domenica 30 settembre 2012

Kate & Leopold

anno: 2002   
regia: MANGOLD, JAMES
genere: sentimentale
con Meg Ryan, Hugh Jackman, Liev Schreiber, Breckin Meyer, Natasha Lyonne, Bradley Whitford, Paxton Whitehead, Stan Tracy, Philip Bosco, Andrew Jack, Josh Stamberg, Charlotte Ayanna, Matthew Sussman, Spalding Gray
location: Usa
voto: 5

Attraverso un portale che passa le epoche, uno stralunato inventore (Schreiber) arriva nel 1876. Viene visto dal duca Leopold Alexis Mountbatten (Jackman), che, nell'inseguirlo, finisce ai giorni d'oggi (o quasi), con tutto il corto circuito cognitivo che ciò comporta. Il duca presta il suo viso e i suoi modi garbati alla pubblicità di un pessimo prodotto alimentare e si innamora della ex dello scienziato (Ryan), la quale ovviamente non crede che lui possa davvero venire da un'altra epoca.
Dato lo spunto di partenza, Mangold, altrove mostratosi regista di valore (Dolly's restaurant, Quando l'amore brucia l'anima), avrebbe potuto ottenere molto di più da un film del genere, che rimane lontanissimo dal primo Ritorno al futuro. Tutto si condensa in un'operetta sentimentale prevedibilissima, corredata da una fiacca critica al presente e da attori quasi tutti fuori parte, con Meg Ryan che quando sarà prossima al secolo di vita continuerà a sfoggiare le sue mossette da 14enne.
Applauso per la versione italiana dei dialoghi, che ha sostituito la Bohème (1896) con la Traviata. Una svista in fase di sceneggiatura che la dice lunga sull'impegno messo nella scrittura del film.

giovedì 27 settembre 2012

Bella addormentata

anno: 2012       
regia: BELLOCCHIO, MARCO
genere: drammatico
con Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Gianmarco Tognazzi, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gigio Morra, Federica Fracassi, Roberto Herlitzka, Carlotta Cimador, Antonio De Matteo, Vanessa Scalera, Francesca Golia, Cristina Odasso, Giulia Maulucci, Sara Alzetta, Fabrice Scott, Enrico Cavallero, Riccardo Cirilli, Carmelo Galati, Simona Nobili, Giacomo Tarsi, Vittoria Piancastelli, Bruno Cariello, Paola Tarantino, Caterina Silva, Filippo Gili, Raffaella Cascino, Francesca Bigi, Mario Martinelli, Alessandro Federico, Eleonora Fuser, Diana Hobel, Paola Bonesi, Giorgio Basile, Francesco Roder, Maurizio Fanin, Angela Favella, Ruth Morandini, Diego Pagotto, Antonio Pauletta, Carla Stella, Silvio Berlusconi, Emma Bonino, The Dalai Lama, Giorgio Napolitano, Saverio Costanzo
location: Italia
voto: 8

Nei due giorni che precedono la morte di Eluana Englaro, tenuta per 17 anni in stato di coma vegetativo e alimentazione coatta e diventata oggetto di un dibattito nazionale sul diritto alla vita, entriamo in tre storie diverse, ciascuna delle quali è legata ai temi dell'eutanasia e del suicidio assistito. C'è un politico del Popolo delle libertà (Servillo), stufo dei diktat del suo capo, che alla vigilia del varo di una legge medita di votare contro il pronunciamento del Senato che vorrebbe obbligare Peppino Englaro, padre di Eluana, all'accanimento terapeutico. Nella vicenda personale del politico c'è la morte dell'amata moglie dopo una lunga agonia e una figlia neo-focolarina (Rohrwacher) che con delle amiche si reca a Udine per manifestare, a suon di cori e preghiere, il presunto diritto alla vita e finendo per innamorarsi del "nemico" (Riondino). Poi c'è l'attrice di teatro di livello internazionale (Huppert) che ha smesso di lavorare per recitare soltanto il proprio dolore, assistendo la figlia in coma da lungo tempo, e che nella sua casa damascata obbliga le domestiche a preghiere forsennate affinché la congiunta si svegli. E infine c'è un medico di incrollabili convinzioni laiche (Piergiorgio Bellocchio) che si trova a dover gestire il difficile caso di una tossica con fortissime inclinazioni suicide (Sansa).
A 70 anni passati Marco Bellocchio firma il suo film più bello, cinema che vola altissimo per raccontarci in maniera tutt'altro che manichea il problema dell'eutanasia e del diritto alla vita. Sullo sfondo si avverte il bordone dei dibattiti televisivi, delle dichiarazioni sconsiderate, delle dirette dal parlamento, si vedono senatori in costume adamitico che seguono la vicenda tra i vapori delle beauty farm di palazzo Madama, viene ricostruito impeccabilmente il faccia a faccia dei dimostranti a Udine. Al centro, in figura, le tre storie che arpeggiano lungo tutta la tastiera del dicibile su un tema tanto delicato, con un cast di attori di grido in stato di grazia e un Servillo che, messa da parte la maschera istrionica, giganteggia nel dare spessore e umanità al suo personaggio in cerca di coerenza ed espiazione, consapevolissimo del fatto che "il dolore non nobilita l'uomo: lo umilia e lo spezza".
Premio Brian alla 69. mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2012). Fabrizio Falco ha ottenuto il premio Marcello Mastroianni (anche per È stato il figlio di Daniele Ciprì).    

