domenica 13 agosto 2017

Man in the Dark (Don't Breathe)

anno: 2016   
regia: ALVAREZ, FEDE   
genere: horror   
con Stephen Lang, Jane Levy, Dylan Minnette, Daniel Zovatto, Sergej Onopko, Jane Graves, Jon Donahue, Katia Bokor, Christian Zagia, Emma Bercovici    
location: Usa
voto: 6   

L'uruguaiano Fede Alvarez, classe 1978, dopo aver diretto La casa è stato accolto come una delle stelle nascenti dell'horror. Ci sarebbe da dar ragione ai critici nel vedere questo Man in the dark se ci si fermasse all'uso della macchina da presa, al montaggio e all'assemblaggio di un copione ricco di colpi di scena. Il problema è che la sceneggiatura è del tutto implausibile e ha più buchi di un groviera. La storia che racconta è quella di tre giovani dalle psicologie disegnate con l'accetta che decidono di andare a rubare qualche centinaio di migliaio di dollari a un uomo di mezza età (Lang), un cieco misantropo veterano della Guerra in Iraq. L'uomo, che ha perso la sua bambina in un incidente d'auto causato da una ragazza, sa però benissimo come difendersi, ha un rottweiler pronto all'attacco e segreti importanti nascosti in cantina.
Se si insegue l'effetto suspense un tanto al chilo, questo è il film perfetto. Ma se si vuole aderire alle tracce del cinema geometrico e impeccabile di Hitchcock, il maestro del brivido, allora è meglio scegliere altro, a dispetto del successone che questa piccola produzione ha ottenuto al box-office americano.    

sabato 12 agosto 2017

Mr. Nobody

anno: 2009   
regia: VAN DORMAEL, JACO
genere: fantastico
con Jared Leto, Sarah Polley, Diane Kruger, Linh-Dan Pham, Rhys Ifans, Natasha Little, Toby Regbo, Juno Temple, Clare Stone, Thomas Byrne, Audrey Giacomini, Laura Brumagne, Allan Corduner, Daniel Mays, Michael Riley, Harold Manning, Emily Tilson, Roline Skehan, Anders Morris, Pascal Duquenne, Noa De Costanzo, Chiara Caselli, Daniel Brochu, Ben Mansfield    
location: Belgio, Brasile, Canada, Francia
voto: 5

Jaco Van Dormael, uno dei registi europei più geniali e meno prolifici (addirittura un anno intero per montare questo film), appartiene a quella categoria di talenti superdotati che non sempre riescono a canalizzare proficuamente i loro spunti creativi. Alla stregua di Michel Gondry, Jean Pierre Jeunet e, in maniera inferiore e parzialmente diversa, Terrence Malick, il regista belga ha delle esplosioni immaginative incontenibili che rischiano di rasentare il guazzabuglio. È quanto accade con Mr.Nobody, dal punto fi vista visivo il più potente film di Van Dormael, ma anche il più ambizioso e meno riuscito. Sul tema della scelta, quella di Nemo (interpretato dallo scialbo Jared Leto), il regista di Toto le heros e L'ottavo giorno imbastisce una trama fittissima a sfondo fantascientifico. Agonizzante su un letto d'ospedale, nel 2092 Nemo - l'ultimo dei mortali - racconta a un giornalista la propria vita, tutta intessuta di scelte cruciali: quella se restare col padre in Inghilterra o seguire la madre negli States e quella tra tre possibli donne. Una sorta di Sliding doors esagerato e sfiancante, dilatato a 2 ore e 20 di durata, nel quale ciascuna storia ha un suo sviluppo e un suo epilogo possibile. Facile a raccontarsi a colpi di battute sulla tastiera, il film è quanto di più ingarbugliato possa esserci, al punto da destare il sospetto che le moltissime trovate di regia che fanno urlare al miracolo siano la vera base del film, che così pare un assemblaggio di virtuosismi registici. Un piacere per gli occhi, compensato malissimo da contenuti velleitari.    

domenica 6 agosto 2017

Deepwater - Inferno sull'Oceano (Deepwater Horizon)

anno: 2016   
regia: BERG, PETER   
genere: dramma catastrofico   
con Mark Wahlberg, Kurt Russell, John Malkovich, Gina Rodriguez, Dylan O'Brien, Kate Hudson, Douglas M. Griffin, James DuMont, Joe Chrest, Brad Leland, Dave Maldonado, J.D. Evermore, Ethan Suplee, Jason Pine, Jason Kirkpatrick, Robert Walker Branchaud, Jonathan Angel, Jeremy Sande, Stella Allen, Peter Berg, Juston Street, Anthony Centonze, Henry Frost, Terry Milam, Garrett Kruithof, Michael A. Howell, Ronald Weaver, Deneen Tyler, Garrett Hines    
location: Usa
voto: 6,5   

Nell'aprile 2010 una piattaforma petrolifera situata sul golfo del Messico si trasformò in un rogo colossale a causa della negligenza della British Petroleum, la compagnia multimiliardaria che rifiutò di fare i dovuti controlli sulla tenuta della struttura. In quell'inferno persero la vita alcuni dei 126 uomini che lavoravano sul posto.
Dopo Lone survivor, il regista Peter Berg e l'attore Mark Wahlberg tornano a fare coppia con un film tratto ancora una volta da una storia vera e strutturato alla maniera di moltissimi altri drammi catastrofici, come se ne facevano già negli anni '70: panoramica sulle vicende personali delle persone coinvolte, messa a fuoco dei "cattivi", culmine narrativo nella sciagura, atti d'eroismo e ricerca della salvezza, epilogo finale. L'assemblaggio del meccanismo narrativo è abbastanza prevedibile, la spiegazione degli aspetti tecnici obiettivamente complessa e un po' farraginosa, più di una situazione è telefonata ma il dispendio di effetti grafici, esplosivi e movimenti di macchina garantisce uno spettacolo ad alto coefficiente adrenalinico su quello che viene ricordato come il più grande disastro ambientale della storia americana.    

sabato 5 agosto 2017

Boston - Caccia all'Uomo (Patriots Day)

anno: 2016   
regia: BERG, PETER   
genere: poliziesco   
con Mark Wahlberg, Kevin Bacon, John Goodman, J.K. Simmons, Michelle Monaghan, Alex Wolff, Themo Melikidze, Jake Picking, Jimmy O. Yang, Rachel Brosnahan, Christopher O'Shea, Melissa Benoist, James Colby, Michael Beach, Dzohkar Tsarnaev, Vincent Curatola, Cliff Moylan, Rhet Kidd, Lana Condor, John Fiore, Dean Neistat, Dicky Eklund Jr., Adam Trese, Billy Smith, Hampton Fluker, Jay Giannone, Matt Kutcher, David De Beck, David Ortiz, Tereza Kacerova, Paige MacLean, Curtis J. Bellafiore, Daniel Whelton, Elijah Guo, Martine Assaf, Kelby Turner Akin, Dustin Tucker, James L. Leite    
location: Usa
voto: 7,5   

Nell'aprile 2013, durante la maratona di Boston, due ordigni esplosero nei pressi del traguardo, ferendo centinaia di persone e uccidendone tre. I responsabili furono due fratelli musulmani di origine cecena, che approfittarono della kermesse che richiama sulle strade della città una gran parte della popolazione locale per commettere una strage. Da quel momento ebbe inizio una caccia all'uomo che, grazie alla cooperazione tra polizia locale, servizi di intelligence ed F.B.I., portarono all'identificazione dei due colpevoli.
Dopo Lone Survivor e Deepwater, Peter Berg colloca ancora al centro della scena Mark Wahlberg, stavolta nei panni di un poliziotto claudicante e animato da forti valori collettivisti, firmando un film ad altissima tensione che, servendosi di molte immagini di repertorio, ricostruisce la dinamica di quel tragico evento. La prima mezz'ora procede in maniera prevedibile sul solco del più vieto disaster movie, ma dopo il film spicca il volo, garantendo un'altra ora e mezza di spettacolo adrenalinico, nel quale le operazioni di coordinamento e identificazione dei responsabili vengono ricostruite in maniera filologicamente mirabile.    

domenica 30 luglio 2017

Parola di Dio (Uchenik)

anno: 2016       
regia: SEREBRENNIKOV, KIRILL  
genere: drammatico  
con Petr Skvortsov, Aleksandr Gorchilin, Aleksandra Revenko, Viktoriya Isakova, Julia Aug, Svetlana Bragarnik, Anton Vasiliev, Irina Rudnitskaya    
location: Russia
voto: 5  

Il radicalismo cristiano si esprime attraverso la bocca di Veniamin (Skvortsov), adolescente inquieto e sociopatico che dà filo da torcere alla madre (Aug) e agli insegnanti. Convinto che nella Bibbia siano riportate le verità che devono guidare la condotta dell'uomo, Veniamin parla per versetti e citazioni, è omofobo, sessuofobo, xenofobo e antisemita, distrugge una stanza della casa e cerca di fare proseliti con la persona sbagliata, un ragazzo sciancato dalle chiare tendenze omosessuali (Gorchilin). A sfidarlo sul suo stesso terreno, a colpi di versetti biblici, c'è l'unico personaggio assennato del film, un'insegnante di biologia (Revenko) disposta a giocarsi una relazione e il posto di lavoro pur di far capire al giovane che si sta soltanto ingozzando di idiozie.
Da un'idea di partenza originale e molto "scritta" (un egregio lavoro in sede di sceneggiatura, concepito a partire dall'opera teatrale di Marius von Mayenburg, riesce a cucire tra loro i versetti biblici fino a farne oggetto di autentiche logomachie), si arriva a una realizzazione loffia, bozzettistica, con personaggi caricaturali se non monodimensionali che schiacciano la ragionevolissima tesi filmica (il radicalismo religioso è esiziale comunque lo si coniughi) su un registro involontariamente grottesco, scritto con superficialità da un regista che - a colpi di pianisequenza - dimostra una grande padronanza tecnica ma una capacità di scrittura infantile, a dispetto della mezza età raggiunta.    

