martedì 30 settembre 2014

Is the Man Who Is Tall Happy?: An Animated Conversation with Noam Chomsky

anno: 2013       
regia: GONDRY, MICHEL
genere: documentario
con Noam Chomsky, Michel Gondry
location: Francia, Usa
voto: 10

Capita rarissimamente di uscire da una sala cinematografica con la netta sensazione di avere assistito a un'opera epocale. Mi capitò ben 3 volte con Kubrick (2001 odissea nello spazio, Arancia meccanica e Full metal jacket), poi con Forrest Gump e, più recentemente, con Inception. Nel campo del documentario i lavori seminali sono stati quelli di Robert Flaherty e poi di Michael Moore, che ne riscrisse le regole, senza dimenticare l'innovatività di Koyaanisqatsi.
Con l'intervista animata di Michel Gondry a Noam Chomsky si aggiunge un anuova perla. Dall'incontro tra i due geni scaturisce una conversazione fittissima e di altissimo livello, che spazia tra epistemologia, linguistica, politica (saggista a tutto campo, Chomsky è noto anche per il suo costante impegno politico) e anche qualche deviazione sul privato (colpisce la tenerezza delle parole rivolte al ricordo della moglie, recentemente scomparsa, con cui era sposato da quando aveva 20 anni). Mai prima d'ora Gondry, che fin dagli esordi (Human nature, Se mi lasci ti cancello) aveva manifestato un talento fuori dal comune, era riuscito a canalizzare la sua stupefacente fantasia in maniera così efficace (Mood indigo è stata forse la più clamorosa delle occasioni perse). Se da un lato le riflessioni del padre della linguistica generativa spaziano su concetti come quello di continuità psichica e sul tema dell'evoluzione delle scienze neurocognitive, al regista francese va il merito di avere tradotto le parole di così alto profilo concettuale dell'ottantaquattrenne intellettuale americano in animazioni di sbalorditiva creatività, relegando le riprese in 16 mm della conversazione tra i due a un ruolo del tutto marginale.
Tra intermezzi ironici ma soprattutto autoironici (Gondry scherza sulla sua conoscenza dell'inglese), assistiamo a una sventagliata di intelligenza, con riferimenti che spaziano da Galileo, Hume e Newton fino a Feynman e Quine. Dalle moltissime cose che si possono imparare (incredibile l'aneddoto sull'importanza della comunicazione linguistica nel determinare l'insuccesso dell'introduzione delle più moderne tecniche di coltivazione in Liberia, ridicolizzate dalla trasmissione del sapere per via matrilineare), emerge soprattutto il ritardo che le neuroscienze fanno registrare rispetto agli studi sull'apprendimento del linguaggio, ritardo che il geniale linguista ebreo assimila a quello della scienza pregalileiana.
Se non si conosce l'inglese alla perfezione, il film (in versione sottotitolata) va visto almeno due volte: la prima per godere di quel concentrato pazzesco di intelligenza e ironia contenuti nella conversazione (tra le altre cose, Chomsky ricorda quando, non sapendo nulla della sindrome di Asperger, si rivolse a una sua amica psichiatra, la quale gli rispose: "Fatti un giro al MIT: lì ce l'ha una persona su due"); la seconda per concentrarsi sulle animazioni, giocosi graffi su pellicola di incontenibile fantasia.
E scusate per tutti questi superlativi.    

lunedì 29 settembre 2014

Jimi: All Is By My Side

anno: 2013       
regia: RIDLEY, JOHN
genere: biografico
con André Benjamin, Hayley Atwell, Imogen Poots, Ruth Negga, Andrew Buckley, Oliver Bennett, Tom Dunlea, Burn Gorman, Jade Yourell, Amy De Bhrún, Ashley Charles, Clare-Hope Ashitey, Laurence Kinlan, Robbie Jarvis, Aoibhinn McGinnity, Tristan McConnell, Joe Doyle, Joe McKinney, Lauterio Zamparelli, Sam McGovern, Danny McColgan, Ger Duffy, Shane Kennedy, Marty Galbraith
location: Regno Unito, Usa
voto: 6  

Fresco di premio Oscar elargitogli con manica larghissima per la sceneggiatura di 12 anni schiavo, John Ridley fa il suo esordio dietro la macchina da presa raccontando Jimi Hendrix (ottimamente interpretato dal rapper André Benjamin) quando ancora non era una rockstar di livello mondiale. Ossia il biennio 1966-1967, durante il quale, dalle prime timide esibizioni in America, il chitarrista nero si spostò a Londra grazie al fiuto di Linda Keith (Poots), l'allora ragazza di Keith Richards (alla quale il Rolling Stone dedicò Ruby Tuesday), e alla scommessa che su di lui fece il bassista degli Animals, Chas Chandler (Buckey), inventandosi manager: fu così che Hendrix arrivò a suonare con uno stupefatto Eric Clapton, allora astro nascente del blues-rock, e a esibirsi davanti ai Beatles.
All is by my side è il film che non ti aspetti: ci sono poco sesso, droga e rock'n'roll, che pure nella vita di quel genio della chitarra ebbero una parte rilevantissima, e molto, moltissimo parlato, con disquisizioni che vanno dalla questione razziale (della quale il chitarrista di Seattle quasi sembrava non accorgersi) ai massimi sistemi. A differenza di altre biopic musicali incardinate di volta in volta sulla vicenda umana prima che su quella musicale (Control, su Ian Curtis; La vie en rose, su Edith Piaf; Questa terra è la mia terra, su Woody Guthrie) o sulla costruzione agiografica del mito (Quando l'amore brucia l'anima, su Johnny Cash; Ray, su Ray Charles) o, ancora, sul tentativo di farne un progetto originalissimo (Io non sono qui, su Bob Dylan), il film su Hendrix sceglie una strada straniata, dimessa, quasi appartata, lasciando fuori chitarre incendiate e Woodstock, e facendo apparire il suo protagonista come qualcuno che avrebbe scalato le vette più alte della notorietà quasi a sua insaputa.    