mercoledì 26 settembre 2012

Tutti i numeri del sesso (Sex and Death 101)

anno: 2007       
regia: WATERS, DANIEL
genere: commedia fantastica
con Simon Baker, Winona Ryder, Leslie Bibb, Mindy Cohn, Robert Wisdom, Patton Oswalt, Tanc Sade, Julie Bowen, Neil Flynn, Dash Mihok, Sophie Monk, Frances Fisher, Marshall Bell, Natassia Malthe, Pollyanna McIntosh, Nicole Bilderback, Siobhan Flynn, Christopher Stapleton, Laura Brokaw, David Bortolucci, Candice Coke, Jessica Kiper, Robert Patrick Benedict, Corinne Reilly, Cindy Pickett
location: Usa
vtoo: 5

Alla vigilia delle nozze Roderick (Baker) riceve una strana lista nella quale sono  riportati i nomi di tutte le donne con cui ha fatto l'amore nel corso della  sua vita. Il problema è che la lista prosegue con una considerevole cifra di  nomi. A quel punto Roderick manda a monte il matrimonio per mettersi a caccia  delle femmine riportate nell'elenco, sapendo di andare a colpo sicuro. Ma si  renderà conto che assecondare il destino non è sempre conveniente. 
Brillante nella prima parte, quando alla commedia rosa si sovrappone un plot che sta tra il giallo e il fantasy, alla lunga il film numero due di Daniel Waters - già sceneggiatore del pessimo Schegge di follia, nel quale fu mentore di Winona Ryder - si avvita sulla  ripetizione della stessa trovata (la conquista della prossima "vittima"),  per poi naufragare in un pistolotto finale moralista e sideralmente distante dal registro oltraggioso al quale ammicca il titolo: come sempre a vincere sono i valori della famiglia e della stabilità coniugale. Un peccato, perché l'idea sulla  quale punta il film, nel quale eros e thanatos si danno appuntamento a metà strada tra L'inafferrabile signor Jordan e Sliding doors, avrebbe funzionato con uno svolgimento più controllato e con qualche buco di sceneggiatura in meno.    

domenica 23 settembre 2012

Schegge di follia (Heathers)

anno: 1989       
regia: LEHMANN, MICHAEL
genere: grottesco
con Winona Ryder, Christian Slater, Shannen Doherty, Lisanne Falk, Kim Walker, Penelope Milford, Glenn Shadix, Lance Fenton, Patrick Labyorteaux, Jeremy Applegate, Mark Bringleson, Mark Carlton, Bill Cort, Larry Cox, Andy David, Adrian Drake, Renee Estevez, Kevin Hardesty, John Ingle, Chuck Lafont, Carrie Lynn, Stuart Mabray, John Matthews, Christie Mellor, Aaron Mendelsohn, Bess Meyer, Betty Ramey, Jennifer Rhodes, Josh Richman, Kirk Scott, Kent Stoddard, Sherrie Wills, John Zarchen, Phill Lewis
location: Usa
voto: 1

Prendete due film come Porky's e Il tempo delle mele, aggiungeteci una quota massiccia di grottesco del genere scorreggione e servite: avrete come risultato questo inqualificabile Schegge di follia, teen-movie travestito da sardonico film di vendetta. La protagonista è una ragazzina insicura e poco integrata a scuola (Ryder), che trova il suo alter ego in un coetaneo disadattato (Slater). Insieme i due cominciano a progettare vendette, regolarmente camuffate da suicidi, dove ci scappa il morto. Ma prima del grande botto finale la ragazza si ravvede.
È il più classico dei film degli anni '80: ci sono le acconciature vaporose per le femmine e col gel per i maschi degli anni '80, la musica con un insopportabile tappeto di tastiere elettroniche molto anni '80, la sguaiataggine degli anni '80, il disimpegno tipico da teen movie degli anni '80, la ricerca di una cifra stilistica di grana grossa caratteristica del cinema americano indipendente degli anni '80, attori destinati tutt'al più alle sit-com americane degli anni '80. Kitsch allo stato puro, per estimatori del vomito e della cialtroneria cinematografica più spinta all'insegna dello humour nero.    

giovedì 20 settembre 2012

Gli equilibristi

anno: 2012       
regia: DE MATTEO, IVANO
genere: drammatico
con Valerio Mastandrea, Barbora Bobulova, Maurizio Casagrande, Rolando Ravello, Rosabell Laurenti Sellers, Grazia Schiavo, Antonio Gerardi, Antonella Attili, Stefano Masciolini, Giorgio Gobbi, Francesca Antonelli, Damir Todorovic, Antonio Tallura, Daniele La Leggia, Pier Luigi Misasi, Lupo De Matteo
location: Italia
voto: 8,5