mercoledì 26 luglio 2017

The War - Il pianeta delle scimmie (War for the Planet of the Apes)

anno: 2017       
regia: REEVES, MATT  
genere: fantascienza  
con Andy Serkis, Woody Harrelson, Steve Zahn, Terry Notary, Amiah Miller, Karin Konoval, Gabriel Chavarria, Judy Greer, Ty Olsson, Aleks Paunovic, Max Lloyd-Jones, Chad Rook, Michael Adamthwaite, Alessandro Juliani, Tim Webber, Devyn Dalton, Dean Redman, Mercedes de la Zerda, James Pizzinato, Toby Kebbell    
location: Usa
voto: 6  

Indiani contro cowboys, Davide contro Golia: come in questi due casi, giunta al terzo prequel, la saga del pianeta delle scimmie vede contrapposti i mammiferi pelosi e pacifici, guidati da Cesare (interpretato in motion capture da Andy Serkis), e il colonnello McCullough (Harrelson), un pazzo furioso che li vuole sterminare. Ma dal Nord del paese (siamo in territorio americano) stanno arrivando presunti rinforzi, che invece trasformeranno lo scontro tra scimmie e uomini in una lotta fratricida tra questi ultimi.
Diretto, come nel precedente Apes revolution, da Matt Reeves, questo reboot gioca su una simbologia alquanto semplice (il colonnello è un novello führer e le scimmie sono rinchiuse in autentici lager), allungando la trama con qualche personaggio di contorno inessenziale, ma finalizzato a conferire pennellate di originalità a questo lungo episodio (ben oltre le due ore di durata): una bambina orfana e muta (Miller) e una scimmia un po' folle (Zahn) che garantisce al film un tocco naïf. Ma in questa occasione, pur rimanendo nel novero di un cinema di genere comunque dignitosissimo, è la trama a difettare, puntando su una sorta di revenge movie (Cesare vorrebbe uccidere il colonnello che gli ha ammazzato moglie e figlio maggiore) con scorci onirici (il ricordo della scimmia rivale Koba), simbolismi palmari (quello biblico riferito a Mosè), citazioni cinefile (Apocalypse now) e inevitabili scene di inseguimento. Nell'attesa del quarto prequel, che - c'è da scommetterci - punterà sulla figura di Cornelius, il figlio di Cesare.    

martedì 25 luglio 2017

Frantz

anno: 2016       
regia: OZON, FRANÇOIS
genere: drammatico
con Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Yohann von Bülow, Anton von Lucke, Cyrielle Clair, Alice de Lencquesaing    
location: Francia, Germania
voto: 5

Chi è stato a uccidere Frantz (von Lucke), ragazzo poco più che ventenne, sacrificato da padri miopi in una guerra assurda e fratricida come il primo conflitto mondiale? Se lo domanda insistentemente Hans Hoffmeister (Stötzner), genitore tedesco con enormi sensi di colpa, avverso a qualsiasi francese che potrebbe essere il potenziale assassino di suo figlio. Quando a casa sua arriva Adrien (Niney), ex militare francese, Hans lo accoglie malissimo, salvo poi ricostruire attraverso i racconti del ragazzo, che sembra fosse diventato molto amico di Frantz durante l'esperienza di quest'ultimo a Parigi, l'ultimo tratto di vita di suo figlio, promesso sposo di Anna (Paula Beer, premiata a Venezia come attrice emergente), una giovane orfana rimasta ad abitare con i futuri, possibili suoceri. La verità è un'altra e proprio Anna saprà custodirla caparbiamente fino all'ultimo.
Avrebbe potuto essere un riuscitissimo apologo sul tema del perdono il quindicesimo film di François Ozon, prolificisissmo regista transalpino, e invece il lavoro ispirato a un testo teatrale di Maurice Rostand - girato in un magnifico bianco e nero grazie alla fotografia di Pascal Marti, che alterna una iperdidascalica sintassi a colori soltanto nei momenti in cui vengono evocati i ricordi del passato - ha gli stessi difetti dei precedenti: parte da uno spunto interessante e carico di mistero, ma perde progressivamente il respiro del racconto, si ingarbuglia in un polpettone da romanzo ottocentesco dal ritmo lentissimo che suona falso e manierato, seguendo il filo dell'affannosa ricerca al contrario di Anna nei confronti di Adrien. Ancora una volta, come nell'esordio di Sitcom, troviamo una miscela di elementi come la dialettica tra realtà e finzione, il meccanismo narrativo dell'intruso già visto in Nella casa ma soprattutto un inizio promettente che svapora con l'incedere del racconto, fino a perdere l'aggancio con un tema che strizza l'occhio a Il nastro bianco di Haneke e l'altro a Jules & Jim di Truffaut.    

sabato 22 luglio 2017

Slam - Tutto per una ragazza

anno: 2016       
regia: MOLAIOLI, ANDREA 
genere: commedia 
con Ludovico Tersigni, Barbara Ramella, Jasmine Trinca, Luca Marinelli, Fiorenza Tessari, Pietro Ragusa, Gianluca Broccatelli, Fausto Maria Sciarappa, Tony Hawk, Lidia Vitale    
location: Italia
voto: 2 

Come già con Piuma, ecco che il cinema italiano torna a propinarci l'ennesima variazione sul tema della maternità precoce con risultati, se possibile, ancora più risibili. Siamo a Roma e Samu (il mummificato Tersigni), figlio di una coppia separata che lo ha avuto in età assai precoce, ingravida Alice (Ramella), la sua ragazza, una sedicenne senza arte né parte ma di famiglia agiatissima. Cosa fare o cosa non fare, per il ragazzo sembra una decisione da demandare alla lettura dell'autobiografia di un asso dello skating, Tony Hawk. Le famiglie fanno pressione perché i due giovanissimi rinuncino alla imminente genitorialità, ma Alice non vuole saperne.
C'era una volta Andrea Molaioli, ex aiuto regista di Nanni Moretti, poi promettente esordiente con un noir come La ragazza del lago, destinato prima a inciampare in un film tanto pretenzioso quanto confuso come Il gioiellino per poi precipitare nel vuoto pneumatico di questo lungometraggio scritto con l'alluce sinistro, con personaggi ridotti a macchiette (Lepre, l'amico del protagonista) o, peggio, puramente ornamentali (lo skipper amico della madre di Samu). Per non dire dei dialoghi (adattati dal romanzo di Nick Hornby e scritti a sei mani dal regista con Francesco Bruni e Ludovica Rampoldi), che sembrano essere usciti dalla penna di Benji e Fede, della recitazione ben sotto il livello di guardia e dell'assenza di qualsiasi minimo guizzo di regia, che pure la sponda dello skateboard avrebbe consentito. Unica nota positiva la presenza di Lica Marinelli, che - nei minuti che centellinano la sua presenza nel film - dà lezioni di recitazione e di vis comica ai suoi insipienti colleghi. Ma, nel compresso, il film è paccottiglia da dare in pasto a un pubblico facilone con la scusa della tematica più o meno seria messa in chiave di esiziale commedia.    

giovedì 20 luglio 2017

La meccanica delle ombre (La mecanique de l'ombre)

anno: 2016       
regia: KRUITHOF, THOMAS   
genere: giallo   
con François Cluzet, Denis Podalydès, Sami Bouajila, Simon Abkarian, Alba Rohrwacher, Bruno Georis, Philippe Résimont, Daniel Hanssens    
location: Francia
voto: 5   

Un travet di mezza età scrupoloso e coscienzioso (Cluzet) si trova coinvolto in una vicenda kafkiana più grande di lui. Perso il lavoro e appena rimessosi dalla dipendenza dall'alcol, l'uomo accetta un bizzarro incarico conferitogli da un'eminenza grigia (Podalydès) di cui sa poco o nulla: quello di sbobinare alcune registrazioni di conversazioni telefoniche usando una macchina da scrivere. La vicenda - tra intrusi, polizia e servizi segreti - si complica maledettamente e l'uomo finisce in un vortice che lo rende complice di un omicidio.
Quando il titolo è assai meglio del film: La meccanica delle ombre - film d'esordio del belga Thomas Kruithof - è un polar transalpino con qualche debito nei confronti de La conversazione di Coppola, ma pretenzioso, rarefatto, senza ritmo, con scene d'azione ridotte ai minimi termini, a tutto vantaggio delle ambientazioni essenziali, delle inquadrature geometriche e di una trama volutamente ellittica.    

venerdì 14 luglio 2017

Contrattempo (Contratiempo)

anno: 2016   
regia: PAULO, ORIOL  
genere: giallo  
con Mario Casas, Ana Wagener, José Coronado, Bárbara Lennie, Francesc Orella, Paco Tous, David Selvas, Inigo Gastesi, San Yelamos, Manel Dueso, Cristian Valencia, Betsy Túrnez    
location: Spagna
voto: 8  