sabato 27 settembre 2014

Italy in a day - Un giorno da italiani

anno: 2014       
regia: SALVATORES, GABRIELE
genere: documentario
location: Italia
voto: 5,5

Recuperata l'idea di social movie proposta da Ridley Scott e realizzata in MacDonald con Life in a day, Gabriele Salvatores ha portato lo stesso progetto in Italia. Risultato: circa 44000 video raccolti per oltre 2000 ore di girato. Così, insieme a un'equipe di supervisionatori e montatori, ha realizzato Italy in a day, ritratto del belpaese spesso stucchevole e oleografico. Il meccanismo di assemblaggio è il medesimo del suo predecessore: la notte, il risveglio, il corso della giornata, la cena, il sonno. Il giorno prescelto è quello del 26 ottobre 2013. Nel film sono finiti quasi tutti gli stereotipi dell'Italia, figli di un cerchiobottismo irritante: cibo e musica, ma anche la crisi, il lavoro che non c'è, l'imprenditore che lotta contro la mafia, gli italiani all'estero e così via almanaccando. E poi mocciosi. Mocciosi dappertutto, in qualsiasi salsa, buoni anche per raccontare la loro sofferenza di degenti in un ospedale dove si opera a cuore aperto. Paragonato al suo progenitore e, ancora di più, al magnifico One day on Earth, questa apoteosi della cultura del remix ne esce davvero male.  Sembra il ritratto programmaticamente rassicurante di un Paese con ancora qualche estro, ma terribilmente autoreferenziale, nel quale le parti migliori - e anche le immagini migliori - vengono dal passato: da piazze, strade, monumenti, uniti a scenari naturalistici mozzafiato. Poche le eccezioni a tanta ovvietà: il ragazzo che vive su una nave cargo, l'astronauta, il vecchietto che suona per strada per raccogliere soldi per il nipote, scenette sparse di ordinaria quotidianità che ogni tanto stimolano un sorriso, ma che potrebbero essere state girate ovunque e in qualsiasi data. Gli stessi difetti, ma anche gli stessi pregi (la qualità di alcune immagini, qualche felice intuizione in fase di montaggio) di Sacro GRA.    

venerdì 26 settembre 2014

Charles Lloyd - Arrows into infinity

anno: 2014   
regia: DARR, DOROTHY * MORSE, JEFFERY   
genere: documentario   
con Charles Lloyd, Kiyoshi Koyama, Lewis Steinberg, Buddy Collette, John Densmore, Stanley Crouch, Michael Cuscuna, Arthur Monroe, Jim Keltner, Robbie Robertson, Herbie Hancock, Manfred Eicher, Jack DeJohnette, Don Was, Jason Moran, Herman Bossett, Jessica Felix, Phil Schaap, Mark Kueschler, Ayuko Babu, Dorothy Darr, Michel Petrucciani, Geri Allen, Zakir Hussain, John Gilbreath, Eric Harland, Reuben Rogers, Alicia Hall Moran   
location: Usa
voto: 6,5   

Quando, nel 1990, uscì l'autobiografia di Miles Davis, scritta insieme a Quincy Troupe, tra le molte cose che mi colpirono ce ne fu una che riguardava Charles Lloyd: il Miles gloriosus ne parlava come una punta d'invidia, per l'incredibile capacità che il sassofonista americano ebbe di traghettare il popolo del rock sulla sponda del jazz (basterebbe ricordare il disco con i Beach Boys, negli anni '60, quando questi erano all'apice della popolarità, o quando Lloyd divise il palco con Hendrix e Janis Joplin, al Fillmore). Mi pareva incredibile che quella che era stata la stella più luminosa del firmamento jazzistico parlasse con un senso di velata competizione di un musicista che avevo conosciuto da poco, in concomitanza col fatto che Manfred Eicher, proprio nel 1990 - quando venne pubblicato Fish out of water - riportò Lloyd sotto i riflettori, regalandogli una seconda vita. Quella vita incredibile, fatta di strappi improvvisi e repentini cambiamenti di direzione, che la moglie Dorothy Darr, con lui dal 1968, insieme a Jeffery Morse ha cercato di ricostruire attraverso questo documentario pubblicato proprio dall'etichetta bavarese, che ha dato al 76enne di Memphis  la parte più elegante della sua traiettoria musicale.
Il documentario, che si avvale di materiale fotografico di strabiliante bellezza, di filmati d'epoca e di moltissime testimonianze di chi ha lavorato e conosciuto Lloyd, rimane per le quasi due ore di durata sul solco di un registro cronologico molto ordinato, convenzionale: dagli esordi a fianco di giganti come Chico Hamilton, Gabor Szabo e Cannonball Adderley, fino allo straordinario successo ottenuto con l'album Forest Flower (pochi ricordano che il sodalizio tra Keith Jarrett e Jack DeJohnette partì dallo scouting di Lloyd, prima che i due passassero alla formazione di Davis), album che raggiunse un milione di copie vendute e che gli diede l'occasione, durante la guerra fredda, di essere il primo americano a suonare in Unione Sovietica. L'impatto con successo fu così dirompente che qualcosa si spezzò: nella vita di Lloyd entrò l'eroina e uscirono i concerti e le registrazioni in studio per quasi vent'anni. Dopo il tentativo di Michel Petrucciani di riportarlo alla musica, fu il guru dell'ECM Manfred Eicher a restituire smalto al genio di questo musicista straordinario, il quale si era ritirato nella foresta del Big Sur (dapprima in una grotta), era diventato fruttariano (nemmeno vegetariano…) e aveva cercato una pulizia interiore attraverso le filosofie orientali di ispirazione religiosa e i viaggi in India che lo avrebbero in seguito portato a suonare con Zakir Hussain.
Documentario imperdibile per chi ama la musica di Lloyd, impreziosito dai molti ritagli di intervista nei quali è lui stesso a raccontare la sua vita fuori dall'ordinario.    