Una scappatella di troppo, una moglie austera (Bobulova) che non perdona e… crack! Il meccanismo delicatissimo sul quale si reggeva la tranquillità familiare di una coppia con figli (lei una segretaria, lui impiegato all'anagrafe di Roma) si rompe e per Giulio (un Mastrandrea capace ancora una volta di lasciare lo spettatore a bocca aperta, con una prova di interiorizzato spessore) inizia un calvario che passa per la stanzetta a casa dell'ignara mamma di un amico, quella in una pensioncina alla stazione Termini con bagno in comune fino alle dormite in auto, la richiesta continua di prestiti, il doppio lavoro - di notte, a faticare - e una vita che non esiste più e ti spingerebbe persino a farla finita…
Una traiettoria troppo scontata? A chi dovesse avanzare simili critiche al film di Ivano De Matteo - che con Gli equilibristi riscatta Ultimo stadio, pessima prova d'esordio di molti anni prima - va consigliato di andarsi a leggere le analisi sociologiche prodotte nei rapporti della Caritas. Il film del regista romano si trova in perfetto equilibrio tra Umberto D. e le commedie alla Verdone, pur adottando un registro amarissimo, che mette in mostra un'umanità da bassifondi (l'ultracinquantenne costretto a fare il pony express; l'amico che fa lavorare Giulio in nero ai mercati generali; l'affittuaria cinica; l'inflessibile proprietaria della pensione; i clochard che arrivano alle mani) abituata alla giungla della sopravvivenza. Idealmente complementare a un film come Giorni e nuvole, Gli equilibristi prenota un posto di diritto nell'archeologia del cinema, per quando - tra molti anni - qualcuno vorrà rivedere com'era la vita ai tempi della crisi, cosa voleva dire vivere con 1200 euro al mese, perdere la dignità agli occhi dei propri figli e a quale degrado può portare una separazione, che in Italia - tra i pochi Paesi in Occidente - rimane un privilegio da benestanti.
Cast di contorno strepitoso e credibilissimo, con una menzione particolare per Rosabell Laurenti Sellers (già vista in Ex e Femmine contro maschi), nel ruolo della figlia adolescente.    

martedì 18 settembre 2012

Gocce d’acqua su pietre roventi (Gouttes d’eau sur pierres brulantes)

anno: 1999   
regia: OZON, FRANÇOIS
genere: grottesco
Bernard Giraudeau, Malik Zidi, Ludivine Sagnier, Anna Thomson
location: Germania
voto: 3


Fassbinder non mi è mai piaciuto. All'interno del nuovo cinema tedesco era il regista che trovavo più indigesto, considerandolo sempre la retroguardia dell'avanguardia, l'esponente di un cinema post-brechtiano da latex e fumosi locali da suburra. Figuriamoci adesso, con un suo vecchio copione ambientato negli anni '70 e mai rappresentato, che a distanza di un trentennio risulta quanto mai anacronistico. Alla sua seconda prova di regia, il francese Ozon, dopo avere picchiato duro con Sitcom, decide di bissare il colpo riprendendo un progetto del maestro (con la minuscola), lasciandone inalterata l'ambientazione e ricordandoci quanto meschini e infelici possano essere gli uomini.
La vicenda, che si svolge in quattro atti tutta all'interno della stessa casa e di un rigidissimo impianto teatrale, ruota intorno a una coppia stonata fin dall'inizio: un 50enne prestante (Giraudeau) e un ventenne dalla sessualità incerta (Zidi), alla fine entrambi bisex. I due iniziano una relazione, quindi una convivenza. Col tempo i rapporti si guastano, ricompaiono le rispettive compagne di una volta (quella del signore di mezza età è un uomo che ha cambiato sesso; la ragazzetta del più giovane è Ludivine Seigner, corpo di inesplicabile perfezione), l'incontro sembra si stia per trasformare in un'orgia ma ne esce un dramma.
Ozon spinge sul registro grottesco senza riuscire a essere davvero provocatorio e ripetendoci quanto travaglio ci possa essere nella vita di coppia e nel chiuso della relazione, inserendo anche un inutile balletto e trovate registiche che sembrano la brutta copia di un incrocio tra Rohmer e Resnais.    

lunedì 17 settembre 2012

L’ultimo treno

anno: 2001       
regia: BOGAYEVICZ, YUREK
genere: drammatico
con Haley Joel Osment, Willem Dafoe, Liam Hess, Richard Banel, Olaf Lubaszenko, Malgorzata Foremniak, Andrzej Grabowski, Chiril Vahonin, Olga Frycz, Dorota Piasecka, Wojciech Smolarz, Marek Weglarski, Edyta Jurecka, Ryszard Ronczewski, Krystyna Feldman, Eugene Osment, Krzysztof Pieczynski, Stefania Wasko, Marian Czekalski, Aldona Grochal, Maria Andruszkiewicz, Ewa Braniecka, Jerzy Swiatlon, Etl Szyc, Jerzy Gudejko, Maja Barelkowska, Piotr Szyc, Grzegorz Lukawski, Pawel Okraska, Karolina Wedrychowicz, Grzegorz Jozwiak, Andrzej Róg, Romek Szymczyk, Piotr Walczak, Hanna Walczak, Grzegorz Matysik, Emilian Kaminski, Dawid Zawadzki, Borys Szyc, Waldemar Barwinski, Justyna Sienczyllo, Michal Chorosinski, Karolina Lutczyn, Karina Seweryn, Teodozja Jozwiak
location: Polonia
voto: 3

