e del cerchiobottismo di Checco Zalone, i nostri connazionali premiano film come questo che avrebbero la presunzione di fare la parodia dei cinepanettoni, pur con voragini di sceneggiatura, volgarità a gogò in una chiave puramente demenziale, recitazione amatoriale (spicca ancora una volta quel mistero del cinema che risponde al nome di Laura Morante), trame risibili e con l'unica trovata dello sdoppiamento degli attori che interpretano i familiari della coppia protagonista. La grande stagione della commedia all'italiana è sempre più sideralmente lontana, morta e sepolta.
Da notare che il film ha potuto godere di speciali sovvenzioni perché è "di interesse culturale".    

giovedì 27 novembre 2014

Tre fratelli

anno: 1980   
regia: ROSI, FRANCESCO   
genere: drammatico   
con Philippe Noiret, Michele Placido, Vittorio Mezzogiorno, Charles Vanel, Andréa Ferréol, Maddalena Crippa, Sara Tafuri, Maria Zoffoli, Simonetta Stefanelli, Pietro Biondi, Accursio Di Leo, Luigi Infantino, Girolamo Marzano, Gina Pontrelli, Cosimo Milone, Tino Schirinzi, Sergio Castellitto   
location: Italia
voto: 6   

In occasione del funerale della madre, tre fratelli si ritrovano dopo molto tempo presso la casa avita dove dimora il padre novantenne (Vanel). Il maggiore (Noiret) è un magistrato entrato nel mirino delle BR e che vive a Roma; il secondo (Placido) è un operaio trasferitosi a malincuore al Nord, impegolato nei postumi di un tradimento della moglie (Crippa); il più giovane (Mezzogiorno) fa l'educatore in un carcere minorile partenopeo. Per i tre è l'occasione per fare un bilancio esistenziale.
Ribadendo una sua personale tradizione interamente dedicata al meridionalismo, con Tre fratelli Rosi firma una delle sue opere più incerte e sofferte, in equilibrio precario tra stili narrativi (c'è persino un breve scorcio in chiave musical), sottotrame abbozzate, sequenze oniriche e simbolismi opachi. Ma del film rimane, a distanza di tempo, la capacità di registrare l'impronta del passaggio cruciale di un'epoca stretta tra la morsa del terrorismo e le emergenti spinte edonistiche. Presenza quasi invisibile di un allora giovanissimo Sergio Castellitto nel ruolo di un terrorista.

mercoledì 26 novembre 2014

Ho fatto una barca di soldi

anno: 2013   
regia: ACOCELLA, DARIO 
genere: documentario 
con Fausto Delle Chiaie, Achille Bonito Oliva 
location: Italia
voto: 7 

A Roma, in quel fazzoletto di zona pedonale che sta tra l'Ara Pacis e le inferriate che cingono piazza Augusto Imperatore, potete trovare un artista di strada in esposizione (semi)permanente. Si chiama Fausto Delle Chiaie, oggi ha una settantina d'anni e tutte le mattine parte da Sgurgola per mostrare le sue opere al pubblico. Il suo atelier è un carrello per la spesa nel quale raccoglie le carabattole che poi espone con umiltà e grande ironia in un percorso di arte povera che sta tra il concettuale e il dada. Nato come artista "infrazionista" (negli anni '80 Delle Chiaie improvvisava piazzamenti delle sue opere all'interno di gallerie e musei), il nostro propone un concetto di street art che lascia gli avventori accidentali liberi di fermarsi a guardare le sue opere fatte di niente ma concettualmente sempre paradossali o di tirare avanti nella più assoluta indifferenza. Il documentario di Acocella, girato con inusitata raffinatezza e accompagnato da una colonna sonora di accattivante aderenza e notevole varietà, racconta una giornata tipo di questo personaggio eterodosso e dall'impeccabile understatement, uomo libero che vive delle offerte dei passanti e che prepara i suoi lavori tra la casa modestissima dove abita e il treno che lo porta quotidianamente a Roma. Ritratto ammaliante dell'ultimo dei Candide, personaggio d'altri tempi che sta tra il sognatore stralunato e il Robin Hood di un museo virtuale che chiude quando l'autore è stanco.    

domenica 23 novembre 2014

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit)

anno: 2014       
regia: DARDENNE, JEAN-PIERRE * DARDENNE, LUC
genere: drammatico
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Catherine Salée, Batiste Sornin, Pili Groyne, Simon Caudry, Lara Persain, Alain Eloy, Myriem Akeddiou, Fabienne Sciascia, Anette Niro, Rania Mellouli, Christelle Delbrouck, Timur Magomedgadzhiev, Hassaba Halibi, Soufiane Jilal, Hicham Slaoui, Philippe Jeusette, Yohan Zimmer, Safia Gollas, Christelle Cornil, Marion Lory, Angélique Michaux, Laurent Caron, Joachim Vincent, Donovan Deroulez, Tom Adjibi, Elena Doratiotto, Franck Laisné, Maïdy Ankaye, Alao Kasongo, Serge Koto, Morgan Marinne, Gianni La Rocca, Ben Hamidou, Carl Jadot, Olivier Gourmet, Sabine Raskin, Corentin Lahaye, Carmela Nicosia, Alix Toussant, Dimitri Mouton
location: Belgio
voto: 6,5