giovedì 25 settembre 2014

La vita in un giorno (Life in a day)

anno: 2011   
regia: MacDONALD, KEVIN
genere: documentario
con Hiroaki Aikawa, Morgan T. Rhys, Teagan Bentley, Ester Brym, Cristina Bocchialini, Jesse Brisendine, Andrea Cunningham, Ayman El Gazwy, Shir Decker, Boris Grishkevich, Jaap Dijkstra, Arsen Grigoryan, Jennifer M. Howd, Christopher Brian Heerdt, Jane Haubrich, Ranja Kamal, Bob Liginski Jr., David Jacques, Amelie Sara Kukucska, Brisendine Jesse, Catherine Liginski, Cec Marquez, Jack C. Marquez, Kathleen Meyer, Emmanuelle Pickett, Shahin Najafipour, Fredeik Boje Mortensen, Lilit Movsisyan, Moica, Ashley O'Dell, Ian Service, Drake Shannon, Caryn Waechter, Ildikó Zöldi
location: Afghanistan, Albania, Angola, Antartica, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Australia, Austria, Bangladesh, Belgio, Brasile, Bulgaria, Camerun, Canada, Cile, Colombia, Danimarca, Denmark, Egitto, Estonia, Filippine, Francia, Germania, Giappone, Grecia, Guatemala, Haiti, India, Indonesia, Irlanda, Israele, Italia, Kazakistan, Kenya, Kuwait, Libano, Marocco, Messico, Mozambico, Nepal, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Paesi Bassi, Palestina, Perù, Polonia, Porto Rico, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Ruanda, Russia, Serbia, Siria, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Taiwan, Tanzania, Thailandia, Ucraina, Uganda, Ungheria, Uruguay, USA, Vietnam
voto: 6,5

Ridley Scott ha un'idea: perché non mettere a confronto le culture del mondo intero facendosi raccontare dalle persone qualunque come sono le loro giornate? Scelta la data del 24 luglio 2010 per l'operazione, il progetto Life in a day ha raccolto 4500 ore di girato da 192 Paesi. Il tutto è stato affidato alle cure di una nutrita schiera di montatori supervisionati dal regista Kevin MacDonald, già autore di documentari (La morte sospesa e Marley), una biopic su Amin Dada (L'ultimo re di Scozia) e un film di denuncia come State of play. Il progetto è interessantissimo ed è cruciale il lavoro di montaggio che, però, lascia intravedere eccessivamente la traccia di fondo: cosa hai in tasca? Cosa mangi per colazione? Cosa o chi ami? Di cosa hai paura? Inevitabile dunque il confronto con quell'autentico capolavoro che è stato One day on Earth, organizzato tematicamente e girato in maniera decisamente più professionale (questo l'elemento che differenzia maggiormente i due progetti).
Life in a day combina materiale folgorante (l'enorme casa di un vedovo giapponese che è un delirio di oggetti; il coreano che ha girato 190 paesi in bicicletta, finendo investito per ben 6 volte e subendo 5 interventi chirurgici; l'accostamento in montaggio della stessa scena - la colazione, una camminata, un tuffo nell'acqua - in parti diverse del mondo), con altro decisamente noioso e autoreferenziale al quale si aggiungono un paio di scene raccapriccianti: l'uccisione, con relativa decapitazione, di una mucca, e l'eccidio avvenuto proprio in quel 24 luglio a Duisburg, in Germania, durante il folle Love Parade: un'impressionante calca di persone, accorse lì per ascoltare musica immonda, finì per schiacciarne 21, che morirono sul posto. Un blob rapsodico, dunque, con impennate godibilissime ma anche molti momenti assolutamente trascurabili.    