I film che raccontano l'Olocausto partono automaticamente con un punto in più, non fosse altro che per il fatto di star lì a ricordarci di quali oscene aberrazioni è stata ed è capace l'umanità. Tuttavia, la distanza che passa tra un'opera come Il pianista e questo film firmato da Yurek Bogayevicz è la stessa che potremmo ritrovare tra Rembrandt e il pittore della domenica.
Ambientato nella campagna nei dintorni di Cracovia, nel 1942, L'ultimo treno è un racconto di formazione al centro del quale troviamo un ragazzino ebreo (Osment) che un cattolico dal cuore d'oro, con la sua famiglia, prende sotto la sua ala protettiva allorquando i genitori del fanciullo si rendono conto che per gli ebrei non c'è scampo e che quello sarebbe stato l'unico modo per mettere in salvo il figlio. Il giovane sarà spettatore inerme di ogni nefandezza, compiuta non soltanto dei nazisti occupanti, ma anche da quelle stesse persone che la domenica vanno in chiesa ad ascoltare le omelie di un prete ambiguo (Dafoe).
Lezioso e melenso, il film di Bogayevicz ha un'estetica da telefilm, arranca nel racconto passando da un episodio all'altro con tagli al montaggio fatti con l'accetta, cerca la lacrima a tutti i costi non riuscendo mai a commuovere veramente. E questo nonostante la faccia perennemente crucciata di Haley Joel Osment (lo si ricorda ne Il sesto senso e A.I. - Intelligenza artificiale), un ragazzino precocissimo che sembrava destinato a una traiettoria nel  mondo del cinema simile a quella di Jodie Foster, e che invece ha conosciuto un successo meteoritico: la versione italiana del film lo affossa definitivamente con la voce di un doppiatore che sembra avere le adenoidi.    

sabato 15 settembre 2012

E' stato il figlio

anno: 2012       
regia: CIPRI', DANIELE 
genere: grottesco 
con Toni Servillo, Giselda Volodi, Giuseppe Vitale, Alfredo Castro, Aurora Quattrocchi, Alessia Zammitti, Fabrizio Falco, Benedetto Raneli, Pier Giorgio Bellocchio, Piero Misuraca, Nino Scardina, Giacomo Civiletti, Matteo Rizzo, Manuela Lo Sicco 
location: Italia
voto: 5

Fin dai tempi della Cinico TV Daniele Ciprì è stato l'aedo del degrado etico e culturale, colui che, insieme al compagno d'avventure Franco Maresco - dal quale qui per la prima volta si separa - ha saputo raccontare il brutto in una chiave grottesca e parossistica. Prosegue su quel solco anche questa sua opera solista, ambientata nell'estrema periferia di Palermo (ma in realtà girata a Brindisi), al centro della quale si trova la famiglia Ciraulo. Negli anni settanta - racconta l'avventore di un ufficio postale (Alfredo Castro, l'attore-feticcio di Pablo Larraín) - alla famiglia Ciraulo tocca in sorte la morte della piccola Serenella (Zammitti), colpita da un proiettile vagante mentre giocava in strada. I Ciraulo vengono a sapere che lo Stato italiano ha predisposto un fondo per i morti di mafia: e allora, prima ancora di ricevere il risarcimento, i Ciraulo si indebitano, finiscono in mano agli strozzini e infine acquistano il non plus ultra del consumo vistoso: una Mercedes. Ma una rigatura di troppo sulla macchina farà scoppiare un dramma di proporzioni apocalittiche.
Dispiace dirlo, ma alla prima uscita da single, Ciprì - pur confermando il suo talento visionario, ribadendo di avere un gran talento per la fotografia e riaffermando la sua vocazione iconoclasta - convince poco. Non che il film non sia originale: semplicemente, gira a vuoto intorno a uno spunto piccolo piccolo, gonfiato a dismisura da un Toni Servillo ancora più caricaturale e sopra le righe di quanto non fu in Gorbaciof ed eccessivamente preoccupato, insieme ai suoi comprimari, di dare fisicità ed espressione ai nuovi mostri, più brutti, sporchi e cattivi che mai.
Alla prima prova solista, Maresco batte Ciprì uno a zero. Palla al centro.
Al festival di Venezia, Premio per la fotografia a Daniele Ciprì, premio Marcello Mastroianni a Fabrizio Falco (anche per Bella addormentata di Marco Bellocchio.    

Totò che visse due volte

anno: 1998   
regia: CIPRÌ, DANIELE * MARESCO, FRANCO
genere: grottesco
con Salvatore Gattuso, Marcello Miranda, Carlo Girodano, Pietro Arcidiacono, Camillo Conti, Baldassarre Catanzaro, Fortunato Cirrincione, Francesco Anitra, Gioacchino Lo Piccolo, Antonio Carullo, Antonio Cirrincione, Giuseppe Pepe, Antonio Aliotta, Vincenzo Cacciarelli
location: Italia
voto: 5


Lo sguardo cinico e grottesco che Ciprì e Maresco hanno posato sul degrado della moralità umana fin dai tempi della Cinico TV e proseguito con Lo zio di Brooklyn, capolavoro dadaista segnato da una furia iconoscasta sconosciuta al cinema italiano, arriva qui al suo apogeo. Gusto della provocazione portato al parossismo, blasfemia e rovesciamento cristologico giungono qui a una potenza spaventosa, innestati in un trittico che culmina nella scena della crocifissione. Il primo episodio ha come protagonista un povero cristo erotomane (Miranda) turlupinato da tutto il paese, il quale, venuto a sapere dell'arrivo della prostituta Tremmotori, per poterla pagare ruba gli ex voto dell'edicola dell'Ecce Homo, pagandone le conseguenze. Nel secondo episodio siamo al capezzale di un omosessuale avanti con gli anni: il suo compagno tarda a raggiungerlo perché tema la brutalità del fratello. Nel terzo l'anziano messia Totò resuscita un uomo cha la mafia ha sciolto nell'acido: costui non perde tempo per vendicarsi.
Totò che visse due volte è troppo preso dall'urgenza di scardinare alla radice il lessico cinematografico, di mandare un messaggio forte come un pugno allo stomaco da finire col perdere la genuinità che invece mostrava il film precedente, riuscendoci benissimo viste le battaglie legali contro la censura di Stato. È l'apologia del brutto: gli ambienti di una Palermo coventrizzata e irreale, grazie alle luci sovraesposte di Luca Bigazzi, fanno da sfondo a un'umanità belluina, coprolalica, che parla soltanto un dialetto strettissimo (il film è sottotitolato). Sotto l'occhio della cinepresa passano unicamente maschi, che interpretano anche le parti femminili: uomini sdentati, freaks con un solo occhio, con la gobba, con pance debordanti. Uomini capaci di ogni abominio e stravaganza: dalla masturbazione collettiva della scena iniziale (siamo in un cinema a luci rosse dove si proietta la scena de Lo zio di Brooklyn nella quale un contadino copula con un'asina…) al rapporto sessuale con una gallina, passando per lo stupro omosessuale ai danni di un angelo, il raptus erotico verso una statua della Madonna, un angelo colto da dolori addominali e costretto a defecare per strada, un vecchio coperto da topi. Mai Ciprì e Maresco avevano alzato tanto la posta, arrivando a un'apoteosi del grottesco che lascia indietro persino Buñuel e Monteiro, firmando un film che turba, ma eccessivamente programmatico e cerebrale per lasciare il lasciare il segno fino in fondo.    