Sandra (interpretata da una Marion Cotillard tanto straordinaria quanto "essenziale" e disadorna) è appena uscita da una brutta depressione, sta per rientrare al lavoro ma ha saputo dal principale che, date le cattive acque in cui versa la fabbrica dove lavora, sarà necessario sacrificare o il suo posto di lavoro o il bonus che lo stesso principale ha promesso ai suoi sottoposti. La prima votazione è stata sfavorevole a Sandra, ma pesantemente condizionata dall'ingerenza del caporeparto. Il proprietario della fabbrica accetta che se ne faccia un'altra. Sandra ha a disposizione soltanto il weekend per cercare di convincere ad uno ad uno i suoi colleghi a votare perché le venga conservato il posto di lavoro.
Il cinema morale dei Dardenne vola ancora una volta altissimo nei contenuti (a fare da sfondo - come già ne La promesse e Il figlio - c'è  il tema del lavoro, qui declinato nei termini di una guerra tra poveri), mettendo in scena l'ennesimo racconto da epica proletaria con una forma sempre più scarnificata: nessuna colonna sonora, macchina perennemente a spalla a seguire nervosa le peregrinazioni della protagonista come si era visto in Rosetta, ambienti spogli, racconto assemblato come fosse una collezione di dittici con la protagonista sempre davanti alla macchina da presa. Da segnalare al suo fianco la magnifica figura del marito (interpretato da Fabrizio Rongione, quasi una presenza nel cinema dei Dardenne): sempre solidale, incoraggiante, pronto a prenderne le parti e a incassare signorilmente i colpi davanti ai cedimenti emotivi della compagna. Figura rara e preziosa di una virilità altra.    

giovedì 13 novembre 2014

Lo sciacallo (Nightcrawler)

anno: 2014       
regia: GILROY, DAN
genere: drammatico
con Jake Gyllenhaal, Rene Russo, Bill Paxton, Riz Ahmed, Kevin Rahm, Ann Cusack, Eric Lange, Anne McDaniels, Kathleen York, James Huang, Viviana Chavez, Dig Wayne, Carolyn Gilroy       
location: Usa
voto: 4,5

Lou (Gyllenhall) è un disoccupato losangelino che si arrabatta tra espedienti e furtarelli, ma molto convinto dei suoi mezzi. Per caso scopre allora l'opportunità di inventarsi come reporter televisivo di fatti di cronaca nera, dapprima rimanendo nei pur discutibili limiti della deontologia professionale, in seguito arrivando a manipolare le scene del crimine fino a sottrarre prove decisive alla polizia.
Ennesima variante, stavolta in una chiave talmente esasperata da diventare caricaturale (il protagonista sembra una versione ancora più allucinata del Travis Bickle di Taxi Driver), sul tema del voyeurismo televisivo operato dai media, con precedenti più o meno illustri come Prima pagina, Dentro la notizia, Cronisti d'assalto, L'inventore di favole, Breaking news e American dreamz. Qui sembra di essere in un B movie che reitera il medesimo meccanismo in un climax aberrante di perversione e sadismo affidato al volto inquietante con tanto di esoftalmo di un Jake Gyllenhall sempre più scavato e mefistofelico.    

martedì 11 novembre 2014

Tre cuori (Trois coeurs)

anno: 2014       
regia: JACQUOT, BENOIT  
genere: sentimentale  
con Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Caroline Piette  
location: Francia
voto: 3  

Lui (Poelvoorde) è un ispettore fiscale parigino, stempiato, con la proboscide, gli occhi piccoli, il mento non previsto dal DNA e compensato da una pancia da quinto mese di gravidanza: non esattamente un Adone. Eppure, dopo aver perso il treno, rimorchia per strada una ragazza (Gainsbourg) con la quale attacca bottone a suon di banalità, senza battute spiritose né riferimenti ai massimi sistemi. Non si sa come, la donna - in crisi di coppia e indecisa se lasciare o meno la Francia per un'opportunità di lavoro negli States - gli dà un appuntamento in un giardino pubblico un paio di giorni più tardi. Il bellimbusto ha un malore e arriva oltre tempo massimo all'appuntamento. Qualche tempo dopo, identica strategia di rimorchio: il cicisbeo entra nell'orbita della sorella della ragazza (Mastroianni), che si trova nel suo ufficio per un problema di rendicontazione fiscale. I due si sposano ma il ganimede nel frattempo ha ricostruito l'arcano fremendo e tremando: diventerà l'amante della sorella di sua moglie?
L'apoteosi dell'improbabile deve essere stata una proiezione del regista: come fa uno senza fascino, bellezza, simpatia, carisma, per di più subdolo e manipolatore, a rimorchiare prima una bella ragazza in piena notte e poi una donna piacente sul posto di lavoro? In questa ennesima variante sul triangolo amoroso, con i capricci del caso in stile Sliding doors, tre cuori non riescono a produrre un solo battito nello spettatore, infrangendo qualsiasi possibile geometria del racconto in un'accozzaglia di situazioni ai limiti del grottesco, raggiungendo l'acme con l'aggiunta - per ben tre volte e a metà film - di una voce fuori campo che raccorda con registro ampolloso gli snodi narrativi della vicenda. Non bastasse, la sceneggiatura allega una sottotrama in cui il nostro protagonista si accanisce col sindaco del comune nel quale si è sposato, accusandolo di frode fiscale. Il tutto commentato da una colonna sonora che sembra presa di peso da Lo squalo e finita lì chissà come.    

lunedì 10 novembre 2014

Anime nere

anno: 2014       
regia: MUNZI, FRANCESCO 
genere: gangster 
con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane, Anna Ferruzzo, Giuseppe Fumo, Barbora Bobulova, Pasquale Romeo, Vito Facciolla, Aurora Quattrocchi, Manuela Ventura 
location: Italia, Olanda
voto: 7,5 