Giunto all'apice del successo economico, l'imprenditore Adrian Doria (interpretato con piglio da pesce in salamoia da Mario Casas) rischia di vedere evaporare tutto ciò che ha costruito quando entra nel mirino della giustizia e dell'opinione pubblica in seguito alla misteriosa sparizione di un ragazzo. Un'avvocatessa di rango (Wagener), prossima alla pensione, sembra l'unica in grado di toglierlo dai pasticci, a condizione che l'uomo confessi tutta la verità e non sorvoli sui dettagli. Che, stando alla versione dell'uomo, grosso modo sono questi: fuori dalla consueta residenza barcellonese dove si trovava con la sua amante (Lennie), Adrian avrebbe avuto un incidente nel quale ha perso la vita proprio il ragazzo scomparso. Manipolato e puntino dalla sua amante, l'uomo ne fa sparire il cadavere, salvo doversela poi vedere con i genitori del giovane, poco inclini a credere a una messinscena degna dell'incipit di Psycho.
La piattaforma Netflix è diventata un'alternativa possibile in qualche (raro) caso alla sala cinematografica, come dimostra questo thriller ad altissima tensione, densisissimo nella scrittura (pur con qualche buco di sceneggiatura) e straripante di colpi di scena, tutti ottimamente assestati. Per questa via, il film di Oriol Paulo si propone come un apologo sulla verità di rara intensità narrativa. Protagonista a parte, il film è di quelli da non perdere.    

venerdì 7 luglio 2017

Breve Storia di lunghi tradimenti

anno: 2012       
regia: MARENGO, DAVIDE
genere: drammatico
con Guido Caprino, Carolina Crescentini, Maya Sansa, Flora Martinez, Philippe Leroy, Michele Venitucci, Franco Ravera, Gaetano Bruno, Ennio Fantastichini, Francesco Pannofino, Marina Rocco, Nino Frassica, Paolo Calabresi, Manuela Morabito, Ramsés Ramos, Marcello Mazzarella, Vanessa Villafane, Alice Palazzi, Anna Ammirati    
location: Italia
voto: 4,5

Un avvocato torinese (Caprino) separatosi suo malgrado dalla moglie (Sansa) si trova invischiato in una complicatissima vicenda di crimini finanziari. Al centro di essa c'è la nuova proprietaria di una multinazionale (Crescentini) che traffica con un dittatore sudamericano, ma il vero deus ex machina dell'intera faccenda è un ottantenne fintamente interessato alle energie pulite (Leroy) ma in realtà in combutta con loschi faccendieri che trafficano con le scorie radioattive.
Dopo Notturno bus e Un fidanzato per mia moglie, il regista Davide Marengo dimostra una volta di più di avere idee assai confuse sulla strada da intraprendere. Qui l'asticella delle ambizioni viene issata che più in alto non si potrebbe (sebbene sia notevole, per tecnica di ripresa e montaggio, la scena iniziale ambientata nel 1918), il racconto è a puzzle, alcune figure di contorno sono totalmente fuori registro (quelle di Frassica e Pannofino in primis) e lo standard recitativo è appena sul livello di guardia. Un'occasione persa tanto per l'originalità del tema (che avrebbe potuto costituire la via italiana a film come Margin call o Blood diamond), quanto per la possibilità di cercare una nuova strada al film di genere, che si perde in un'opera a teorema nella quale tutti tradiscono tutti.    

giovedì 6 luglio 2017

Il Padre d'Italia

anno: 2017       
regia: MOLLO, FABIO
genere: drammatico
con Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Mario Sgueglia, Federica de Cola, Miriam Karlkvist, Esther Elisha, Sara Putignano, Filippo Gattuso, Franca Maresa    
location: Italia
voto: 3

A Torino, Paolo (interpretato con toni di intensa interiorità da un Luca Marinelli agli antipodi con il personaggio di Jeeg Robot) ha da poco concluso una relazione con il suo compagno. Casualmente conosce Mia (Ragonese), una ragazza incinta e borderline che sbarca il lunario come cantante, non ha chiaro chi sia il padre del bambino e non ha una casa. Scusa dopo scusa, la giovane si fa portare prima a Roma, quindi e Napoli e infine in Calabria. I due percorrono l'intero stivale a bordo di un furgone, imparando a conoscersi.
Luca (Marinelli) era gay. Con Il padre d'Italia (col duplice riferimento al nome della piccola nascitura e al territorio solcato sulle quattro ruote) siamo in pieno teorema Povia, proprio come nella canzone: l'omosessualità redenta da un'improvvisa opportunità di paternità e di mettere su famiglia. Se al retroguardismo prospettico si aggiungono l'assoluta pochezza dei dialoghi, l'espediente stra-abusato del road movie (il modello occhieggia quello de Il ladro di bambini di Gianni Amelio) e la gratuità di alcune scelte stilistiche (le scene iniziali tutte inspiegabilmente dominate da cromatismi gialli e blu, dall'Ikea all'ospedale, passando per il tram), emerge tutta la protervia malriposta di questo regista (qui alla sua seconda prova dopo Il sud è niente) che aspira a prendersi la patente di autore pretendendo di confezionare un film che si collochi a metà strada tra Qualcosa di travolgente e Una giornata particolare.    

martedì 4 luglio 2017

Di che segno sei?

anno: 1975       
regia: CORBUCCI, SERGIO   
genere: commedia a episodi   
con Paolo Villaggio, Mariangela Melato, Adriano Celentano, Renato Pozzetto, Giovanna Ralli, Alberto Sordi, Luciano Salce, Ileana Lilli Carati, Massimo Boldi, Marilda Donà, Luigi Gino Pernice, Giuliana Calandra, Jack La Cayenne, Maria Antonietta Beluzzi, Ugo Bologna, Mafalda Berri, Gil Cagne, Shirley Corrigan, Marcello Di Falco, Sofia Dionisio, Angelo Pellegrino, Lucia Alberti    
location: Italia
voto: 4,5   

Negli anni in cui i film a episodi, radunando attori ben noti al grande pubblico, assicuravano consistenti guadagni al botteghino, qualsiasi scusa era buona per licenziare nuovi assemblaggi. Compresi i segni dello zodiaco. I quattro episodi del film diretto con minimo impegno sindacale da Sergio Corbucci si riferiscono ai segni di aria, terra, acqua e fuoco, pur essendo del tutto pretestuosi. Nel primo episodio, a seguito di una diagnosi malposta, un comandante della marina (Villaggio) è ossessionato dall'eventualità di diventare una donna. Nel secondo un artista circense (Celentano), pur di poter partecipare a una gara di ballo in Romagna, uccide la moglie. Nel terzo un muratore (Pozzetto) spera di poter aprire una tabaccheria e finisce con l'amoreggiare con l'amante (Ralli) di un ricco signore (Salce). Nel quarto una guardia del corpo (Sordi), reclutata per poter sventare possibili rapimenti, sconquassa la vita del suo assistito, un "cumenda" brianzolo (Bologna).
Molta acqua di rose e quasi nessuna sostanza se non i cliché con cui i protagonisti replicano figure già viste altrove. Villaggio richiama Fracchia e Fantozzi; Celentano il tamarro fascinoso; Pozzetto la sua comicità stralunata e surreale; ma il più grande è Sordi, che da solo riscatta l'intero polittico riproponendo il Nando Moriconi di Un americano a Roma. Incontenibile mattatore, l'Albertone nazionale si mangia il film (e tutte le altre star) in un solo boccone, con una performance da urlo che fa quasi passare in secondo piano gli intenti meramente commerciali del lungometraggio e la pochezza della scrittura.

sabato 1 luglio 2017

Ninna nanna

anno: 2017       
regia: GERMANI, DARIO * RUSSO, ENZO   
genere: drammatico   
con Francesca Inaudi, Fabrizio Ferracane, Nino Frassica, Massimiliano Buzzanca, Salvatore Misticone, Guia Jelo, Luca Lionello, Maria Rosaria Omaggio    
location: Grecia, Italia, Tunisia
voto: 2   

Per chi non avesse avuto l'occasione di leggere il best seller della sociologa israeliana Orna Donath, Pentirsi di essere madri (Bollati Boringhieri, 2016), il film di Dario Germani ed Enzo Russo, prodotto sotto l'egida di Tonino "egone" Abballe, avrebbe potuto costituire un buon viatico per affrontare il tema della negazione del senso di maternità senza tutte le incrostazioni tabuizzanti che da secoli si porta dietro. Il condizionale è d'obbligo perché il film dei due semiesordienti (proprio con Abballe, Germani aveva girato Quel venerdì 30 dicembre) è uno dei pasticci cinematografici più imbarazzanti che, negli ultimi tempi, ci abbia consegnato il cinema italiano. La vicenda è ambientata in Sicilia, tra Gibellina e Selinunte. Anita (Inaudi) ha appena concepito la piccola Gioia, ma da subito si sente incastrata dal suo ruolo di madre: le attenzioni sono tutte per la neonata, il sesso diventa un ricordo lontano, la bellezza (?) sfiorisce. Che la depressione post-parto sarebbe deflagrata potentemente era chiaro già durante la gravidanza: la sigaretta sempre accesa e il gomito spesso alzato ne erano delle inequivocabili avvisaglie. Da lì a scordarsi la bambina nell'auto rovente, o a lasciare il gas acceso in casa il passo è breve.
Germani e Russo inanellano con infallibile precisione tutti i luoghi comuni del caso, sottolineano con didascalie che sono quasi un'offesa allo spettatore qualunque passaggio diegetico e infarciscono la trama con un rivolo narrativo sull'integrazione degli immigrati che diventa una zona filmica a sé stante, completamente fuori contesto. Così come fuori contesto sono la protagonista, una Francesca Inaudi leziosissima, tutta smorfiette e faccine appese, la 65enne Guia Jelo, stupidamente invecchiata con un ridicolo parruccone, il marito della protagonista Fabrizio Ferracane, fedele interprete del ruolo di padre e marito soprattutto nelle ultime quattro lettere del cognome, e persino il sempre simpatico Nino Frassica, che deve avere scambiato il set per lo studio di Quelli della notte:  per poco non lo sentiamo dire anche "nanetti", "è uguaglio" e "Sani Gesualdi". Ma il peggio sono la colonna sonora, che più invadente non si potrebbe, il potpourri di stili con tanto di siparietto psichedelico, inserti da un documentario del personaggio di Frassica, corredato dall'immigrato dell'Africa nera che intona l'inno di Mameli e la scena scult da mandare a futura memoria per generazioni e generazioni: quella di Maria Rosaria Omaggio che si presenta col suo mascherone incipriato per un ruolo ridicolo da mamma cattiva che spiega in maniera che più corriva non si potrebbe l'origine psicologica del malessere della neomamma.    