giovedì 13 settembre 2012

Il centro

anno: 2012   
regia: CONSIGLIO, STEFANO * DAL BOSCO, FRANCESCO
genere: documentario
location: Italia
voto: 8

Dopo aver girato un documentario sul tema del'omosessualità che rifaceva parzialmente il verso ai Comizi d'amore pasoliniani, Stefano Consiglio, coadiuvato in cabina di regia da Francesco Dal Bosco, torna in pieno territorio sociologico, pur evitando analisi e giudizi in tal senso, con un mediometraggio sulle cattedrali del consumo del XXI secolo: quei non luoghi - come li ha definiti Marc Augè - che sono i centri commerciali. Alle persone che li frequentano, spesso senza una meta, la troupe pone domande semplici: perché siete qui? Dovete fare degli acquisti? Siete felici? Cosa vi fa paura? A rispondere sono persone di diversa età, nazionalità e genere, tendenzialmente con un profilo socioeconomico e culturale assai modesto: dalla segretaria che "pagherebbe per diventare ricca" (sic) e vuole la monarchia, alla coppia mista musulmana con un papà scambiato per un nonno, passando per la commessa rumena patita per le scarpe, il convertito fanatico e reazionario, il 21enne rumeno che va lì a bighellonare, la famiglia libica reduce dalla primavera araba, la ragazzetta russa che spera di sfondare in TV, il meccanico in bolletta con famiglia, i tre giovanissimi muratori testimoni di Geova. Ma le testimonianze più toccanti sono quelle di due solitari: un 57 messo in esubero dal'azienda, incattivito dalla vita e verboso, e l'ex funzionario e sindacalista FIAT costretto a vivere in un camper da una moglie che a 70 anni l'ha sbattuto fuori di casa.
In questo sorprendente documentario, che fotografa perfettamente la congiuntura storica della crisi, si coglie la capacità degli autori di sospendere il giudizio, restituendo al tempo stesso l'immaginario da giardino dei sogni che il centro commerciale esercita sui suoi avventori, il non luogo che ha sostituito le chiese e le piazze nell'immaginario collettivo, un centro sempre più collocato nelle periferie.    

martedì 11 settembre 2012

L'ospite segreto

anno: 2003   
regia: MODUGNO, PAOLO 
genere: drammatico 
con Corso Salani, Romina Mondello, Ludgero Fortes Dos Santos, Spiros Focás, Gigi Angelillo, Ben Gazzara 
location: Italia
voto: 1

Non basta l'intento encomiabile e politicamente corretto di abbattere i pregiudizi sugli immigrati, non basta ispirarsi a Il clandestino di Joseph Conrad né incassare i quattrini del Ministero dei Beni Culturali per fare un film decente. Con L'ospite segreto siamo a uno dei tanti, troppi casi in cui il cinema italiano tocca il grado zero della scrittura filmica. La storiellina, ultraschematica, è questa: un profugo (Fortes Dos Santos) che sta per imbarcarsi su una carretta del mare si rivela essere una presenza scomoda per i loschi traffici dei naviganti. Angariato da questi ultimi, fugge buttandosi in acqua, fino a raggiungere la nave guidata dal capitano Alliano (Salani), che lo imbarca e lo nasconde all'interno di essa. Tra i due nasce un rapporto di reciproca fiducia, che si consoliderà quando il clandestino sarà costretto a fare i conti con la giustizia dopo varie peripezie e accuse ingiuste.
Non c'è una sola cosa che funzioni in questo film: gli attori che parlano tutti col birignao e, quanto a pronuncia, si lasciano sovrastare dal clandestino (credibilissimo!...), dialoghi in punta di plancia sopra i massimi sistemi, la Mondello (stendiamo un velo pietoso sul suo curriculum da attrice) che con la sua voce da bambina di tre anni duetta con Ben Gazzara, l'unico attore al mondo che lavori col torcicollo incorporato. Ma l'apice lo toccano gli inserti del tutto gratuiti in cui si vedono stralci di concerto dei Sarah F. Dietrich e Mark Hanna: uno spottone per una musica insopportabilmente molesta.    