La bravata di un ragazzo dalla testa calda (Fumo) costringe tre fratelli, un trafficante di droga (Leonardi), un uomo d'affari in doppiopetto (Mazzotta) ma con molti soldi sporchi nel conto in banca e il genitore del ragazzo (Ferracane), un allevatore di pecore, a riunirsi nel paese dell'Aspromonte dove abita quest'ultimo per sanare la faccenda con una 'ndrina locale. Ma le cose si mettono male, gli accordi con un'altra 'ndrina falliscono e per la famiglia si apparecchia un'autentica tragedia.
Al suo terzo lungometraggio dopo Saimir e Il resto della notte, Francesco Munzi insiste sul tema dell'immigrazione. Non più quella che arriva in Italia dall'Est europeo, bensì quella interna, che ha portato qualcuno a fare fortuna in maniera illegale trasferendosi dal Sud del paese alla ricca Lombardia. Ma i legami con la terra natia rimangono inestirpabili, le relazioni claniche un vortice dal quale è impossibile distaccarsi e una vita normale all'insegna della legalità una semplice chimera. Non a caso questo film cupo e a tratti un po' freddo, tratto dall'omonimo libro di Ciriaco Giacchino, trova il suo perno nella figura dell'unico dei tre fratelli che è rimasto in Calabria, impermeabile al solletico dell'illegalità, mentre suo figlio morde il freno per seguire la strada dello zio. Attraverso questi personaggi, Munzi - che firma il suo film decisamente più bello - ancora una volta ci propone un saggio di antropologia nel quale emerge lo stridore tra le auto lussuosissime, le case orrendamente arredate in stile Luigi XIV e la squallore indicibile dell'habitat urbano e rurale che le accoglie, epitome della dialettica impossibile tra una cultura profondamente arcaica e le tentazioni della modernizzazione. È questo, congiuntamente alla totale subalternità della lingua italiana all'irrinunciabile vernacolo (il film è largamente sottotitolato), il segno tangibile dell'arretratezza e dell'incultura di un mondo che sembra destinato a restare intrinsecamente involuto e legato a interminabili faide.
Premio Francesco Pasinetti, premio Fondazione Mimmo Rotella (Luigi Musini) e premio Schermi di qualità - Carlo Mazzacurati alla 71. mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2014).    

domenica 9 novembre 2014

Interstellar

anno: 2014       
regia: NOLAN, CHRISTOPHER
genere: fantascienza
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Elyes Gabel, Wes Bentley, Casey Affleck, Michael Caine, Topher Grace, Mackenzie Foy, Ellen Burstyn, Collette Wolfe, John Lithgow, Jeff Hephner, David Oyelowo, William Devane, Matt Damon
location: Regno Unito, Usa
voto: 6,5

In un futuro imprecisato, ma intorno al 2060 (una battuta nel film permette il calcolo approssimativo), la terra è spopolata, i viveri scarseggiano, le coltivazioni di grano che potrebbero sostentare la popolazione superstite sono devastate dalle continue tempeste di sabbia e anche il mais, unica risorsa alimentare disponibile, sembra non avere un destino felice. Così Cooper (McConaughey), ingegnare aeronautico vedovo che nel frattempo si è dato all'agricoltura, viene richiamato dalla NASA per un viaggio interstellare che mira a trovare altri pianeti che possano ospitare l'umanità superstite. Ma si tratta di un viaggio contro il tempo e l'attraversamento di wormholes, buchi neri e campi gravitazionali che curvano lo spazio è l'unica strada percorribile affinché la missione possa andare a segno prima che anche i due figli di Cooper siano morti.
Ancora una volta con Interstellar Christopher Nolan sembra volerci dimostrare di essere lo Stanley Kubrick del ventunesimo secolo, il regista che più di ogni altro riesce a coniugare progetti finanziariamente faraonici con idee extra-large e innovative. Questo è il suo 2001 odissea nello spazio (ma il confronto tra i due è improponibile: quello era un capolavoro, questo decisamente no), nel quale la relatività di Einstein incontra la gravità quantistica di Weinberg e il concetto di anomalia di Thomas Kuhn: un viaggio fantastico (con molte "licenze poetiche") nella fisica dell'iperspazio che permette al protagonista di ritrovare a distanza di anni la figlia, che aveva lasciato adolescente, ormai vecchia. Ancora una volta, se la distopia di Nolan è un potente ammonimento sul nostro destino, sviluppata attraverso un plot originale e accattivante, con intarsi di cinema sublime (l'inseguimento del drone, l'approdo in un altro mondo, il montare di un'onda gigantesca e la lunga sequenza nella quinta dimensione), il film, alla maniera di Inception, soffre di un eccesso di ambizione, intellettualismo e tortuosità, che sembrano aver spinto il regista verso un'ipertrofia narrativa da rompicapo (la "sua" cifra stilistica, come è stato per Memento e The prestige, nonché, ovviamente, per Inception) con tratti decisamente prolissi (l'attracco della navetta all'aerostazione orbitale) e altri insopportabilmente stucchevoli (il tormentone che "solo l'amore trascende lo spazio e il tempo"). Con un paio di attricette (Hathaway e Chastain), una dose di melassa e un'ora di meno rispetto alle due e cinquanta di durata saremmo forse qui a parlare di un capolavoro.    

giovedì 6 novembre 2014

La spia - A Most Wanted Man

anno: 2014       
regia: CORBJIN, ANTON
genere: spionaggio
con Philip Seymour Hoffman, Rachel McAdams, Willem Dafoe, Grigoriy Dobrygin, Homayoun Ershadi, Nina Hoss, Daniel Brühl, Herbert Grönemeyer, Mehdi Dehbi, Rainer Bock, Vicky Krieps, Kostja Ullmann, Franz Hartwig, Martin Wuttke, Derya Alabora, Tamer Yigit, Robin Wright, Neil Malik Abdullah, Vedat Erincin, René Lay, Georg Ebinal, Bernhard Schütz, Jessica Joffe, Imke Büchel, Ursina Lardi, Uwe Dag Berlin, Corinna Kropiunig, Max Volkert Martens
location: Germania
voto: 6,5