lunedì 26 giugno 2017

Codice Criminale (Trespass Against Us)

anno: 2016       
regia: SMITH, ADAM   
genere: thriller   
con Michael Fassbender, Brendan Gleeson, Lyndsey Marshal, Georgie Smith, Rory Kinnear, Killian Scott, Sean Harris, Kingsley Ben-Adir, Kacie Anderson, Gerard Kearns, Tony Way, Barry Keoghan    
location: Regno Unito
voto: 6   

Colby Cutler (Gleeson) è il patriarca di una famiglia di criminali nomadi che vive accampata in roulotte, disprezza qualunque norma del mondo cosiddetto civile e non disdegna di farsi beffa della polizia con bravate gratuite. Chad (Fassbender), il figlio di Colby, vorrebbe cambiare direzione per sé e per i suoi due figli, mandandoli a scuola (lui non ha potuto farlo) e mettendoli al riparo dalle nefande influenze del nonno. Ma un colpo messo a segno a danno della persona sbagliata lo costringe a rivedere i suoi programmi.
Al suo esordio dietro la macchina da presa con un film di finzione, il britannico Adam Smith firma un dramedy nel quale il maggiore motivo di interesse risiede nelle dinamiche familiari tra un anziano genitore despota convinto che la scuola non serva a nulla e che la terra sia piatta e un figlio di notevole personalità ma incapace di tenergli testa. Il resto è tappezzeria, intreccio narrativo incerto se prendere la strada del film di genere (con le diverse scene di inseguimento, che siano in macchina, a piedi o a caccia di una lepre) o quella del dramma familiare. In entrambi i casi, nel nugolo di personaggi brutti sporchi e cattivi - tra i quali si fa notare la figura dello scemo del villaggio usata come puro riempitivo - il difetto sta proprio nella presenza di Fassbender: per quanto l'attore tedesco ce la metta tutta per caricare di intensità lo sguardo rivolto alla macchina da presa, è troppo bello, tonico e, in fin dei conti, di sani principi, per non collidere con l'etica e l'estetica del resto della famiglia.    

domenica 25 giugno 2017

Scappa - Get Out

anno: 2017       
regia: PEELE, JORDAN  
genere: horror  
con Daniel Kaluuya, Allison Williams, Bradley Whitford, Catherine Keener, Caleb Landry Jones, Stephen Root, Lakeith Stanfield (Lakeith Lee Stanfield), Lil Rel Howery, Betty Gabriel, Marcus Henderson, Ashley LeConte Campbell, John Wilmot, Caren Larkey, Julie Ann Doan, Rutherford Cravens, Geraldine Singer, Yasuhiko Oyama, Richard Herd, Erika Alexander, Jeronimo Spinx, Ian Casselberry, Trey Burvant, Zailand Adams    
location: Usa
voto: 6,5  


Indovina chi viene a cena? Un marcantonio nero (Kaluuya), fisicamente prestante, che va a fare la conoscenza della strana famiglia della sua ragazza (Williams), una bianca altolocata nella cui casa - guarda un po' - lavora solo della servitù di colore. Apparentemente aperti e privi di pregiudizi, i familiari della ragazza costituiscono un'orrida organizzazione di eugenetica che passa attraverso il trasferimento di organi, aggiudicabile mediante lotteria. Ce la farà l'ennesimo nero a sottrarsi alla macabra catena di eventi?
L'esordiente John Peele gira un film a budget contenuto nel quale il tema del razzismo viene declinato in una chiave piuttosto originale. I neri, sembra volerci avvertire Peele, non sono più la razza inferiore, bensì quella figlia della consapevolezza acquisita con le olimpiadi berlinesi vinte da Jesse Owens nella Germania nazista: una "razza" geneticamente superiore e sessualmente più attrezzata e, proprio per questo, da sfruttare. Dopo un incipit extralarge che a piccolissime dosi ci introduce nel lato più osceno della famiglia protagonista, il film - esageratamente acclamato dalla critica più prezzolata, come è d'obbligo con tutti i saldi di fine stagione - vira su un horror splatter con una brusca accelerazione di ritmo e un finale un po' troppo sbrigativo. Ma con un messaggio assai chiaro: nel dopo-Obama la popolazione nera non potrà dormire sogni tranquilli…    

sabato 24 giugno 2017

Sex Toys Stories

anno: 2009       
regia: DELUZ, ANNE * GUELPA, BEATRICE   
genere: documentario   
location: Regno Unito, Cina
voto: 3   

"Story" nel senso di racconto, non di Storia. Da questo qui pro quo, a metà tra inganno ed equivoco, scaturisce la visione di un documentario che racconta di un'azienda britannica che, stufa del fatto che i sex toys come i vibratori siano sempre e solo progettati da uomini, assolda 8 donne con profili del tutto diversi (dalla vergine alla settantenne, passando per l'istruttrice di fitness alla quarantenne che non ha mai provato un orgasmo) affinché, in base alle loro esigenze, progettino dei prototipi da immettere sul mercato. I due prodotti più convincenti vengono indirizzati in Cina, paese severissimo quanto a norme sulla pornografia ma, al tempo stesso, maggior produttore mondiale di dildo et similia.
L'unico reale momento di interesse di questo breve documentario, girato in chiave piuttosto ironica dalle due documentariste svizzere Anne Deluz e Béatrice Guelpa, è quello in cui si vedono, in una manciata di secondi, i primi dispositivi nati per il piacere femminile: rumorosi, ingombranti, esteticamente respingenti. Il resto è ciarpame.    

martedì 20 giugno 2017

Falchi

anno: 2017       
regia: D'ANGELO, TONI  
genere: poliziesco  
con Fortunato Cerlino, Michele Riondino, Xiaoya Ma, Aniello Arena, Pippo Delbono, Stefania Sandrelli, Gaetano Amato, Alessandra Cao, Carlo Caracciolo, Noemi Maria Conigni, Oscar di Maio, Hong Guo Long, Carmine Monaco, Carmine Paternoster, Massimiliano Rossi, Salvatore Striano, Ruichi Xu    
location: Italia
voto: 5  

Peppe (Cerlino) e Francesco (Riondino) fanno coppia come agenti della Squadra Mobile di Napoli. Girano senza casco in motocicletta, hanno il grilletto facile e molti scheletri nell'armadio. Il primo, più anziano, alleva cani per i combattimenti clandestini; il secondo vive enormi sensi di colpa per un'operazione di polizia finita male, non disdegna stupefacenti pesanti e sta quasi sempre una spanna sopra i confini della legge. Un molosso e una massaggiatrice cinese li costringeranno a una resa dei conti.
Figlio d'arte - suo padre, qui impegnato nella colonna sonora, è Nino "Caschetto d'oro" D'Angelo - Tony D'Angelo ribadisce con questo poliziesco nerissimo - autentica reincarnazione del polziottesco anni '70 esplicitamente citato in una scena di Milano calibro 9 - la sua inclinazione per le ambientazioni notturne, ripristinando un cinema di genere con intenti autoriali imperniato sul senso di colpa di uno dei due protagonisti. Se sul versante del ritmo, che alterna passaggi quasi bergmaniani con brusche accelerazioni condite con violenza, sparatorie e inseguimenti, il film trova una misura piuttosto equilibrata, su quello narrativo lo sviluppo si ingarbuglia su uno spunto tutt'altro che originale, sacrificando l'azione a una ricercatezza poco redditizia.    

domenica 18 giugno 2017

Messi - Storia Di Un Campione

anno: 2014       
regia: DE LA IGLESIA, ALEX
genere: documentario
con Johan Cruyff, César Luis Menotti, Andrés Iniesta, Alejandro Sabella, Gerard Pique, Javier Mascherano, Jorge Valdano, Josè Manuel Pinto, Hugo Tocalli, Claudio Vivas, Cintia Arellano, Diego Vallejos, Diego Schwartzstein, Walter Barrera, Santiago Seguerola, Ramon Besa, Juan Pablo Varsky, Ezequiel Moores, Marcelo Sottile, Daniel Arcucci, Jordi Bastè, Jorge Lòpez, Oscar Martinez, uillem Balaguè, Marc Balaguer, Juan Carlos Lo Sasso, Diego Armando Maradona    
location: Argentina, Spagna
voto: 5