lunedì 10 settembre 2012

Hulk

anno: 2003   
regia: LEE, ANG
genere: fantastico
con Eric Bana, Jennifer Connelly, Sam Elliott, Josh Lucas, Nick Nolte, Brooke Langton, Sasha Barrese, Cara Buono, Lou Ferrigno
location: Usa
voto: 7

Uno dei più camaleontici registi delle storia del cinema, dopo essere passato per le atmosfere raffinate e rarefatte de Il banchetto di nozze, alla peggiore sintesi immaginabile tra oriente e occidente (La tigre e il dragone) approda, dopo una serie ininterrotta di cambiamenti di strada, ai supereroi della Marvel. E lo fa tirando fuori dalla manica l'asso che non ti aspetti, quello di un confronto edipico che poggia su un personaggio (il padre di Hulk) che non era nella serie originale nata negli anni Sessanta. Siamo nei paraggi de La bella e la bestia o, se preferite, de Il gobbo di Notre Dame, con inevitabili rimandi anche a Frankenstein e King Kong. La storia è quella di uno scienziato pazzo (interpretato da un mefistofelico Nick Nolte) che pur di sperimentare inietta i risultati dei suoi intrugli in suo figlio, ancora piccolissimo. Quando quest'ultimo (Bana) diventa adulto, convinto per anni che i suoi genitori siano morti in un incidente, finisce per manifestare i segni di quella iniezione letale subita da bambino, e nei momenti di rabbia di trasforma in un gigante verde e forzutissimo, capace di resistere persino agli attacchi aerei. Neanche a dirlo, c'è chi nel temibile gigante vede la possibilità di profitti in campo bellico, il che inasprisce la caccia all'uomo.
Lee è straordinario per come riesce a restituire sul grande schermo la tavola del fumetto, grazie a un insistito split-screen, a trovate pirotecniche di colore e a un montaggio da standing ovation (merito di Tim Squyres). Ma la qualità del film sta anche in una sceneggiatura capace di raccontare con efficacia gli eccessi prometeici dell'uomo, la nemesi e la volontà di potenza degli scienziati, nonché nell'assemblare una storia che non sembra affatto la giustapposizione di scene create apposta per scatenare gli effetti speciali, tanto più che il supereroe compare soltanto al quarantesimo minuto. Qualche dubbio rimane invece sulla qualità dell'animazione, che si colloca una spanna indietro rispetto a tanti prodotti coevi.    

domenica 9 settembre 2012

L'amore che resta (Restless)

anno: 2011   
regia: VAN SANT, GUS Jr.
genere: drammatico
con Henry Hopper, Mia Wasikowska, Ryo Kase, Schuyler Fisk, Lusia Strus, Jane Adams, Paul Parson, Thomas Lauderdale, Christopher D. Harder, Morgan Lee, Kenneth L. Peterson, William J. Eggleston, Chin Han, John Goodwin, Kelleen Crawford, Meg Chamberlain, Sotirios Bakouros, Victor Morris, Strider Schmidt, Colton Lasater, Jesse Henderson, Liz Osthus, Garland Lyons, De Ann Marie Odom, Frank Etxaniz, Kyle Leatherberry
location: Usa
voto: 2

Strano regista, Gus Van Sant, capace di passare con disinvoltura da mega produzioni come Will Hunting, Psycho o Milk a opere da filmmaker indipendente come questo L'amore che resta. Ciò che spiazza ancora di più è la schizofrenia del mood che percorre i suoi film: la tragedia del Columbine (Elephant) trasformata in un apologo algido e cerebrale e poi operazioni come quella di questo film, carico di atmosfere stucchevoli.
Lo spunto è una via di mezzo tra Love story e un cult movie degli anni '70, Harold & Maude, balorda storia d'amore tra un ragazzino e una vecchietta, entrambi frequentatori abituali di funerali di persone ignote. Ciò che nel film di Ashby era ironia e gusto del grottesco, qui si trasforma in un bigino di psicologia spicciola, al centro del quale ci sono due ragazzi che frequentano anch'essi funerali a sbafo. Entrambi devono fare i conti con la morte: lui (Henry Hopper, figlio di Dennis) ha perso i genitori; lei (una Mia Wasikowska insopportabilmente smorfiosa) sta per morire e vuole abituarsi all'idea. Come da copione, si innamorano, a dispetto dei temperamenti opposti (lei è solare, lui cupo e scorbutico), e si sdilinquiscono in una serie infinita di paroline che assicurano il diabete.
Scritto da Jason Lew e contornato anche dai riferimenti alle quinte della Storia (il pilota giapponese fantasma morto per la nazione…), il film di Van Sant sembra avere la pretesa di dire la sua sul nichilismo giovanile dei giovani d'oggi, ma non va oltre un registro laccato, lezioso e di maniera che oltretutto gioca con magniloquenza sulla collocazione atemporale.    

mercoledì 5 settembre 2012

Control

anno: 2008   
regia: CORBJIN, ANTON 
genere: biografico 
con Sam Riley, Samantha Morton, Alexandra Maria Lara, Joe Anderson, James Anthony Pearson, Harry Treadaway, Craig Parkinson, Toby Kebbell, Andrew Sheridan, Robert Shelly, Richard Bremmer, Tanya Myers, Martha Myers Lowe, Matthew McNulty, David Whittington, Margaret Jackman, Mary Jo Randle, Ben Naylor, John Cooper Clarke, James Fortune, Angus Addenbrooke, Nicola Harrison, June Alliss, George Newton, Mark Jardine, Herbert Grönemeyer, Paul Arlington, Tim Plester, Joanna Swain, Joseph Marshall, Laura Chambers, Eliot Otis Brown Walters, Monica Axelsson, Lotti Closs, Eady Williams 
location: Regno Unito
voto: 6