Non ho mai letto un libro di John le Carrè, eppure - guardando i film tratti dai suoi romanzi - mi sono fatto l'idea che i bestseller che ha scritto siano maledettamente arzigogolati: è valso per La Casa Russia, Il sarto di Panama, The constant gardener, La talpa e vale anche per questo A Most Wanted Man. Qui l'uomo più ricercato del titolo è un giovane ceceno (Dobrygin) arrivato clandestinamente ad Amburgo dopo essere stato torturato in Russia. Una cellula del servizio segreto americano guidata dalla spia del titolo italiano (un Philip Seymour Hoffman che ci ha offerto la sua ultima, titanica prova d'attore e che con quell'aria sgualcita e dolente, la sigaretta in una mano e il bicchiere di whisky nell'altra, sembra dare la misura del disfacimento della persona, oltre che del personaggio) vorrebbe servirsene per cercare di catturare pesci più grossi, in particolare un imam (Ershadi) che sta apparecchiando un nuovo undici settembre. Ma i servizi segreti americani e tedeschi sono convinti che il ragazzo, che ha ereditato una fortuna impressionante con cui potrebbe finanziare nuove manovre terroristiche, siano tutt'altro che un giovane in cerca di redenzione, come sembra voler far credere.
Alla stregua degli altri film tratti dai romanzi di Le Carrè, dunque, anche in questo caso è vietato distrarsi: operazione tanto più difficile se si pensa che il soggetto è finito nelle mani dell'olandese Anton Corbjin (Control, The american), regista al quale è completamente estraneo il concetto di ritmo. L'andamento monocorde del racconto viene tuttavia bilanciato dall'atmosfera torbida e cupa che aleggia sul film e da un'ambiguità che impregna tutti i personaggi principali, conferendo a questa spy-story in salsa tedesco-americana un'inquietante carica di tensione.    

martedì 4 novembre 2014

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anno: 2013       
regia: WINTER, ALEX   
genere: documentario   
con Shawn Fanning, Sean Parker, Henry Rollins, Noel Gallagher, Billy Corgan, Mike D, Chris Blackwell, Seymour Stein, John Perry Barlow, Lawrence Lessig, Hilary Rosen, Don Ienner, Samuel Kolb   
location: Usa
voto: 5   

Qualcuno se la ricorderà ancora: l'eccitazione per avere completato il primo download di un mp3, scaricato a 56 Kbps (quando andava bene). Era il 1999 e dietro quel piccolo miracolo c'era Shawn Fanning, genietto autodidatta del computer poco più che ventenne che insieme a Sean Parker realizzò Napster, la prima applicazione per il cosiddetto file sharing che passa attraverso un meccanismo di scambio peer-to-peer. Il documentario, peraltro piattissimo, di Alex Winter ricostruisce quella vicenda con piglio fin troppo filologico, inzeppando il film di dettagli e testimonianze di incontenibile zelo. È la storia di un gruppo di ragazzi che impresse una svolta epocale a tutta l'industria discografica (e, successivamente, a quella dell'audiovisivo in toto) andando incontro a uno scontro legale di titaniche proporzioni. Davide, sottoposto a uno stress mediatico pari a quello di un candidato presidenziale (con tanto di copertine di Forbes e Time), contro Golia, impersonato in primis dalla band dei Metallica, retroguardisti che a colpi di carte bollate cercarono di bloccare quella che loro per primi hanno chiamato "pirateria musicale", con mezzi efficaci quanto lo sarebbe cercare di tenere sospeso un carico di una tonnellata con un chiodo. Il problema è che per il povero Fanning-Davide la fionda sarebbe arrivata a tempo ormai scaduto, quando il music business ottenne la sua miserrima vittoria di Pirro prima che gli epigoni di napster si moltiplicassero a dismisura.
Il documentario è un florilegio di interviste con una breve incursione nella storia dell'industria discografica che è anche la parte più accattivante del film. Quella più triste riguarda invece l'arrivo di quell'avvoltoio di Steve Jobs, che mangiò la foglia e lanciò iTunes, contribuendo all'ulteriore affossamento della creatività sulle sette note, mentre Parker, il parassita furbetto di Napster, si mise in società con Mark Zuckerberg per dare vita a Facebook.    

venerdì 31 ottobre 2014

Locke

anno: 2013       
regia: KNIGHT, STEVEN
genere: drammatico
con Tom Hardy
location: Regno Unito
voto: 6

Un solo attore sulla scena, un'automobile che viaggia in autostrada a velocità di crociera, il dispositivo del vivavoce in cabina auto perpetuamente acceso, l'azione che si svolge in un'ora e venti, in tempo reale. Ivan Locke (interpretato da un Tom Hardy diversissimo da quello che abbiamo visto in Bronson e ne Il cavaliere oscuro - Il ritorno) ha commesso un errore: durante una notte in cui alzò un po' il gomito mise incinta una donna che adesso sta per partorire il frutto di quella scappatella. Lui ha deciso di mettere riparo a quell'errore, si sta recando verso l'ospedale rinunciando a seguire i lavori da capo cantiere per il basamento di un enorme palazzo in costruzione che attende l'arrivo di più di duecento camion carichi di calcestruzzo. Nel frattempo racconta tutto alla moglie.
A brevissima distanza dal mediocre Redemption il regista Steven Knight si produce in un kammerspiel a bassissimo costo, estremo, in unità di luogo, tempo e azione, sulla falsariga de I prigionieri dell'Oceano, 127 ore e Buried. La suspense non manca ma il senso complessivo del racconto, ancora una volta sul tema della redenzione portata al suo estremo, è del tutto inverosimile.    