lunedì 22 settembre 2014

All the invisible children

anno: 2005   
regia: CHAREF, MEHDI * KUSTURICA, EMIR * LEE, SPIKE * LUND, KATIA * SCOTT, JORDAN & SCOTT, RIDLEY * VENERUSO, STEFANO * WOO, JOHN   
genere: drammatico   
con Adama Bila, Elysée Rouamba, Rodrigue Ouattara, Uros Milovanovic, Dragan Zurovac, Vladan Milojevic, Goran R. Vracar, Mihona Vasic, Dusan Krivec, Hannah Hodson, Andre Royo, Rosie Perez, Hazelle Goodman, Coati Mundi, Damaris Edwards, Lanette Ware, Vera Fernandez, Francisco Anawake, David Thewlis, Kelly Macdonald, Jordan Clarke, Jack Thompson, Joshua Light, Jake Ritzema, Daniele Vicorito, Emanuele Vicorito, Maria Grazia Cucinotta, Ernesto Mahieux, Peppe Lanzetta, Giovanni Mauriello, Giovanni Esposito, Zhao Zhicun, Qi Ruyi, Wang Bin, Wenli Jiang   
location: Brasile, Burkina Faso, Cina, Italia, Serbia, Regno Unito, Usa
voto: 4   

Come si fa a parlare delle condizioni di miseria dei bambini nel mondo quando lo sponsor è Unicredit, cioè una delle banche che, a parte qualche occasionale lavatina di coscienza, contribuisce più attivamente ad aumentare la stratificazione sociale e ad allargare la forbice tra ricchi e poveri? Non basta reclutare qualche regista di grido (Spike Lee, Kusturica, Ridley Scott, John Woo) per non far sentire il fetore di marcio di tutta l'operazione. E infatti il risultato è fallimentare: filmini stucchevoli per compiangere i bambini armati da guerriglieri in Burkina Faso (Tanza, di Mehdi Charef; voto: 3), i ladruncoli costretti a rubacchiare per conto degli adulti in Serbia (Blue gipsy di Emir Kusturica; voto: 6,5) e in Italia (Ciro, di Stefano Veneruso; voto: 5) o a fare accattonaggio in Cina (Song Song and Little Cat di John Woo; voto: 1,5), i ragazzini costretti a vivere di espedienti nelle favelas del Brasile, collocate appena a qualche spanna dai sontuosi grattacieli (Bilu e João di Katia Lund; voto: 7). La scarsa motivazione dei registi coinvolti si percepisce già a partire dai titoli, tutt'altro che fantasiosi e per lo più recanti i nomi dei piccoli protagonisti. Dovendo dare le pagelle, dalla melassa stucchevole si distinguono parzialmente Kusturica, che però non rinuncia al suo stile rococò, e Katia Lund, che immortala con assoluto verismo la condizione di precarietà dei bambini brasiliani, costretti a lavorare per giornate intere per poter acquistare i mattoni necessari a migliorare le loro abitazioni. Appena sufficiente l'episodio firmato da Spike Lee su una ragazzina di Brooklyn coi genitori malati di AIDS (Jesus Children of America; voto: 6). Inguardabile quello firmato da John Woo. Delirante nella sua follia onirica quello di Jordan e Ridley Scott (Jonathan; voto: 1).    

domenica 21 settembre 2014

La preda perfetta - A Walk Among the Tombstones

anno: 2014       
regia: FRANK, SCOTT
genere: Liam Neeson
con Liam Neeson, Dan Stevens, David Harbour, Boyd Holbrook, Brian "Astro" Bradley, Adam David Thompson, Sebastian Roché, Mark Consuelos, Ólafur Darri Ólafsson, Danielle Rose Russell, Laura Birn, Razane Jammal, Maurice Compte, Eric Nelsen, Susham Bedi, Marielle Heller, Frank De Julio, Samuel Mercedes, Arthur Gerunda
location: Usa
voto: 4,5

Se si cerca un po' di adrenalina, al cinema sono disponibili diversi generi: il thriller, il poliziesco, il noir, il giallo, il gangster movie e l'horror. Gli storici del cinema stanno aggiornando i loro studi a un nuovo genere: il Liam Neeson. Già, perché da alcuni anni a questa parte i film del gigantesco attore irlandese sono praticamente identici: vive da solo, ha qualche vizio e si trova invischiato in situazioni torbide in città dove piove sempre. Come nei precedenti Taken 2, Unknown e Io vi troverò, anche in questa occasione Neeson non si distacca dal cliché. Stavolta è un ex poliziotto newyorchese che fa il detective senza licenza, al quale un trafficante di droga chiede di rintracciare i malviventi che hanno prima rapito e poi fatto a pezzi sua moglie. Il nostro inizialmente è riluttante, ma poi alcuni particolari granguignoleschi confidatigli dal suo nuovo "datore di lavoro" lo convincono sull'aspetto "morale" della vicenda. Aiutato da un ragazzino nero senza dimora conosciuto casualmente (Bradley), Matt (questo il nome del personaggio interpretato da Neeson) si mette alla caccia dei malfattori scoprendo altri episodi macabri nel loro passato.
Il regista del già mediocre Sguardo nel vuoto ci propina stavolta un thriller verboso con poca azione e un paio di sottotrame inutili che allungano il brodo e complicano la trama, salvo poi portarci al finale adrenalinico per il quale abbiamo pagato l'esoso biglietto. Tutto visto e stravisto, ma sempre utile per mandare il cervello in vacanza per un paio d'ore. Dimenticavo: l'azione si svolge nel 1999 e la preoccupazione più diffusa è quella del millennium bug. Quanto eravamo ingenui…    

giovedì 18 settembre 2014

Leonard Cohen: I'm your man

anno: 2006   
regia: LUNSON, LIAN   
genere: musicale   
con Leonard Cohen & U2, Adam Clayton, Antony, Beth Orton, Bono, Briggan Krause, Charlie Burnham, Chris Spedding, David Coulter, Don Falzone, Edge, Jarvis Cocker, Joan Wasser, Julie Christensen, Kate & Anna McGarrigle, Kenny Wollesen, Larry Mullen Jr., Lda Thompson, Martha Wainwright, Maxim Moston, Nick Cave, Perla Batalla, Rob Burger, Rufus Wainwright, Steven Bernstein, Teddy Thompson, The Handsome Family   
location: Usa
voto: 6,5   