Non è affatto male l'idea di Alex De La Iglesia, regista estroso di film come La comunidad, Oxford murders o Ballata dell'odio e dell'amore prestato al documentario, di raccontare le gesta pedatorie di Lionel Messi, uno dei più grandi giocatori di calcio del presente, sotto forma di racconto corale. Siamo in un lussuoso ristorante spagnolo e, nei diversi tavoli, troviamo le sue insegnanti di scuola di quando era bambino, i compagni di squadra del primo club argentino, quelli del Barcellona di oggi come Andrés Iniesta, giornalisti, allenatori di rango ed ex giocatori come Johan Cruyff e César Menotti. Ognuno racconta un pezzo di quella storia che - supportato soprattutto dalla nonna - portò questo ragazzino gracile e con un grave deficit dell'ormone della crescita a diventare il campione capace di aggiudicarsi per 4 volte il pallone d'oro, di arrivare in testa al torneo spagnolo e di aggiudicarsi diverse coppe internazionali. Il tono è diffusamente elegiaco, alcuni confronti improponibili (in primis, quello con un altro asso del calcio argentino, Maradona), ma il ritmo è svelto, il montaggio - che alterna le conversazioni con filmati di repertorio di ogni genere - serrato, la prosa agile e accattivante. Ma, con la sola eccezione di Zidane (regia dei videoartisti Philippe Parreno e Douglas Gordon, colonna sonora strepitosa dei Mogwai), ancora una volta il pallone esce sgonfio dal grande schermo, come era accaduto con il ritratto che Kusturica dedicò a Maradona o con il biopic su Pelè.    

sabato 17 giugno 2017

Ci vediamo a casa

anno: 2012       
regia: PONZI, MAURIZIO   
genere: commedia   
con Ambra Angiolini, Edoardo Leo, Antonello Fassari, Myriam Catania, Giulio Forges Davanzati, Nicolas Vaporidis, Primo Reggiani, Giuliana De Sio, Federico Rosati, Alessandro Nardocci, Francesca De Martini, Claudio Spadaro, Claudio de Pasqualis, Federico Scribani Rossi, Isabelle Adriani    
location: Italia
voto: 1   

Da quando possiedo un ebook reader, i miei sensi di colpa nei confronti dell'editoria, del cui sistema - come autore di saggistica - pur faccio parte, sono aumentati. Sarà per questo che, oltre a continuare a foraggiare quella rivista scadente che è Ciak (dal 2014 nelle mani del gruppo editoriale della Santanché…), da un quarto di secolo riservo immancabilmente una piccola quota settimanale anche a FilmTv. Dove, prima di decidere di sorbirmi un film con la Angiolini, leggo: "Gran ritorno di Maurizio Ponzi […] abitato e attraversato da un umanesimo struggente". Sono parole che fanno male quando ti trovi davanti a uno spettacolo così desolante, realizzato da un regista che nella sua carriera ha avuto il solo merito di fare per Francesco Nuti ciò che Camillo Mastrocinque fece per Totò: offrire una sponda alle battute del comico toscano. Autore di capitoli seminali della cinematografia nostrana come Il tenente dei carabinieri, Noi uomini duri, Il volpone e Anche i commercialisti hanno un anima (sic!), Ponzi torna a dirigere un film a sette anni da A luci spente. E lo fa con un film corale, ambientato a Roma, nel quale tre coppie di differenti classi sociali sono accomunate dal problema della casa: chi deve accontentarsi di dividere gli spazi con un amico attempato (Fassari), chi vorrebbe lasciare la casa dove ancora vive con la mamma (De Sio) per andare con il fidanzato (Reggiani), chi di case ne ha anche troppe perché il papà è un losco affarista. Per film come Ci vediamo a casa, che ha persino tutta l'arroganza dell'opera che pretende di avere un richiamo sul sociale, la categoria del "televisivo", usata in modo spregiativo, è insufficiente. Il film di Ponzi è inferiore a una qualunque fiction da seconda serata in una televisione locale: dai dialoghi inascoltabili, alla regia totalmente anonima fino alla prova - ben al di sotto del livello da recita parrocchiale - dell'intero cast, nel quale figurano l'irresistibile Giulio Forges Davanzati Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare e la figlia di mammà (Rosella Izzo, la cui famiglia è uno dei potentati del nostro cinema) Myriam Catania, tutto è assolutamente desolante.    

giovedì 15 giugno 2017

La memoria dell'acqua (El botón de nácar)

anno: 2015       
regia: GUZMAN, PATRICIO   
genere: documentario   
location: Francia, Cile, Spagna
voto: 4   

I mammasantissima del cinema, quelli sempre bene informati, dicono che il settantaquattrenne cileno Patricio Guzman, una vita passata in esilio dal "suo" Cile dopo il colpo di stato di Pinochet, è uno dei migliori documentaristi al mondo. Sarà… La memoria dell'acqua è appena il suo quinto film e prende spunto dal ritrovamento di un bottone (quello del titolo originale) in fondo all'oceano per raccontare la storia di Jemmy Button, l'indigeno che - nell'Ottocento - fu portato dalla Patagonia all'Inghilterra con l'intento di civilizzarlo, salvo poi rispedirlo indietro. Al rientro, l'uomo perse la sua identità dopo avere accettato le avance degli inglesi in cambio di quel famoso bottone di madreperla che gli diede anche il nome. Oggetto che fa da epitome anche alla dittatura di Pinochet, artefice dell'inasprimento della difficile convivenza tra etnie diverse, fustigate dalla dittatura e già in precedenza vittime di forme feroci di colonialismo.
Tutto molto poetico e ispirato, ma terribilmente demodé, con l'appiglio pretestuoso a una metafora corriva come quella della memoria dell'acqua che diventa la matefora di un popolo che non ha dimenticato il suo passato, le difficoltà e i torti subiti. Ritmo lentissimo, voce off soporifera da documentario televisivo anni '50, macchina fissa sugli intervistati alternata a immagini dello spazio da National Geographic rendono questo film appetibile solo a palati raffinatissimi. Il mio non lo è.    

mercoledì 14 giugno 2017

Maria per Roma

anno: 2016       
regia: DI PORTO, KAREN 
genere: grottesco
con Karen Di Porto, Andrea Planamente, Cyro Rossi, Diego Buongiorno, Nicola Mancini, Lorenzo Adorni, Massimiliano Padovan Di Benedetto, Paolo Samoggia, Boris Giulivi, Paola Venturi, Bruno Pavoncello, Mia Benedetta, Marianna Costantini, Daniela Virgilio    
location: Italia
voto: 3 

Nanni Moretti è come Frank Zappa: per quanto uno possa sforzarsi di imitarlo, non riuscirà mai neppure a lambire vagamente l'originale. A questa ferrea regola non sfugge neppure l'esordiente Karen Di Porto, che perennemente in sella alla sua Vespa firma un esordio con pretese da Caro diarietto in doppio cromosoma XX, profilandosi come l'ultima epigona di una serie di registi destinati ad apparizioni più o meno effimere come Fulvio Ottaviano, Giacomo Ciarrapico, Nina Di Majo e Alessandro Aronadio. Capello fluente e occhioni bistrati, la ragazza si prende estremamente sul serio e per un ora e mezza rimane fissa sulla scena per raccontare una qualsiasi giornata, dall'alba al tramonto passato sotto i ponti cittadini, di Maria - vocazione da attrice ma key holder per necessità - che in 24 ore, sempre con la cagnetta cardiopatica Bea al seguito (decisamente la migliore interprete del film), si arrabatta per mostrare le case vacanze a clienti spesso pretenziosi e rompiscatole, trova il tempo per le prove a teatro, quello per un set cinematografico e per andare a far visita alla madre con cui è in perenne conflitto, per poi terminare la sua giornata a una festa organizzata alla Casa del cinema, dove un regista le ha fatto sperare in una parte per un film.
Tra fotografie da cartolina della città eterna e una ridda di stereotipi (il produttore cinematografico bavoso, la sarda seccatrice, l'amico gay effemminato, eccetera), il film della Di Porto si dipana senza un'idea minima di sceneggiatura, assemblando alla rinfusa una serie di scene più o meno grottesche che, pur trovando qualche momento comico, vengono raggelate dal contrasto con l'assenza totale di qualsiasi forma di ironia della protagonista.
Sul genere, tra teatro off e situazioni beckettiane, molto meglio andarsi a rivedere il gustoso Estate romana di Matteo Garrone, degno allievo di Moretti ma senza ambizioni di clonazione.    

martedì 13 giugno 2017

Io danzerò (La Danseuse)

anno: 2016       
regia: DI GIUSTO, STEPHANIE   
genere. biografico   
con Soko, Gaspard Ulliel, Mélanie Thierry, Lily-Rose Melody Depp, François Damiens, Louis-Do de Lencquesaing, Amanda Plummer, Denis Ménochet, Louis Garrel, William Houston, Charlie Morgan, James Flynn    
location: Francia, Usa
voto: 4   

Nel 1887, alla morte del padre, la venticinquenne Marie Louise (Soko) salpa dagli Stati Uniti per cercare fortuna come attrice in Francia. Qui la ragazza, omosessuale dichiarata che nel frattempo ha assunto il nome d'arte di Loïe Fuller, pur non sapendo ballare rivoluzionerà il concetto stesso di danza, esibendosi dapprima alle Folies Bergères e quindi addirittura all'Opera di Parigi.
La esordiente Stéfanie De Giusto, spocchia tutta francese e piglio intollerabilmente magniloquente, firma un biopic che comincia come un film western e di dipana in una narrazione piatta con ambizioni autoriali, ricercatezze gratuite e una pensosità diffusa che mette in secondo piano l'unica cosa buona del film: la ricostruzione dello spettacolare gioco di luci e forme con cui la Fuller, utilizzando semplicemente dei bastoni e dei lunghissimi veli, riuscì a mandare in visibilio il pubblico della Belle Époque grazie alla sua "danza serpentina". Il film tratto da un libro di Giovanni Lista si concentra invece sul rapporto con un nobiluomo depresso (Garrel) e con la stella nascente di Isadora Duncan (l'insipida Lily-Rose Melody Depp, figlia di Johnny Depp), una vera ballerina, affidandosi all'inespressività di Soko, la cantante di origine polacca che fece fortuna su MySpace grazie a un video girato col cellulare…    

lunedì 12 giugno 2017

Una doppia verità (The Whole Truth)

anno: 2016       
regia: HUNT, COURTNEY  
genere: giallo  
con Keanu Reeves, Renée Zellweger, Gugu Mbatha-Raw, Gabriel Basso, Jim Belushi (James Belushi), Jim Klock, Ritchie Montgomery, Christopher Berry, Nicole Barré, Lyndsay Kimball, Jason Kirkpatrick, Sean Bridgers, Jackie Tuttle, Mattie Liptak, Ryan Grego, Mac Alsfeld    
location: Usa
voto: 5  