giovedì 30 ottobre 2014

Confusi e felici

anno: 2014       
regia: BRUNO, MASSIMILIANO
genere: commedia
con Claudio Bisio, Massimiliano Bruno, Anna Foglietta, Marco Giallini, Caterina Guzzanti, Paola Minaccioni, Rocco Papaleo, Pietro Sermonti, Kelly Palacios, Gioele Dix, Liliana Fiorelli, Federica Cifola, Max Gazzè, Daniele Silvestri, Niccolò Fabi
location: Italia
voto: 2,5

Dopo avere scoperto di avere una forma di maculopatia degenerativa assai grave a causa della quale è destinato alla cecità, Marcello (Bisio), che esercita come psichiatra nella capitale, decide di mollare di colpo tutti i suoi pazienti, i quali faranno l'impossibile per mantenere un legame con lui e supportarlo in questo momento difficile.
Alla sua terza regia in mezzo a un numero consistentissimo di sceneggiature più o meno riuscite (dall'inguardabile Notte prima degli esami all'ottimo Tutti contro tutti), Massimiliano Bruno si conferma autore di basso profilo e ispirazione nazionalpopolare per prodotti alla portata del volgo. Colpisce la quantità di luoghi comuni persino quando il copione va in cerca della battuta attraverso la citazione colta, facendola del tutto a sproposito con Le città invisibili di Calvino, per fare un solo esempio. A dare corpo alla sequela di cliché e al plot di infima consistenza  e con tanto di sottotrama rosa c'è una ridda di personaggi a dir poco caricaturali, dal mammone (lo stesso Bruno) alla ninfomane (Minaccioni), interpretati in maniera concitata e ipermacchiettistica senza mai riuscire a suscitare la risata, con la sola eccezione di Marco Giallini. Cammeo per Max Gazzè, Daniele Silvestri e Niccolò Fabi in gita domenicale sul set (uno dei pochi momenti riusciti del film), presenza probabilmente funzionale alla promozione dell'inascoltabile album pubblicato nello stesso periodo.    

mercoledì 29 ottobre 2014

Boyhood

anno: 2014       
regia: LINKLATER, RICHARD 
genere: drammatico 
con Ellar Coltrane, Patricia Arquette, Elijah Smith, Lorelei Linklater, Steven Chester Prince, Bonnie Cross, Sydney Orta, Libby Villari, Ethan Hawke, Marco Perella, Jamie Howard, Andrew Villarreal, Shane Graham, Tess Allen, Ryan Power, Sharee Fowler, Mark Finn, Charlie Sexton, Byron Jenkins, Holly Moore, David Blackwell, Barbara Chisholm, Matthew Martinez-Arndt, Cassidy Johnson, Cambell Westmoreland, Jennifer Griffin, Garry Peters, Merrilee McCommas, Tamara Jolaine, Jordan Howard, Andrew Bunten, Tyler Strother, Evie Thompson, Brad Hawkins, Savannah Welch, Mika Odom, Sinjin Venegas, Nick Krause, Derek Chase Hickey, Angela Rawna, Megan Devine, Jenni Tooley, Landon Collier, Roland Ruiz, Richard Andrew Jones, Karen Jones, Gordon Friday, Tom McTigue, Sam Dillon, Martel Summers, David Clark, Zoe Graham, Jessie Tilton, Richard Robichaux, Will Harris, Indica Shaw, Bruce Salmon, Wayne Sutton, Joe Sundell, Sean Tracey, Ben Hodges, Daniel Zeh, Chris Doubek, Andrea Chen, Mona Lee Fultz, Bill Wise, Alina Linklater, Charlotte Linklater, Genevieve Kinney, Elijah Ford, Kyle Crusham, Conrad Choucroun, Maximillian McNamara, Taylor Weaver, Jessi Mechler 
location: Usa
voto: 6,5 

L'idea è geniale, innovativa, coraggiosa: raccontare la storia di Mason (Coltrane), di sua sorella (Linklater) e della madre (Arquette) che li sta crescendo da soli, nell'arco di dodici anni. Dodici anni veri, però: quelli durante i quali, dai 6 ai 18, vediamo crescere Mason un po' alla volta, sua madre imbolsire, suo padre (Hawke) fare qualche comparsata giocherellona, il tutto girato nell'arco di soli 39 giorni spalmati in tutto quell'arco di tempo. Se prescindiamo da come Truffaut ha seguito per due decenni Jean Pierre Lèaud (da I 400 colpi a L'amore fugge), dall'epica di Heimat e dalla trilogia che lo stesso Linklater ha costruito con la stessa coppia di attori (Ethan Hawke e Julie Dephy) nell'arco di un ventennio (Prima dell'alba, Prima del tramonto e Prima di mezzanotte), al cinema non si era mai visto nulla del genere, nessuno prima di lui aveva finora scommesso su un progetto che qualsiasi accidenti avrebbe potuto fatalmente interrompere. Siamo alla versione più radicale del racconto di formazione, quella in cui i riti di passaggio, i continui traslochi, i cambi di città, i mariti della madre (entrambi alcolizzati) che vanno e vengono, le amicizie a scuola, i primi amori, fino al college e all'ingresso in una vita che porterà Mason fuori da casa sono raccontati come tappe archetipiche, necessarie, alle quali siamo chiamati come testimoni di un'esistenza che sembra essere (quasi) quella di tutti. Fin qui tutto bene. Peccato che il film che si è aggiudicato l'Orso d'argento al festival di Berlino finisca col sembrare una qualsiasi antologia di vissuto comune, dal taglio quasi documentaristico e intimista, con la Storia lasciata quasi sempre sul retroscena (c'è giusto il riferimento a Obama e pochissimo altro, mentre un ruolo più funzionale lo svolge la trasformazione della tecnologia). Un'occasione in parte persa, dunque, in nome di un racconto quasi asettico, privo di sussulti, di un cinema dei corpi che gioca sostanzialmente sulla sola trasformazione fisica, affidando al racconto di formazione vero e proprio un ruolo del tutto sussidiario.    