Biopic di Ian Curtis (Riley), cantante e frontman dei Joy Division (il nome del gruppo era quello delle donne costrette a sollazzare i soldati tedeschi nei campi di concentramento, durante la seconda guerra mondiale…), rock band di spicco nell'ambito della new wave britannica della seconda metà degli anni '70. Fissato con Bowie e Iggy Pop, nato nei dintorni di Manchester, Curtis scoprì la propria vocazione canora quasi per caso, quando si unì ai Warsaw, che avrebbero poi cambiato il nome, appunto in Joy Division. Un'esistenza apparentemente normale, quella di Curtis: figlio unico, bravo a scuola, un matrimonio precocissimo (a 19 anni) con Debbie (Morton), un lavoro sicuro all'agenzia di collocamento locale, alternato alle prime esibizioni dal vivo del gruppo, poi la scoperta delle crisi convulsive dovute all'epilessia. Da lì la depressione, la relazione con una ragazza belga (Lara) e infine il suicidio, avvenuto dopo che le crisi epilettiche si erano manifestate anche sul palco e quando la band si accingeva a raggiungere il successo internazionale grazie a un tour in America.
Il film dell'olandese Anton Corbjin si fa apprezzare soprattutto per l'ottima fotografia in bianco e nero, per la confezione elegante, per il verismo con cui riesce a ricostruire ambienti e atmosfere di quegli anni e per il modo nient'affatto pruriginoso con cui mette in scena il perenne tormento del protagonista, peraltro incarnato da un Sam Riley che somiglia in maniera impressionante al vero Ian Curtis e al quale dobbiamo una vibrante interpretazione. Il ritmo piuttosto monocorde, l'atmosfera plumbea che aleggia su quasi tutto il film (le uniche eccezioni sono le uscite stravaganti del linguacciuto manager del gruppo) opacizzano parzialmente un'opera incentrata su uno dei tanti episodi della martirologia rock, avvenuta, nel caso di Curtis, a soli 23 anni. Va però detto che a chi non sa nulla di quella stagione del rock, il film tratto dalla biografia scritta dalla moglie di Curtis non sembrerà altro che la storia di un ragazzo depresso.    

martedì 4 settembre 2012

Il giardino di limoni - Lemon Tree

anno: 2008   
regia: RIKLIS, ERAN  
genere: drammatico  
con Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael, Tarik Kopty, Amos Lavi, Amnon Wolf, Smadar Jaaron, Danny Leshman, Hili Yalon, Liron Baranes, Jamil Khoury, Makram Khoury, Yair Lapid, Loai Nofi, Ayelet Robinson, Einat Saruf, Michael Warshaviak, Lana Zreik  
location: Israele, Usa
voto: 6,5

È la storia di Davide contro Golia. Solo che stavolta Davide non può lanciare sassi con la fionda, ma deve accontentarsi di qualche limone. È questo che accade a Salma Zidane (un manifesto del calciatore dall'omonimo cognome campeggia anche nella sua casa), piacente vedova palestinese di mezza età (interpretata da Hiam Abbass) che vive in Cisgiordania e che ha la sfortuna di ritrovarsi come vicino di casa il ministro dell'interno israeliano (Davory). E allora non bastano i posti di vedetta, le guardie del corpo, i militari armati h24, il filo spinato a segnare il confine tra i due vicini di casa. No: il politicante da strapazzo vuole anche fare abbattere i magnifici alberi di limone che la donna accudisce e coltiva da una vita per assicurarsi una visuale che non permetta a nessuno di avvicinarsi alla sua casa nascondendosi tra le fronde. La donna ingaggia un avvocato (Suliman) col quale nasce una simpatia e i due, dopo i vari gradi di giudizio, si appellano alla corte suprema, che non trova di meglio che la più pilatesca delle soluzioni.
Lo spunto e il tema de Il giardino di limoni sono meritevoli e ad essi si aggiungono delle riflessioni non banali sulla condizione di segregazione femminile da ambo le parti (la moglie del ministro, che è una progressista e dissente dal marito, vive come una reclusa; Salma è oggetto dei pettegolezzi più biechi da parte dei musulmani più retrivi), che mettono a nudo tanto l'arroganza maschile quanto l'arretratezza dei costumi sessuali. Peccato che la regia non riesca a esprimere più del minimo sindacale, che l'intera vicenda suoni piuttosto schematica e prevedibile e che gli attori non siano affatto all'altezza.    

domenica 2 settembre 2012

Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno (The Dark Knight Rises)