Nel 2005 un gruppo di musicisti, alcuni stranoti, altri emergenti della scena musicale angloamericana - da Rufus Wainwright ed Antony agli U2 - si sono riuniti sotto l'egida del prodigioso produttore Hal Willner (chi lo conosce sa che stiamo parlando di un fenomeno fuori dal comune) per celebrare la musica di Leonard Cohen. Ne è uscito fuori questo documentario inevitabilmente celebrativo nel quale gli spezzoni di concerto sono intervallati da brani di intervista in occasione dei quali Cohen ricostruisce frammenti di vita (gli anni vissuti sul mare Egeo, quelli trascorsi in un monastero buddista) e genesi di alcune canzoni. Poesia, religione, politica e amore sono i temi intorno ai quali si sprigiona l'immenso talento del canadese, tanto da far risultare i suoi commenti risultano essere l'aspetto più interessante del film, peraltro di difficile valutazione sotto il profilo cinematografico. Quanto alle canzoni, se da un lato spiccano le versioni di Suzanne (Nick Cave), If It Be Your Will (Antony) e Chelsea Hotel Nº 2 (Rufus Wainwright), comunque - data la voce di Cohen - inferiori all'originale, dall'altro quelle di Anthem (Perla Batalla & Julie Christensen) e soprattutto I Can't Forget (Jarvis Cocker) sono del tutto trascurabili.

lunedì 15 settembre 2014

Registe

anno: 2013       
regia: DELL'ERBA, DIANA
genere: documentario
con Maria de Medeiros, Eugenio Allegri, Toni Pandolfo, Marco Sabatino, Gian Maria Villani, Rebecca Volpe, Gloria Ramondetti, Lina Wertmüller, Cecilia Mangini, Francesca Archibugi, Francesca Comencini, Wilma Labate, Cinzia TH Torrini, Roberta Torre, Antonietta De Lillo, Giada Colagrande, Donatella Maiorca, Anne Riitta Ciccone, Maria Sole Tognazzi, Ilaria Borrelli, Anna Negri, Nina di Majo, Susanna Nicchiarelli, Elisa Mereghetti, Alina Marazzi, Paola Randi, Donatella Baglivo, Stefania Bonatelli, Anselma Dell'Olio, Eliana Lo Castro Napoli, Gian Luigi Rondi, Silvana Silvestri
location: Italia
voto: 2,5

Difficile non farsi prendere da un attacco di misoginia dopo avere visto questo pessimo documentario di Diana Dell'Erba, il cui tono rivendicativo emerge fin dalla didascalia in testa all'opera: da statistiche non ufficiali, dice, risulta che in Italia su 100 registi solo 7 sono donne. Il film è tutta una geremiade sulla discriminazione, su quanto sia difficile, se si porta la gonna, ottenere quattrini dai produttori e tenere a bada i maschiacci (soprattutto se meridionali, sentenzia Ilaria Borrelli, la minus habens che ha girato film come Mariti in affitto e Wine and kisses e alla quale spetta l'Oscar per le risposte più insulse, ex aequo con Nina Di Majo che ci tiene a sottolineare che lei, poverina, per girare i film deve imbruttirsi, altrimenti è tutto un viavai intorno alle sue sottane…).
Non una parola, se non quelle di quella vecchia cariatide di Gian Luigi Rondi, sul contributo delle donne al cinema italiano, fatta eccezione per la pioniera Elvira Notari, a cui Maria De Medeiros presta il volto per una ricostruzione fiction imbarazzante, per Lina Wertmüller e per Liliana Cavani. Ma gente come Donatella Maiorca (Viola), Anne Riitta Ciccone (Le sciamane), Susanna Nicchiarelli (Cosmonauta) e la stessa Nina di Majo (Autunno) li vedono i film di colleghi come Soldini, Giordana, Garrone e Sorrentino o vivono sulla luna? Al di là delle desolanti testimonianze (irritante il citazionismo di Alselma Dall'Olio, il marito di Giuliano Ferrara, e di Francesca Archibugi), questa docufiction è un'accozzaglia di sciatteria, immagini flou con una bambina alle prese con un puzzle e vuoto pneumatico di idee. La Dell'Erba, poi, non è neppure in grado di curare il sonoro, che in alcuni momenti è ovattatissimo. Anche se le parole della Ciccone sono tutte ampiamente perdibili.    

domenica 14 settembre 2014

Senza nessuna pietà

anno: 2014       
regia: ALHAIQUE, MICHELE
genere: noir
con Pierfrancesco Favino, Greta Scarano, Claudio Gioè, Adriano Giannini, Ninetto Davoli, Iris Peynado, Renato Marchetti, Samantha Fantauzzi, Francesco Petrazzi, Edoardo Sala
location: Italia
voto: 5