Il diciassettenne Mike Lassiter (Basso) è l'ammutolito rampollo di una ricchissima famiglia della Louisiana che deve essere processato per parricidio. Tutto lascerebbe pensare a un processo rapido, visto che l'imputato ha ammesso la sua colpa. Il suo avvocato (Reeves), che è anche un amico di famiglia, propende per una strada che tenti di dimostrare che l'omicidio compiuto dal ragazzo sia stato innescato dai soprusi paterni a danno della madre (Zellweger).
Su sceneggiatura fiacchissima di Rarafel Jackson , la 53enne Courtney Hunt - già regista del noir Frozen river - dirige un legal thriller alquanto convenzionale, quasi interamente girato all'interno dell'aula di tribunale nella quale si svolge il processo e condito con qualche flashback. La regia è pulita ma defilata, la narrazione si lascia seguire fluidamente, ma l'intero plot sembra puntare sul doppio colpo di scena finale, segnato da un'evidente falla nella sceneggiatura.
Alla fine, il motivo maggiore di interesse di questo saldo estivo è il confronto tra i due protagonisti - Keanu Reeves e Renée Zellweger - a colpi di botox.    

martedì 6 giugno 2017

Mea Culpa

anno: 2014       
regia: CAVAYÉ, FRED 
genere: poliziesco
con Vincent Lindon, Gilles Lellouche, Nadine Labaki, Max Baissette de Maglaive, Gilles Cohen    
location: Francia
voto: 6 

Simon (Lindon) è stato espulso dalla polizia a seguito di un incidente d'auto che ha provocato la morte di tre persone. Il matrimonio di sfascia e l'unico a rimanere al suo fianco è un collega (Lellouche) che si farebbe in quattro per lui e che dimostra davvero di saperlo fare quando Simon si trova a fronteggiare una banda di sanguinari malviventi che vorrebbero uccidere suo figlio, inconsapevole testimone di un delitto che non avrebbe dovuto vedere.
Il francese Fred Cavayé dirige due dei suoi attori feticcio - Vincent Lindon (Pour elle) e Gilles Lellouche (Gli infedeli) - in un polar travestito da buddy-movie con tanto di abreazione finale. La narrazione zoppica e la gang dei cattivoni è disegnata a grana grossa, ma il film - nonostante l'inverosimiglianza di molte situazioni - ha ritmo, azione e qualche buona trovata di regia.    

domenica 4 giugno 2017

John Wick - Capitolo 2 (John Wick: Chapter 2)

anno: 2017       
regia: STAHELSKI, CHAD  
genere: gangster  
con Keanu Reeves, Riccardo Scamarcio, Laurence Fishburne, Common, Ruby Rose, Ian McShane, John Leguizamo, Claudia Gerini, Lance Reddick, Peter Stormare, Bridget Moynahan, Peter Serafinowicz, Thomas Sadoski, David Patrick Kelly, Tobias Segal, Nico Toffoli, Perry Yung, Vadim Kroll, Franco Nero, Luca Mosca    
location: Italia, Usa
voto: 1  

John Wick (Reeves, qui più imbalsamato del solito) vorrebbe starsene tranquillo con il suo cane e godersi la sua bella casa. Ma un suo ex socio (un inguardabile e soprattutto inascoltabile Riccardo Scamarcio) lo costringe a tornare sulla scena per eliminare, a Roma, la sorella (Claudia Gerini, che qui offre una presenza più ornamentale delle precedenti). Sarà una carneficina.
Avete presenti quei videogames del genere sparatutto? Ecco, qui siamo alla loro degenerazione più letale: in nome del cinema più bolso e fracassone, qui dialoghi e plot vengono azzerati, qualsiasi raccordo narrativo viene lasciato al caso, la recitazione è ben sotto il livello di guardia, Roma fa rimpiangere le fotografie dei negozi di souvenir e l'unica cosa che ci si aspetta da action movies come questo è, appunto, l'azione. Che qui invece viene spesso sacrificata a vantaggio di interminabili intermezzi parlati dai quali allo spettatore - a differenza del protagonista che schiva, invulnerabile, qualsiasi raffica di pallottole - viene stroncato l'ultimo neurone residuo.   
Improponile il confronto con il primo capitolo.

mercoledì 31 maggio 2017

Cuori puri

anno: 2017       
regia: DE PAOLIS, ROBERTO  
genere: drammatico  
con Simone Liberati, Selene Caramazza, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili, Federico Pacifici, Isabella Delle Monache    
location: Italia
voto: 7  

Storia di un amore impossibile, quello ambientato a Tor Sapienza, degradata periferia est di Roma, tra Stefano (interpretato dall'ottimo Simone Liberati) e Agnese (Caramazza). Lui ha un passato di violenza ed espedienti, due genitori in perenne bolletta costretti a vivere in roulotte e fa il custode in un parcheggio che confina con un campo rom. Lei è una diciottenne che vive sola con la madre (Bobulova), una fanatica cattolica che le promettere di arrivare vergine al matrimonio. I due ragazzi si conoscono in una circostanza drammatica, si frequentano e lui per amore si fa licenziare ben due volte, tornando alla vita reietta di prima.
L'esordio dietro la macchina da presa di Roberto De Paolis, classe 1980, richiama immediatamente alla memoria l'espediente narrativo de La ragazza del mondo, pur guardando alle ambientazioni di Caligari e, nell'uso nervoso della macchina da presa, al cinema dei Dardenne. Ma rispetto al film di Danieli c'è una differenza cruciale: qui i personaggi sono assai più credibili, rotondi, con meno eccessi in positivo o in negativo. E il gioco di specchi di valori e comportamenti funziona in maniera più efficace: la purezza solo formale della ragazza svapora nella delazione e nell'incapacità di affrontare l'ipercontrollo tetragono di una madre terribile, mentre Stefano mostra davvero una inusitata purezza di cuore, tanto quando si tratta di allungare una dose di droga a un dodicenne, sia quando avrebbe l'occasione per pestare un incolpevole rom, accusato di uno stupro che non ha commesso.    

sabato 27 maggio 2017

I peggiori

anno: 2017       
regia: ALFIERI, VINCENZO
genere: commedia
con Lino Guanciale, Vincenzo Alfieri, Miriam Candurro, Biagio Izzo, Antonella Attili, Tommaso Ragno, Sara Tancredi, Ernesto Mahieux , Francesco Paolantoni, Maria Pia Calzone    
location: Italia
voto: 1,5

Se qualcuno avesse il numero di telefono di Elisa Grando, per favore: me lo faccia avere. Non vedo l'ora di poterla invitare a cena per metterle un intero flacone di Guttalax nel vino e ripagarla per aver assegnato il "colpo di fulmine del mese" a I peggiori sul mensile Ciak, che solo un immarcescibile istinto masochista mi spinge ancora ad acquistare. Il ricorso al potentissimo evacuatore intestinale potrebbe essere un espediente per farmi le risate che non mi sono potuto permettere con questo pessimo film d'esordio di Vincenzo Alfieri, attore cinematograficamente sottodotato, a cui ho volontariamente regalato parte dei 6 euro e 50 spesi al cinema. L'attore-regista salernitano, usurpatore dell'uno come dell'altro titolo, lo si era visto in film seminali come Niente può fermarci e Manuale d'amore 3, nel cui cast figurava anche De Niro: sarà per questo che il ragazzotto 31enne e azzimato si è montato la testa, scimmiottando l'epica di Lo chiamavano Jeeg Robot e rubacchiando lo spunto di fondo di Smetto quando voglio, con tanto di annuncio di un sequel che non vedrò neppure sotto tortura.
La trama è questa: due fratelli economicamente malmessi (uno è un avvocato sottopagato, l'altro un operaio edile che da tre mesi non vede la busta paga), abbandonati dalla madre pluriindagata (Calzone) insieme a quella linguacciuta della sorellina tredicenne, si trasformano in giustizieri improvvisati ai quali, in un crescendo di operazioni ad altissimo impatto sui social network, segue quella più ambiziosa di tutte: mettere pubblicamente alla berlina una palazzinara senza scrupoli (Attili), alla quale uno zelante commissario di polizia (Izzo) sta dando la caccia da anni.
Tra dialoghi imbarazzanti, recitazione sotto il livello di guardia, musiche tonitruanti e una fastidiosa estetica da videoclip spinta al parossismo, Alfieri e il suo entourage riescono tuttavia a tenere fede al titolo del film, dimostrando di essere davvero i peggiori sulla piazza. In mezzo a tanta risma acefala, il collezionatore di cinepanettoni Biagio Izzo ne esce con tanto di medaglia mentre è un peccato che Alessandro Aronadio, presente in sala negli stessi giorni con il notevole Orecchie, abbia apposto la sua firma tra quella degli sceneggiatori.    