martedì 28 ottobre 2014

Perez.

anno: 2014       
regia: DE ANGELIS, EDOARDO 
genere: noir 
con Luca Zingaretti, Marco D'Amore, Massimiliano Gallo, Simona Tabasco, Gianpaolo Fabrizio, Salvatore Cantalupo, Loredana Simioli 
location: Italia
voto: 6,5 

In una Napoli irriconoscibile e straniata, quella del Centro direzionale creato dall'archistar giapponese Kenzo Tange, Demetrio Perez (Zingaretti, qui anche in veste di produttore) è l'ultimo degli avvocati. A lui si rivolgono malfattori di ogni genere, quelli che vengono rifiutati persino dagli avvocati d'ufficio. Quando arriva il turno di un ex camorrista (Gallo), collaboratore di giustizia, per Perez cominciano i guai seri: pur di ottenere l'allontanamento di sua figlia (Tabasco) da un pericoloso camorrista (D'Amore) del quale la ragazza si è invaghita, l'avvocato è disposto a recuperare un enorme quantitativo di diamanti nascosti nel ventre di un toro.
Impeccabile sul piano della direzione degli attori e della messa in scena, con scenografie urbane e domestiche che sono un autentico valore aggiunto del film, questo noir che più cupo non si porrebbe si perde un po' in qualche manierismo da cinema d'essai (le continue camminate del nostro antieroe cupo e solitario) e nella definizione dei personaggi: la figura del protagonista, avvocaticchio sbevazzone, disposto a tutto per una figlia considerata una semidea a partire dalla scelta del nome (Tea), ci riporta con la memoria a I trafficanti della notte, un vecchio film di Jules Dassin del 1950, e a La notte e la città, con De Niro invischiato, alla stregua di Perez, in una vicenda più grande di lui. E così alcuni personaggi di contorno, caratterizzati da una napoletanità che sembra essere stata pensata per bilanciare il senso di straniamento generato dalle location ipermoderniste del Centro direzionale.    

lunedì 27 ottobre 2014

L'assassino abita al 21

anno: 1942   
regia: CLOUZOT, HENRI GEORGES   
genere: commedia gialla   
con Pierre Fresnay, Suzy Delair, Jean Tissier, Pierre Larquey, Noël Roquevert, René Génin, Jean Despeaux, Marc Natol, Huguette Vivier, Odette Talazac, Maximilienne, Sylvette Saugé, Louis Florencie, André Gabriello, Raymond Bussières   
location: Francia
voto: 6,5   

A Parigi un fantomatico Monsieur Durand commette omicidi seriali, firmando regolarmente la scena del delitto. Infiltratosi sotto le mentite spoglie di un pastore protestante in un alberghetto sito al 21 di Avenue Junot, a Montmartre, l'ispettore Wens (Fresnay) è convinto che tra i tanti stravaganti pensionanti si nasconda il serial killer. Ma il nodo da sciogliere è più intricato del previsto.
Giallo in chiave di commedia, il film tratto dal romanzo di Stanislas-André  Steeman offre una galleria di personaggi un po' macchiettistici, ma funzionali al racconto, tra sorrisi e colpi di scena, lasciando intravedere, nell'opera di esordio di Clouzot, la doppiezza umana che avrebbe ispirato molti dei film successivi.    

sabato 25 ottobre 2014

Il sale della terra (The Salt of the Earth)

anno: 2014       
regia: SALGADO, JULIANO RIBEIRO * WENDERS, WIM  
genere: documentario  
con Sebastiao Salgado, Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado  
location: Brasile, Francia
voto: 7,5  

Sono gli uomini il sale della terra. Gli uomini con le loro sofferenze, la loro miseria, la loro ineguagliabile crudeltà. È a loro che si rivolge lo sguardo di uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi, Sebastião Salgado, al quale il figlio Juliano e un Wim Wenders che - alla stregua di Herzog e della generazione di grandi cineasti tedeschi dei '70, sembra avere scelto la strada del documentario (Pina) - hanno dedicato questo film capace di mettere la macchina da presa un passo indietro, a costante vantaggio di un bianco e nero fotografico di devastante potenza emotiva. Il film procede attraverso il racconto del suo autore che, rimbalzando tra note autobiografiche e considerazioni sul mondo visto attraverso il suo sguardo, avanza ordinatamente per epoca: dagli anni degli studio di economia alla scoperta, quasi casuale, del piacere della fotografia (grazie anche a una delle tante felice intuizioni della sua compagna di sempre). Ne emerge il ritratto di un viaggiatore instancabile, testimone di situazioni estreme: la ricerca dell'oro in Brasile, il genocidio in Ruanda, il conflitto etnico fratricida in Europa, nella ex-Yugoslavia, i corpi devastati dalla carestia nel Sahel, i pozzi di petrolio che bruciano in Kuwait. E poi i continui ritorni in Brasile, fino alla riconciliazione con la natura, arrivata grazie al reportage faunistico di Genesi, figlio di un progetto di rigenerazione ambientale al quale Salgado sta lavorando da anni e che ha consentito alla natura di risorgere nella fazenda avita dopo che siccità e devastazioni la avevano distrutta.
Se le fotografie sono capolavori indiscutibili, è più difficile dare un parere sul documentario come opera cinematografica che vada al di là del suo senso altissimamente morale, della sua finezza antropologica: la paradossale fotogenia della sofferenza è talmente penetrante, estrema, accusatoria nei confronti di tutta l'umanità da costringere a sospendere qualsiasi altro giudizio. In ogni caso, si tratta di un'opera imperdibile.    