Mimmo (Fabino) è un operaio romano sulla quarantina rimasto orfano da giovane e cresciuto dallo zio malavitoso per conto del quale ogni tanto deve fare qualche commissione, come rompere le ossa a qualche creditore. Il cugino belloccio e debosciato (Giannini) lo incarica di andare a prendere una escort (Scarano) per portarla a un festino. Infastidito dalla grevità e dalla violenza che il congiunto usa nei confronti della ragazza, Mimmo lo massacra con una furia incontenibile. Lo zio non è tanto contento dell'accaduto e così lo manda a cercare dai suoi scagnozzi, mentre Mimmo si preoccupa di mettere in salvo la ragazza.
Per il suo esordio dietro la macchina da presa il palestratissimo trentacinquenne Michele Alhaique (lo si è visto recitare in una quantità di film mediocri come Polvere, L'uomo che ama, con lo stesso Favino come protagonista, La prima linea, Qualche nuvola e Cavalli) sceglie una storia cotta e stracotta (da Le conseguenze dell'amore a L'intervallo, giusto per rimanere nel territorio italiano), rallenta l'azione a ritmi da narcosi e si preoccupa moltissimo di dare al suo noir stravisto un taglio da cinema d'autore, con riprese eleganti e stacchi musicali enfatici. Forma (a parte quella di Favino, imbolsito a dismisura per l'occasione) impeccabile, contenuti inesistenti.    

mercoledì 10 settembre 2014

Belluscone - Una storia siciliana

anno: 2014       
regia: MARESCO, FRANCO
genere: grottesco
con Ciccio Mira, Salvatore De Castro (Erik), Vittorio Ricciardi, Tatti Sanguineti, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Marcello Dell'Utri
location: Italia
voto: 8

Il regista più iconoclasta del cinema italiano, co-ideatore della Cinico tv, torna a 4 anni di distanza dal mirabile Io sono Tony Scott con un altro film "monografico", dedicato stavolta ai rapporti tra la sua terra, la Sicilia (o meglio, il quartiere Brancaccio di Palermo) e Berlusconi nonché alle origini mafiose del successo di Forza Italia e ai legami dell'uomo di Arcore con Dell'Utri, presente nel film in un ritaglio tra l'esilarante e il drammatico (la registrazione si blocca improvvisamente e Maresco dà in escandescenze con le maestranze: "Ci ho messo sei mesi per convincerlo a farlo intervistare!", borbotta, mentre quello accenna niente di meno che alle responsabilità di Berlusconi nella morte di Enrico Mattei). Opera incompiuta e rapsodica girata con registro scanzonato, Belluscone mette al centro del film i cantanti neomelodici e l'impresario che più li sponsorizza a Palermo, quel Ciccio Mira legato a doppio filo con la mafia. Dei problemi produttivi, distributivi, legali e persino psicologici (una depressione fortissima a seguito del travaglio del film) si è fatto carico il critico cinematografico Tatti Sanguineti (lo abbiamo visto anche recitare in Due vite per caso, Fuga dal call center, Sogni d'oro e Il caimano nonché in Come inguaiammo il cinema italiano, il film che lo stesso Maresco, insieme al suo sodale di un tempo Daniele Ciprì, dedicò alla coppia di punta della comicità siciliana: Franco e Ciccio). Lo storico del cinema di origini liguri ha raccolto il materiale provvisorio del film e lo ha cucito in una sorta di thriller enigmistico dal quale emerge tanto l'ostracismo nei confronti di Maresco quanto la sua inguaribile verve sarcastica, messa a servizio di un mondo ipertrash sul quale ha attecchito, resistendo all'usura del tempo, il germe dell'immarcescibile successo del cavaliere.
Premio speciale della Giuria Orizzonti, premio ARCA Cinemagiovani miglior film italiano alla 71. mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2014).    

martedì 9 settembre 2014

Being Flynn

anno: 2012       
regia: WEITZ, PAUL  
genere: drammatico  
con Robert De Niro, Paul Dano, Julianne Moore, Olivia Thirlby, Eddie Rouse, Steve Cirbus, Lili Taylor, Victor Rasuk, Liam Broggy, Chris Chalk, Wes Studi, Michael Gibson, Thomas Middleditch, Sarah Quinn, Ben Foronda, Dale Dickey, Joshua Alscher, Dawn McGee, Billy Wirth, Kelly McCreary, Deidre O'Connell, Katherine Waterston, Robert Andrews, Michael Genadry, Kelli Crump, Dara Tomanovich, Jane Lee, Evan Wadle, Victor Pagan, Rony Clanton, Michael Buscemi, Lorenzo Murphy, William Sadler, Joseph Prioleau, Lee Stringer, John O'Brien, Joey Boots, Luis Moco, Marilyn Torres, Stephen Williams, Roy Milton Davis, Rufino Colon, Jeff Ware, Samira Wiley, Stuart Rudin, Gabriel Millman, Thomas Hoffman, Joyce Myricks, Dwight Folsom, Carlton Bembry, George Asatrian, Anthony Piccolo, Kevin Keels  
location: Usa
voto: 4,5  