giovedì 25 maggio 2017

Oggi insieme domani anche

anno: 2015       
regia: DE LILLO, ANTONIETTA  
genere: documentario  
location: Italia
voto: 6  


Da regista di film grotteschi e poco convenzionali, prossimi alla poetica di altri registi partenopei come Pappi Corsicato e Mario Martone, dalla metà degli anni Zero Antonietta De Lillo si è trasformata in una documentarista dallo sguardo intimista, capace di raccontare - attraverso il ricorrente espediente del film partecipato - tanto le diverse sfumature di un grande classico dell'ethos italico, quello del pranzo di Natale, quanto le vicissitudini di una poetessa controversa come Alda Merini (La pazza della porta accanto). In questo Oggi insieme, domani anche, troviamo l'ennesima variazione sul tema dei Comizi d'amore di pasoliniana memoria, di cui esistono già almeno due aggiornamenti alle epoche successive (La stagione dell'amore di Antonio Scurati e L'amore e basta di Stefano Consiglio), parenti strettissimi del capostipite, nonché un lontano parente fuori dal gregge come N-Capace di Eleonora Danco.
Ricorrendo a un'operazione di remix sui materiali raccolti, e sperimentando le potenzialità del found footage, il documentario della De Lillo lascia l'intero spazio filmico alle testimonianze dei tanti intervistati intercettati in giro per lo stivale, uomini e donne sia etero che omosessuali rimaste insieme per tutta la vita, o protagonisti di vicende sfortunate, o bizzarre, tra famiglie ricomposte, pregiudizi, gelosie, grandi aperture mentali, bisessualità, religione e altro ancora. Ma il film non è altro che l'assemblaggio di fotografie che racchiudono un'epoca, uno spaccato utile soltanto per il suo valore d'archivio.    

mercoledì 24 maggio 2017

Orecchie

anno: 2016       
regia: ARONADIO, ALESSANDRO
genere: grottesco
con Daniele Parisi, Francesca Antonelli, Silvana Bosi, Masaria Colucci, Silvia D'Amico, Piera degli Esposti, Ivan Franek, Sonia Gessner, Paolo Giovannucci, Rocco Papaleo, Andrea Purgatori, Re Salvador, Niccolò Senni, Pamela Villoresi, Milena Vukotic, Massimo Wertmüller, Alberto Abruzzese    
location: Italia
voto: 7,5

Un eterno supplente di filosofia in un liceo romano (Parisi), si sveglia con un fastidioso fischio all'orecchio. È soltanto il primo atto di una giornata impossibile e kafkiana, passata tra ospedali, scherzi crudeli (da antologia le visite in serie di Andrea Purgatori e Massimmo Wertmüller), suore invadenti, una vicina di casa troppo ciarliera, una fidanzata (D'Amico) poco convinta, un amico opportunista, un altro morto e tanti altri strani personaggi, tutti accomunati dall'incapacità di ascoltare il prossimo e dalla propensione a parlarsi continuamente addosso.
A sei anni dall'esordio con il curioso Due vite per caso, Aronadio torna dietro la macchina da presa con un film stravagante che - tra uno spunto narrativo che ricorda Il fischio al naso con il grande Tognazzi e uno stile straniato da commedia nera à la Kaurismäki - getta un'occhiata al primo Nanni Moretti e l'altra a soluzioni di regia inconsuete, a cominciare dal bianco e nero della pellicola fino alla progressiva trasformazione delle proporzioni dell'immagine, che da quadrata passa a sedici noni. L'intento metaforico del film è tanto interessante quanto, alla lunga, effimero, e sembra fare da sponda alla gimcana urbana dell'attonito e stralunato protagonista, costretto a incontri con una fauna umana a dir poco stravagante. Va a finire che Orecchie sembra assai più riuscito sul piano formale, con dialoghi spumeggianti e battute spiazzanti soprattutto nella prima metà, che su quello dei contenuti, portatori di una debole metafora sull'inadeguatezza dei tempi in cui viviamo. Resta tuttavia l'indiscutibile merito di avere portato, con questo strambo road movie pedestre, una ventata d'aria fresca nell'asfittico panorama della commedia italiana degli anni '10.    

domenica 21 maggio 2017

PIIGS - Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity

anno: 2017      
regia: CUTRARO, ADRIANO * GRECO, FEDERICO * MELCHIORRE, MIRKO  
genere: documentario  
con Noam Chomsky, Warren Mosler, Yanis Varoufakis, Paul De Grauwe, Stephanie Kelton, Erri De Luca, Federico Rampini, Paolo Barnard, Vladimiro Giacché, Marshall Auerback, Claudia Bonfini, Stefano Fassina e con la voce di Claudio Santamaria    
location: Italia
voto: 7


Piigs è l'acronimo disturbante e crudele che è stato affibbiato a Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, paesi rei di aver oltrepassato la soglia del 3% nel rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Il documentario di Cutraro, Greco e Melchiorre va a caccia dei dogmi che quel Moloch tetragono che è l'Unione Europea ha imposto ai paesi "maiali", condannandoli tanto all'austerity quanto alla cessione della propria sovranità nazionale a paesi economicamente forti che prosperano, se non solo, quanto meno anche sugli interessi per il saldo del debito. Le ricadute sono paradossali e nel film viene mostrato il caso de Il Pungiglione, una cooperativa che da anni si occupa di disabilità e che l'UE, tra capziosità amministrative e cavilli burocratici, ha messo sul lastrico. Così, oggi Il Pungiglione è schiacciata tra le pastoie del governo centrale europeo e l'affossamento dello stato sociale: una vera e propria sineddoche della relazione tra macro e microeconomia. Come se non bastasse, a corredo dell'implacabile crudeltà con cui le misure di austerità sono andate ad abbattere i servizi per i cittadini, ci sono le tante testimonianze di esperti di primissimo livello, da Noam Chomsky e Yanis Varoufakis, passando per Stephanie Kelton, Erri De Luca e Warren Mosler, tutti a urlare che il re è nudo, additando il dopo Maastricht come un insipiente pasticcio.
Collocato tra la vocazione egalitaria del cinema di Ken Loach e il documentarismo à la Inside job, Piigs è un film necessario, oltre che ben costruito, con una sua specifica dignità cinematografica, fatta di montaggio serrato, trovate grafiche originali e la voce off di Claudio Santamaria a raccordare i passaggi più difficili, togliendone le pieghe.    

lunedì 15 maggio 2017

The Dinner

anno: 2017       
regia: MOVERMAN, OREN
genere: drammatico
con Richard Gere, Steve Coogan, Laura Linney, Rebecca Hall, Charlie Plummer, Seamus Davey-Fitzpatrick, Chloë Sevigny, Adepero Oduye
location: Usa
voto: 1,5

Dopo Gli invisibili, Richard Gere e Oren Moverman - attore e regista di questo inguardabile The dinner - fanno ancora coppia per un film che si sviluppa intorno ai senzatetto. Si tratta della trasposizione - la terza dopo Het Diner di Menno Meyjes e il magnifico I nostri ragazzi di Ivano De Matteo - del best seller dell'olandese Herman Koch, La cena, lo scrittore che  - riferiscono le cronache - ha abbandonato schifato la sala in occasione della prima alla Berlinale. Non è la prima volta che gli americani riescono a rendere indecorosa un'opera che, nella sua prima versione cinematografica, si è rivelata eccellente: è accaduto con Big (remake di Da grande), Se perdi muori (oscena rivisitazione di 13 tzameti, trasferta a stelle e strisce dello stesso regista Gela Babluani), Scent of a woman (passabile rifacimento dell'inarrivabile Profumo di donna), Piume di struzzo (rilettura de Il vizietto),  Psycho (sbiadita versione dell'originale capolavoro hitchcockiano) e Welcome to Collinwood (oscena rilettura de I soliti ignoti). The dinner è pari soltanto a quest'ultimo. Un film asfittico, lentissimo, pasticciato, ampolloso, che, della traccia letteraria originale, conserva soltanto la scansione della cena per portate, aggiungendovi una sottotrama ridicola dove il conflitto tra due fratelli è la sineddoche della guerra di secessione americana, il segno di un ineliminabile peccato originale. L'impianto narrativo è, appunto, la cena in un ristorante esclusivissimo dove due fratelli - un senatore (Gere, imbalsamato come al solito) e un insegnante di liceo con conclamati problemi psichiatrici (Coogan) - si incontrano, insieme alle rispettive mogli, per discutere sul da farsi in merito alla bravata che i loro figli hanno compiuto ai danni di una clochard, vicenda finita in tragedia. Dallo svolgimento narrativo ai deliri semionirici, passando per i siparietti grotteschi con la presentazione delle vivande, la fastidiosa voce over, la recitazione abominevole dell'intero cast (quella di Steve Coogan, già pessimo in Philomena, è irricevibile) e la mutria del piccolo viziatello piromane al quale vorresti riempire la faccia di schiaffi nemmeno si fosse fatto un sovrasosaggio di cortisone, nel film non c'è un solo elemento che funzioni e il finale, che sembra un improvviso strappo di pellicola, non è che la beffa conclusiva allo spettatore.    