venerdì 24 ottobre 2014

13 - Se perdi muori

anno: 2009       
regia: BABLUANI, GELA 
genere: noir 
con Sam Riley, Ray Winstone, Curtis Jackson, Mickey Rourke, Jason Statham, Michael Shannon, Ben Gazzara, Emmanuelle Chriqui, David Zayas, Alex Skarsgard, Ronald Guttman, John Bedford Lloyd, Alan Davidson, Gaby Hoffman, Michael Berry Jr. 
location: Usa
voto: 4 

Bisogna guardarlo questo film, dopo aver visto l'originale dal quale è tratto (firmato dallo stessa regista Gela Babluani) per farsi un'idea di come Hollywood sia capace di corrompere e banalizzare quasi tutto e di quanto superficiale possa essere il cinema americano da blockbuster rispetto a certe raffinatezze del cinema europeo. 13 Tzameti fu il sorprendente film d'esordio di Babluani, nel 2005. Si aggiudicò diversi premi (tra i quali quelli di Venezia e del Sundance) al punto che il regista georgiano venne chiamato a Hollywood per girarne un remake. Che parte malissimo fin dal titolo: il 13 georgiano (Tzameti) viene cambiato nel programmatico "se perdi muori". Al gusto ineffabile per il rischio si sostituiscono le ragioni quasi encomiabili dell'interprete principale: il padre malato, la madre sotto sfratto, i soldi che non bastano. Così il giovane elettricista protagonista del film finisce, un po' per caso un po' per azzardo, in una sorta di lotteria per stramiliardari annoiati dove ci si spara giocando a una specie di roulette russa di gruppo. La polizia lo pedina senza fortuna, sapendo del losco giro di dollari che sta dietro alla faccenda e uno dei "manager" dei giocatori (Statham) vuole a tutti i costi i soldi della vincita.
Affidato al volto insignificante e inespressivo di Sam Riley (già protagonista di Control), a un doppiaggio imbarazzante e a una realizzazione da sceneggiato televisivo, supportata dalla recitazione svogliata di un nugolo di attori bolliti come Jason Statham, Mickey Rourke, Michael Shannon e Ben Gazzara, paragonato all'originale questo remake è un gialletto da seconda serata televisiva su Rete Capri. Così si spiega anche perché in Italia nessun distributore lo abbia voluto mettere in cartellone, sicché il film è circolato direttamente in dvd.    

giovedì 23 ottobre 2014

Buoni a nulla

anno: 2014       
regia: DI GREGORIO, GIANNI 
genere: commedia 
con Gianni Di Gregorio, Marco Marzocca, Valentina Lodovini, Daniela Giordano, Gianfelice Imparato, Marco Messeri, Camilla Filippi, Anna Bonaiuto, Ugo Gregoretti, Eugenia Tempesta, Valentina Gebbia, Giovanna Cau
location: Italia
voto: 5 

Gianni (Di Gregorio) è a un passo dalla pensione ma proprio quando sta per arrivare alla meta gli viene comunicato non solo che deve prolungare l'attività per altri tre anni (grazie, Fornero!), ma anche che dal centralissimo ufficio pubblico romano dove è impiegato deve trasferirsi oltre il Raccordo Anulare. Stufo dei soprusi dei superiori, dei colleghi, dei figli parassiti e della moglie, per non rimetterci le arterie Gianni decide che è ora di reagire, invitando il collega Marco (Marzocca) a fare altrettanto.
Alla sua terza commedia da regista dopo i riusciti Pranzo di ferragosto e Gianni e le donne, Gianni Di Gregorio conserva intatta la sua poetica intimista e garbata, venata da un registro surreale che deve moltissimo alla lezione di Jacques Tati, facendone un personaggio mite e lunare. Ma stavolta lo spunto della sua favola urbana è flebile, le situazioni comiche telefonate e lo stereotipo dell'impiegato statale scansafatiche eccessivamente calcato.    

martedì 21 ottobre 2014

Soap opera

anno: 2014       
regia: GENOVESI, ALESSANDRO  
genere: commedia  
con Fabio De Luigi, Diego Abatantuono, Cristiana Capotondi, Chiara Francini, Ricky Memphis, Elisa Sednaoui, Ale, Franz, Caterina Guzzanti  
location: Italia
voto: 1  

La soap opera è il kitsch del trash, lo sfrido pecoreccio da dare in pasto alle masse ruminanti. Nacque per imbonire il pubblico femminile (quello che stava a casa a lavare e stirare, ecco il perché del riferimento al sapone) attraverso raccontini di infimo livello che partirono dalla radio e poi transitarono in televisione. Approdata al cinema, nelle mani di Alessandro Genovesi, già ignobile regista del dittico Il peggior Natale della mia vita e La peggior settimana della mia vita, diventa, se possibile, ancora più miserrima e indefinibile nella sua totale pochezza.
La "trama" è questa: in un condominio vivono e si ritrovano, in occasione della vigilia di capodanno, due fratelli legati da un incidente stradale (uno costretto a fare da badante all'altro), un quarantenne (De Luigi) che vorrebbe tornare con la sua ex (Capotondi), il suo migliore amico (Memphis) in attesa di un figlio ma con forti dubbi sul suo orientamento sessuale e un'attrice di soap opera (Francini) che ha un debole per gli uomini in divisa, come il maresciallo dei carabinieri (Abatantuono) che sta indagando sul suicidio di un altro condomino, la cui fidanzata (la pessima Elisa Sednaoui) si trova nello stesso stabile proprio quel giorno.
Non una sola idea, non una sola battuta, non un minimo guizzo neppure da attori come Abatantuono e De Luigi che in altre circostanze un sorriso l'hanno saputo strappare. Tutto procede con una monotonia intollerabile, tra indecenti siparietti da vaudeville e trovate corrive da teatrino parrocchiale in una cornice artificiale e fiabesca.
Pensare che questo sia stato proposto come film d'apertura del festival del cinema di Roma la dice lunga su come Marco Müller abbia inabissato la manifestazione capitolina a livelli inimmaginabili.    