Jonathan Flynn (De Niro) è un tassinaro omofobo, razzista e mitomane che le circostanze della vita portano a vivere come un clochard. Dopo diversi espedienti, trova un giaciglio in un dormitorio pubblico di Boston nel quale presta servizio Nick (Dano), il figlio che non vede da 18 anni e che la madre del ragazzo (Moore), morta suicida, ha cresciuto da sola. Tra i due - entrambi con vocazioni letterarie malriposte - inizia un difficile rapporto.
Tratto dal romanzo autobiografico di Nick Flynn e mai arrivato nelle sale italiane, il film è l'ennesima variante sul tema dei padri assenti (non basterebbe una pagina a citarli tutti), i cui unici motivi di interesse sono la gara di bravura tra i due protagonisti (Dano è sempre più una certezza, De Niro un gigante) e le canzoni che compongono la colonna sonora di Badly Drawn Boy, che proprio grazie a un film di Paul Weitz (About a boy) si fece conoscere dal grande pubblico.    

domenica 7 settembre 2014

I nostri ragazzi

anno: 2014       
regia: DE MATTEO, IVANO    
genere: drammatico    
con Alessandro Gassman, Luigi Lo Cascio, Giovanna Mezzogiorno, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Jacopo Olmo Antinori, Lidia Vitale, Antonio Salines, Roberto Accornero, Sharon Alessandri, Giada Fradeani, Cristina Puccinelli, Antonio Grosso, Lupo De Matteo, Adamo Dionisi, Melinda De Matteo    
location: Italia
voto: 9

C'è una scena del quarto lungometraggio di Ivano De Matteo, il regista dell'ottimo Gli equilibristi, che la dice lunghissima sui genitori della mia generazione: quella in cui la mamma di uno dei ragazzi protagonisti del film (Mezzogiorno) si reca al ricevimento dei professori e, davanti alle considerazioni non molto lusinghiere del docente, non fa che difendere il figlio (Antinori) con argomenti apodittici e vacui. Figuriamoci poi se quello stesso figlio, durante una notte brava, manda in coma una barbona a seguito di un pestaggio operato insieme alla cugina (Laurenti Sellers). E' questo il nucleo attorno al quale ruota questa stupefacente prova del regista romano: un caso di coscienza sul quale due fratelli, genitori dei due ragazzi, e le rispettive mogli si trovano a dover decidere. Proteggerli o no dalle conseguenze del brutale reato? La risposta la troviamo nell'incipit di un libro scritto di recente da Antonio Polito, Contro i papà: "con l'eccezione dei rampolli della dinastia Ming e di quelli dell'aristocrazia nella Francia prerivoluzionaria, i nostri figli sono i più viziati della storia dell'umanità". Questi hanno ogni genere di cattiva abitudine: fumano, bevono, si drogano, si fanno portare la cena in camera, vanno in giro con le minicar a 17 anni. Non a caso il film, che - tratto dal best seller di Herman Koch - pone una questione morale rilevantissima, avendo l'enorme merito di mostrare due aspetti cruciali: la differenza tra la teoria e la prassi e la capacità, da genitori, di assumersi responsabilità. Tutt'altro che consolatorio, I nostri ragazzi mette di fronte due fratelli che non potrebbero essere più diversi: Massimo (Gassman), avvocato di successo abituato a una vita agiatissima, e Paolo (Lo Cascio), chirurgo pediatra con una spiccata sensibilità verso il sociale. Capiamo subito che i due sono su sponde opposte quando si trovano l'uno a dover difendere un poliziotto dalla testa calda (Grosso) che ha ucciso per legittima difesa e l'altro a dover operare il figlio della vittima, rimasto colpito durante un alterco per motivi di viabilità.
Cinema ad altissimo tasso di impegno morale e civile, I nostri ragazzi è un'implacabile denuncia nei confronti di una generazione di genitori scriteriati, che - con poche eccezioni - sono stati del tutto incapaci di fornire coordinate adeguate ai propri figli in merito alla convivenza sociale. Se i contenuti sono di alto profilo, la forma non è da meno: a un montaggio efficace, un ritmo elevato e una recitazione quasi sempre eccellente si uniscono alcune raffinatezze nella fotografia e nelle scenografie. Un capolavoro con un solo neo: quello della recitazione sempre uguale a se stessa di Giovanna Mezzogiorno: dopo tre anni di assenza dal set per maternità, avrebbe fatto meglio a farci scodare di lei. 

sabato 6 settembre 2014

Smile

anno: 2014       
regia: TOSCO, DAVIDE    
genere: documentario    
location: Italia
voto: 4    

"La droga? È un problema degli adulti. Per noi è un modo di vivere, un passatempo". Lo afferma uno dei ragazzi intervistati in questo film che annuncia una serie tv da sballo (suppongo, visto il tema). Fossero tutti così, i giovani, avremmo di che preoccuparci. Il problema è che il documentario che non documenta non ci fornisce sostanzialmente altra informazione se non che si stima (si stima?) che in Italia le persone che fanno uso di sostanze stupefacenti sono 2.327.335 (Report nazionale sull'uso di sostanze). Mi piacerebbe sapere come hanno ottenuto la cifra delle unità. A parte questi dettagli, il film sembra essere stata l'occasione per testare tutto il corredo audiovisivo imparato nelle scuole di cinema: montaggio vorticoso, musica tonitruante e invadentissima, effetti eco, ralenty e accelerazioni improvvisi, split screen e chi più ne ha più ne metta. Ma di contenuti non c'è traccia. Il genitore che volesse guardare il documentario per farsi un'idea del problema ne uscirebbe sconcertato: non solo perché alla frase "o hanno un popper in mano oppure non si divertono" non capirebbe, pensando al filosofo austriaco, ma anche perché il documentario si pone in modo talmente asettico da vellicare il dubbio che voglia essere così super partes da legittimare la filosofia dello sballo. Non a caso, la parola che si ascolta di più è "divertimento", usata in contrapposizione con "futuro", termine che a questa generazione sembra davvero fare paura. "Sinceramente", come dicono ormai 9 ragazzi su 10.   