sabato 13 maggio 2017

Il diritto di contare (Hidden Figures)

anno: 2016       
regia: MELFI, THEODORE
genere: drammatico
con Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons, Mahershala Ali (Mahershalalhashbaz Ali), Kimberly Quinn, Glen Powell, Aldis Hodge, Olek Krupa, Ken Strunk, Ariana Neal, Saniyya Sidney, Zani Jones Mbayise, Tre Stokes, Selah Kimbro Jones, Karan Kendrick, Corey Mendell Parker, Alkoya Brunson, Ashton Tyler, Lidya Jewett, Donna Biscoe, Jaiden Kaine, Gregory Alan Williams, Maria Howell, Arnell Powell, Bob Bost, Crystal Lee Brown, Tequilla Whitfield, Robert McKay, Dane Davenport, Evan Holtzman, Travis Smith, Scott Michael Morgan, Wilbur Fitzgerald, Kurt Krause, Devin McGee, Joe Hardy Jr., Paige Nicollette, Kamryn Johnson, Glenn Allen, Elizabeth Youman, Rebekah Boroughs    
location: Usa
voto: 5,5

All'inizio degli anni '60, in un'America in fase di assestamento tra la svolta kennediana, il carisma di Martin Luther King e la sua lotta per i diritti civili, la Guerra Fredda con l'Unione sovietica si combatteva non soltanto sul piano delle acquisizioni militari, ma anche su quello della conquista dello spazio. È in questo contesto che, alla Nasa, si fecero valere tre "figure nascoste" - come ci ricorda il titolo originale - doppiamente discriminate: perché nere e perché donne. Il film, piuttosto calligrafico e ovattato, di Theodore Melfi ricostruisce quello snodo cruciale raccontando la storia di una matematica, un'ingegnera e una fisica che, grazie ai loro talenti, seppero dare un contributo decisivo a quel carrozzone maschilista e razzista che era allora la Nasa, grazie anche a una direzione concreta e relativamente aperta, incarnata dal personaggio di Kevin Costner. La regia indugia su qualche eccesso di romanticismo, diventa persino didascalica nella sottolineatura della discriminazione (era passato poco più di un lustro da quando Rosa Parks si rifiutò di cedere il posto su un autobus a un bianco eppure il bagno per le donne di colore si trovava sempre a un chilometro dagli uffici…) ma, pur nel suo classicismo e in più di un momento pletorico, il film ispirato al libro  di Margot Lee Shetterly - che, dopo Lincoln, Django unchained, 12 anni schiavo, The butler e Selma, va a ispessire la serie di film dell'era Obama con palesi richiami antirazzisti - ha l'indubbio merito di scoperchiare la doppia attitudine discriminatoria persino lì dove i principi illuministici avrebbero dovuto essere più robusti.    

lunedì 8 maggio 2017

Sole cuore amore

anno: 2016       
regia: VICARI, DANIELE
genere: drammatico
con Isabella Ragonese, Eva Grieco, Francesco Montanari, Francesco Acquaroli, Giulia Anchisi, Chiara Scalise, Giordano De Plano, Paola Tiziana Cruciani, Noemi Abbrescia, Marzio Romano Falcione, Ines Tocco    
location: Italia
voto: 3

Verrebbe quasi da buttargli le braccia al collo, a Daniele Vicari, per l'impegno che ci mette, per i temi che tocca (il degrado delle periferie di Velocità massima, il tentativo di rigenerazione esistenziale de L'orizzonte degli eventi, il vizio del gioco di Il passato è una terra straniera, le torture del G8 di Genova di Diaz, più alcuni documentari come Il mio paese e La nave dolce). Il problema è che a questo nipotino di Ken Loach sembra proprio mancare il talento, il dono del racconto, la scrittura dei dialoghi.
Anche questo Sole cuore amore - titolo buttato lì a caso, ennesimo trasferimento al cinema di una canzone immonda, Tre parole della meteora Valeria Rossi - si colloca sul solco dei precedenti: tema di grande impegno civile (quello delle nuove forme di schiavitù sul lavoro e dell'impossibilità di realizzarsi con esso) raccontato con una scelta stilistica stramba: due film al prezzo di uno. Già, perché Sole cuore amore da un lato segue la vicenda umana di Eli (Ragonese), giovane madre di quattro figli (gulp!) e moglie di uno sfaccendato (Montanari), che abita ben lontana dal Grande Raccordo Anulare e sbarca il lunario per 800 euro mensili fuori busta facendo la banchista in un bar di Roma: il padrone (Acquaroli) la vessa, lei non sta bene in salute, ma la donna riesce comunque ad avere il sorriso stampato sulle labbra h24. Praticamente, un film di fantascienza, sebbene ispirato alla terribile storia vera di Isabella Viola, trovata morta, sfiancata dal lavoro, alla stazione Termini di Roma nel 2012. Parallelamente, seguiamo la vicenda di Vale (Grieco), che vive nello stesso stabile desolante di Eli, si arrangia facendo la ballerina (la "performer", dice lei…), ha un pessimo rapporto con la madre bacchettona (Cruciani) e qualche irrisolta tendenza saffica.
Le due parti del film dialogano approssimativamente, hanno contatti caduchi ma, soprattutto, sono scritte sciattamente: i dialoghi sono ben sotto il livello di guardia, la narrazione ripete costantemente lo stesso modulo e la recitazione di molti personaggi secondari non aiuta, così come non aiuta il romanesco posticcio di Isabella Ragonese, che sembra involontariamente ricordare il Massimo Boldi che stilettava con accento lombardo: "ma i mortaci tui". Prego, ripresentarsi a settembre.    

domenica 30 aprile 2017

Partisan

anno: 2015       
regia: KLEIMAN, ARIEL   
genere: fantastico   
con Vincent Cassel, Jeremy Chabriel, Zsofia Stavropoulos, Wietse Cocu, Katalin Hegedus, Daniel Vernikovski, Samuel Eydlish, Csenge Birloni, Sosina Wogayehu, Kidus Melaku, Anastasia Prystay, Florence Mezzara, Timothy Styles, Sapidah Kian, Oscar Dahlberg, Alexander Kuzmenko, Alexander Dahlberg, Natalia Gorbacheva    
location: Australia
voto: 4   

In un luogo imprecisato e un tempo altrettanto imprecisato, Gregori (Cassel), un uomo sulla cinquantina, raduna ragazze madri con i loro figli. L'11enne Alexander, il primo a essere adottato in questa comunità rigorosamente patriarcale nella quale Gregori educa i giovani al sapere ma anche alla polvere da sparo, subisce con sempre maggiore diffidenza le imposizioni del suo mentore. Quando uno dei nuovi arrivati viene umiliato pubblicamente per avere manifestato il suo dissenso, per Alexander il dado sarà ormai tratto.
Strano film, questo dell'australiano Ariel Kleiman, a cavaliere tra il fantasy distopico e il dramma claustrofobico, una sorta di prova generale per un'opera per certi versi simile come il coevo Captain Fantastic. Qui però tutto sembra programmatico e posticcio, il finale ampiamente telefonato e la figura del padre-padrone carismatico - interpretata con la consueta vena di follia da Vincent Cassel - troppo schematica e non adeguatamente contrapposta a un nugolo di succubi verso il quale il registro algido del film non induce ad alcuna empatia.    

lunedì 24 aprile 2017

La tenerezza

anno: 2017       
regia: AMELIO, GIANNI
genere: drammatico
con Renato Carpentieri, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Greta Scacchi, Arturo Muselli, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale, Hieb Khili, Valerio Comparelli, Renato Carpentieri Jr., Fabio Cocifoglia, Bianca Panicci, Giovanni Esposito, Salvatore Cantalupo, Nunzio Giuliano, Abdou Magib Fall, Giuseppe Gavazzi, Rosario Minervini, Walter Lippa, Dario De Rosa, Franco Pinelli, Salvatore Sodano, Maria Giovanna De Cristofaro, Rosario D'Angelo, Carmen Pommella, Valeria Luchetti, Luca Gallone, Michele Danubio, Antonio Marfella, Enzo Casertano, Noureddin El Falah, Hedi Krissane, Lello Serao, Antonio Morra, Giancarlo Cosentino, Peppe Bosone    
location: Italia
voto: 7

Un avvocato in pensione, burbero e misantropo (Carpentieri), entra in contatto con i suoi nuovi vicini di casa: una coppia del nord Italia con due bambini piccoli. Lui, che da anni rifiuta di parlare con quei parassiti dei suoi figli, stringe un'amicizia con la famiglia appena arrivata nel pieno caos di Napoli (fotografata da Luca Bigazzi con la consueta maestria), smussa gli spigoli di un carattere quasi impossibile, si sdilinquisce persino con i bambini - gli unici, alla stregua del suo nipotino al quale tenta di insegnare la differenza tra tinto, istinto ed estinto - a intenerirlo. Tutto cambia in seguito a una tragedia che, se raccontata, sarebbe uno spoiler clamoroso.
Il tema della relazione tra genitori e figli è ancora una volta - come già in pietre miliari come Colpire al cuore, Il ladro di bambini e Le chiavi di casa, ma anche del meno riuscito L'intrepido - il perno di un film ellittico, nel quale Amelio dimostra ancora una volta una spettacolare capacità nell'affidare al pubblico una funzione di completamento. E lo fa non soltanto interrompendo al vertice del climax alcune scene madri, ma anche disegnando contorni nettissimi su personaggi incompiuti, tutti assimilabili dalla ricerca di una tenerezza mai ricevuta. A farsi carico più di tutti di un'opera rielaborata da Amelio in maniera assai personale a partire da La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone e che trova la propria cifra stilistica migliore nella capacità di scavo dei personaggi è un Renato Carpentieri titanico al quale, misteri dello star-system, non solo è stato riservato un posto del tutto marginale, quasi impercettibile, nella locandina del film, ma il suo nome compare dopo quello di Giovanna Mezzogirno, Michela Ramazzotti ed Elio Germano. Il quale ultimo si dimostra, ancora una volta, attore gigantesco, che un casting troppo disinvolto ha affiancato a due nane della recitazione.