anno: 2012       
regia: NOLAN, CHRISTOPHER
genere: fantastico
con Christian Bale, Gary Oldman, Tom Hardy, Joseph Gordon-Levitt, Anne Hathaway, Marion Cotillard, Morgan Freeman, Michael Caine, Matthew Modine, Alon Aboutboul, Ben Mendelsohn, Burn Gorman, Daniel Sunjata, Aidan Gillen, Sam Kennard, Aliash Tepina, Nestor Carbonell, Brett Cullen, Nick Julian, Miranda Nolan, Claire Julien, Reggie Lee, Joseph Lyle Taylor, Chris Ellis, Tyler Dean Flores, Juno Temple, Duane Henry, James Harvey Ward, Gonzalo Menendez, Cameron Jack, Lex Daniel, Thomas Lennon, Trevor White, Rob Brown, Fredric Lehne, Courtney Munch, Chris Hill, Travis Guba, Jay Benedict, Will Estes, David Dayan Fisher, Phillip James Griffith, Glen Powell, Ben Cornish, Russ Fega, Andres Perez-Molina, Brent Briscoe, John Nolan, Oliver Cotton, Mark Killeen, Sarah Goldberg, John Macmillan, Robert Wisdom, Ronnie Gene Blevins, John Hollingworth, Ian Bohen, Uri Gavriel, Noel Gugliemi, Max Schuler, Daina Griffith, Hector Atreyu Ruiz, Patrick Cox, Aramis Knight, Josh Stewart, William Devane, Harry Coles, Joey King, Liam Neeson, Julie Mun, Cillian Murphy, David Gyasi, Patrick Jordan, Tom Conti, Joshua Elijah Reese, Desmond Harrington, Mychael Bates, Rory Nolan, Tomas Arana, Peter Holden, David Monahan, Jillian Armenante, Aja Evans, Aldous Davidson, Michael James Faradie, Wade Williams, Antwan Lewis, Jake Canuso, Josh Pence, India Wadsworth, Kevin Kiely, Daniel Newman, Massi Furlan, Warren Brown, Luke Rutherford, Phillip Browne, Christopher Judge, Aldo Bigante, Charles Jackson Coyne, Patrick Leahy, Todd Gearhart
location: Usa
voto: 8

Facciamo un passo indietro: dopo essersi gratuitamente autoaccusato di essere stato l'assassino del procuratore distrettuale, popolarissimo a Gotham City, Batman alias Bruce Wayne (Bale), stanco e claudicante, decide di ritirarsi a vita privata. Ma la città viene attaccata dalla malvagità fatta persona. Si tratta di Bane (Hardy), un uomo violentissimo a metà strada tra un wrestler e Hannibal the cannibal, che con i suoi adepti vuole trasformare un congegno per l'energia sostenibile in una bomba micidiale. Per Wayne è l'ora di riprendere maschera e mantello e di far tornare Batman in azione, magari con l'aiuto di Catwoman (Hathaway), una'ambigua ladra acrobata.
L'ultimo episodio della trilogia che Christopher Nolan ha dedicato al personaggio dei fumetti creato da Bob Kane, comincia con una sequenza acrobatica  a bordo di un aereo e prosegue a ritmo vertiginoso per quasi tre ore con una girandola di trovate micidiali e colpi di scena, sevito da un cast di all-stars. A stupire, in questo blockbuster di indiscutibile valore spettacolare, non sono soltanto le scene d'azione, tra le quali rimarrà memorabile quella del'esplosione di una campo di football americano, con un giocatore a cui passo dopo passo viene a mancare il terreno sotto i piedi, quanto la capacità di Nolan, già ampiamente dimostrata con Batman begins, di innestare due ingredienti inediti nella trasposizione cinematografica dei supereroi da fumetto: il rapporto costante con la contemporaneità e l'analisi sociale. Se il primo lo si ritrova chiaramente nei riferimenti alla borsa valori, al populismo e ai sotterfugi della politica nonché alla crisi economica, la seconda si riscontra nella nuove forme di lotta di classe, sovvertite dalla figura di Bane che mira a una lotta tra poveri. Si fronteggiano il male e il bene assoluto: il primo sotto forma di riproposizione costante di una vita fatta di sofferenze che non ammette altro che la restituzione di queste agli altri; il secondo attraverso il massimo atto filantropico (anche se il film è ambiguo e sembra lasciare un finale aperto). Due modi opposti di concepire il sacro in una veste comunque nerissima.    

sabato 1 settembre 2012

Babycall

anno: 2011       
regia: SLETAUNE, PAL
genere: thriller
con Noomi Rapace, Kristoffer Joner, Vetle Qvenild Werring, Stig R. Amdam, Maria Bock, Torkil Johannes Swensen Høeg, Bjørn Moan, Henrik Rafaelsen
location: Norvegia
voto: 6


Pal Sletaune è il regista di un misconosciuto noir degli anni '90 (Posta celere) che ne rivelò il talento al pubblico europeo. Assente da quasi tre lustri dagli schermi del vecchio continente, eccolo tornare con un thriller dell'anima che ha come protagonista Noomi Rapace, l'attrice scandinava assurta a successo internazionale dopo la trilogia di Millennium. Gli uomini continuano a odiare le donne e lei per sfuggire al marito manesco è costretta a rifugiarsi con il figlio di 8 anni (Werring) in una delle abitazioni popolari di una metropoli norvegese. I servizi sociali sono sempre alla porta, il contenzioso col padre del bambino, accusato di maltrattamenti nei confronti del figlio, è ancora aperto e lei teme che da un giorno all'altro l'uomo possa ripresentarsi e portarglielo via. Così, all'uopo, acquista un babycall, soluzione tecnologica per non tagliare il cordone ombelicale col figlio anche durante la notte. L'acquisto le permette di conoscere un timido commesso (Joner) che cercherà di prendersi cura di lei e di far emergere i drammi del suo passato.
Il trauma per un evento terribile, il terrore fuori dall'uscio di casa, l'impossibilità di distinguere nettamente la realtà dalla fantasia sono i pilastri sui quali Sletanune incardina un film assai ben diretto, persino plausibile nella sua soluzione finale, ma che rimane ancorato al modello visto giù troppe volte de La donna che visse due volte. Marc'Aurelio a Noomi Rapace al Festival del cinema di Roma.