The host

anno: 2006       
regia: BONG, JOON-HO 
genere: horror 
con Kang-ho Song, Hie-bong Byeon, Hae-il Park, Doona Bae, Ah-sung Ko, Dal-su Oh, Jae-eung Lee, Dong-ho Lee, Je-mun Yun 
location: Corea del Sud
voto: 4 

Immaginate se Stanley Kubrick avesse diretto un film scritto da Neri Parenti e interpretato da Aldo Maccione. È pressappoco quello che succede con questo lavoro del regista sudcoreano Bong Joon Ho. La vicenda narrata è quella di uno scienziato che, non avendo di meglio da fare, rovescia ettolitri di formaldeide nelle condutture fognarie che si riversano sul fiume di Seoul. Ne nasce un lucertolone famelico, l'ospite del titolo, che terrorizza la popolazione e si crea un ripostiglio molto personale di cadaveri umani. Una ragazzina sopravvive e la sua famiglia la cerca per tutto il film. Embè?, direte voi. Embè, ho detto io dopo aver letto una recensione di Ferzetti che per l'occasione scomodava il termine "cult". Questo presunto film horror che non impaurisce neppure per un istante raccontando la pandemia scatenata dal presunto virus collegato al mostro acquatico mutante, subisce continui scantonamenti nel grottesco, è recitato in maniera dilettantistica eppure è girato benissimo, con movimenti di macchina e uso del sonoro e della computer graphic davvero mirabili. Ma è la bruttissima copia di un qualsiasi Godzilla completamente privo di contenuti.    

mercoledì 3 settembre 2014

Matilda

anno: 1990       
regia: DE LILLO, ANTONIETTA  * MAGLIULO, GIORGIO   
genere: commedia   
con Silvio Orlando, Carla Benedetti, Luigi Petrucci, Gianni Agus, Wanna Polverosi, Mario Santella, Carmen Scivittaro, Milena Vukotic, Tino Schirinzi   
location: Italia
voto: 3,5   

Matilda (Benedetti) è una ragazza di buona famiglia che vive a Napoli con i genitori e il fratello (Petrucci) ma desidera sposarsi. Il problema è che sembra che lei porti sfortuna: i suoi ultimi tre compagni sono tutti morti all'improvviso per degli incidenti. Quando conosce Torquato (Orlando), intellettuale del tutto refrattario al matrimonio ma sul punto di essere abbandonato dalla governante, sembra che finalmente possa essere la volta buona nonostante le resistenze dell'uomo. Con l'occasione, verranno a galla le vere ragioni della iella che sembra affliggere Matilda.
Bozzetto minimalista a basso costo che cerca di inquadrare il tema della superstizione, pregnante nella capitale della cabala che è Napoli (dalla quale provengono i due registi e il protagonista), in una cornice che sta tra la commedia rosa e il thriller. Il ritmo molle, la scelta di una protagonista non proprio di primissimo ordine (dopo una comparsata ne Il muro di gomma di Marco Risi, la Benedetti sparì dalla scena cinematografica) e una regia tanto anonima quanto invisibile fanno di Matilda un film destinato a una definitiva sepoltura nell'oblio.

Banditi a Orgosolo

anno: 1961   
regia: DE SETA, VITTORIO  
genere: drammatico  
con Michele Cossu, Peppeddu Cossu, Vittorina Pisano  
location: Italia
voto: 6,5  

Cronaca di una fuga. Il pastore Michele (Cossu) viene ingiustamente accusato dell'omicidio di un carabiniere durante un conflitto a fuoco con alcuni banditi del Supramonte. La sua unica colpa è che il fattaccio è accaduto nella sua capanna. Con le pecore e il fratellino al seguito, decide allora di scappare per i monti della Sardegna.
Il documentarismo programmatico di Vittorio De Seta è esplicito fin dalle prime battute del film, quando annuncia che "Questa storia accade oggi, in Sardegna, nel paese di Orgosolo. Questi sono pastori di Orgosolo.  […] L'anima di questi uomini è rimasta primitiva, quello che è giusto per la loro legge non lo è per quella del mondo moderno. Per loro contano solo i vincoli della famiglia, della comunità, tutto il resto è incomprensibile, ostile. Anche lo Stato, che è presente con i carabinieri, le carceri. Della civiltà moderna conoscono soprattutto il fucile". Sono gli stessi pastori, attori non professionisti, a interpretare il film che fu premiato a Venezia come migliore opera prima. Il familismo, il disconoscimento delle istituzioni e il rifiuto della legge sono portati alle loro estreme conseguenze tanto nell'ingiusto castigo, quanto nel delitto.