domenica 19 ottobre 2014

Me ne frego! Il fascismo e la lingua italiana

anno: 2014   
regia: GANDOLFO, VANNI   
genere: documentario   
location: Italia
voto: 6,5   

Nella ridda di pagliacciate a fini propagandistici di cui fu capace, il fascismo non trascurò neppure un intervento protezionista sulla lingua italiana con il dichiarato intento di controllare le masse. La linguista Valeria Della Valle ha rispolverato un tema tutt'altro che nuovo trasformandolo però in un documentario che non si limita alla semplice compilazione dei materiali dell'archivio storico dell'Istituto L.U.C.E. (impressionante la magniloquenza delle parate militari e dei bailla), ma che aggiunge animazioni assai creative e una buona dose d'ironia. D'altronde, con quale altro piglio prendere la tonitruante propaganda penetrata attraverso stampa, radio, cinema, scuola e sport? Ecco allora passare in rassegna tutte le ridicolaggini frutto dell'onda lunga dannunziana che si snodarono attraverso la lotta senza quartiere ai dialetti, la repressione delle minoranze linguistiche, l'abolizione del lei da sostituire con il voi (con le assurde vicende della rivista "Lei" dedicata al pubblico femminile e costretta per ovvi motivi a inventarsi un altro nome, "Annabella" e della rampognata subita da Totò durante uno spettacolo da parte di un gerarca fascista che non gradì l'ironia di "Galileo Galivoi"), la sostituzione a tavolino di parole e locuzioni straniere come mannequin, bar, cocktail o "avere un flirt", quest'ultima rimpiazzata da "fiorellare". E così via ridicoleggiando fino ad arrivare a quella che avrebbe dovuto essere l'apoteosi della lingua di regime, il dizionario fascistissimo nel quale gli esempi tratti dalla letteratura - Ariosto, Dante, Petrarca, solo per citarne alcuni - venivano affiancati alle frasi famose del duce. Del quale, peraltro, oltre ai toni perennemente concitati e sopra le righe, da autentico pazzo esaltato qual era (tristemente esilarante il montaggio di spezzoni dei suoi discorsi al popolino), ci rimane ben poco sotto il profilo linguistico: "i colli fatali", "spezzare le reni", "colpo di spugna" e bagnasciuga.    

sabato 18 ottobre 2014

Il giovane favoloso

anno: 2014       
regia: MARTONE, MARIO   
genere: biografico   
con Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Isabella Ragonese, Valerio Binasco, Iaia Forte, Federica De Cola, Edoardo Natoli, Paolo Graziosi, Sandro Lombardi, Raffaella Giordano, Andrea Renzi, Giorgia Salari, Giovanni Ludeno, Renato Carpentieri, Salvatore Cantalupo   
location: Italia
voto: 5,5   

Costretto per anni alla rigida erudizione coltivata nella prigione della gigantesca biblioteca del padre Monaldo (Popolizio), a Recanati, il giovane Giacomo Leopardi (Germano) coltiva desideri dì evasione, non vuole saperne di una possibile carriera da prelato e scalpita per fare esperienza del mondo, vellicato anche dal suo mentore-ammiratore Pietro Giordani (Binasco). Quando finalmente l'occasione arriva, lo troviamo con l'amico Antonio Ranieri (Riondino) sempre al suo fianco prima a Firenze, poi a Roma e infine a Napoli, dove morirà nel 1837 a 39 anni progressivamente piegato, letteralmente, dalla tubercolosi ossea.
La biopic che Mario Martone ha dedicato a uno dei più illuminati poeti italiani, quelli che tutti conosciamo grazie alle Operette morali, allo Zibaldone, e soprattutto per merito di poesie come L'infinito, La ginestra e Alla luna, è l'ennesimo tassello di una filmografia in buona parte in costume (Morte di un matematico napoletano, Teatro di guerra, Noi credevamo) viziata sempre dallo stesso stile algido, calligrafico e con attori che sembrano appartenere a una setta (Andrea Renzi, Iaia Forte, Salvatore Cantalupo, Renato Carpentieri, Michele Riondino). Nonostante la difficile prova di Elio Germano, costretto a stare sotto l'occhio della cinepresa per quasi due ore e mezza, mantenendosi costantemente a un passo dalla caricatura del giovane gracile e sfortunato, la complessità della figura del poeta ne esce ridotta a pochi tratti grossolani: la visione della natura come madre matrigna, il pessimismo, gli amori impossibili, la tentazione dell'ateismo. Se da un lato è encomiabile il tentativo di una ricostruzione tutta interiore di questo eretico e malinconico coltivatore del dubbio, dall'altra l'operazione sembra collocarsi all'interno di una cornice oleografica, spesso stucchevole, con divagazioni semioniriche assai dubbie (il golem di sabbia), scelte di casting discutibili e una colonna sonora che pesca tra epoche e stili diversissimi, creando un effetto di costante dissonanza.