venerdì 8 dicembre 2017

L'insulto (L'insulte)

anno: 2017       
regia: DOUEIRI, ZIAD  
genere: drammatico  
con Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Rita Hayek, Diamand Bou Abboud, Talal Jurdi, Christine Choueiri    
location: Libano
voto: 9  

"Sei un cane", sentenzia un ingegnere palestinese (El Basha) che lavora in nero a Beirut, all'indirizzo di un meccanico cristiano maronita (Karam), al quale ha riparato la grondaia che butta acqua sui passanti e che, per tutta risposta, frantuma il tubo appena riparato. Il meccanico esige che l'altro si scusi e ritiri l'insulto, ma quest'ultimo nicchia e il caso, dopo un'escalation tra costole rotte e frasi come "magari Sharon vi avesse sterminati tutti", finisce in tribunale, dove i due verranno difesi su sponde opposte da un principe del foro (Salameh) e da sua figlia (Abboud), per poi diventare un caso politico nazionale sul quale dovrà intervenire persino il presidente della Repubblica.
Prendendo spunto da un episodio autobiografico, il regista libanese - che al rientro in patria dopo la presentazione del film a Venezia è stato bloccato dalla polizia - torna sulla questione palestinese (rispetto alla quale il cinema ci ha regalato opere importanti e commoventi come Private, Il giardino di limoni e Il figlio dell'altra) mostrandone tutte le contraddizioni. Un conflitto mai sopito nonostante sia terminato nell'ormai lontano 1990, pur continuando a covare nella memoria delle vecchie generazioni. Doueiri lo trasforma in un dramma giudiziario in gran parte ambientato in tribunale, un apologo sul tema del perdono nel quale entrambe le parti hanno ferite ancora aperte, tra accuse di filosionismo e i ricordi tragici dei massacri di Damur ai danni di una popolazione cristiana inerme ma anche di quelli perpetrati dalle milizie cristiane libanesi guidate da Bashir Gemayel. Se i contenuti del film provocano nello spettatore un coinvolgimento emotivamente dilaniante, la forma non è da meno: un cinema di parola dal ritmo serratissimo, servito da una squadra di attori straordinaria, tra i quali Kamel El Basha si è aggiudicato la Coppa Volpi a Venezia.    

giovedì 7 dicembre 2017

Suburbicon

anno: 2017       
regia: CLOONEY, GEORGE
genere: noir
con Matt Damon, Julianne Moore, Noah Jupe, Glenn Fleshler, Alex Hassell, Gary Basaraba, Oscar Isaac, Jack Conley, Karimah Westbrook, Tony Espinosa, Leith M. Burke, Megan Ferguson, Michael D. Cohen, Steve Monroe, Dash Williams, Ellen Crawford, Carter Hastings, Steven M. Porter, Diane Dehn, Robert Pierce, Pamela Dunlap, Nancy Daly, Mark Leslie Ford, Brady Allen, Vince Cefalu, Steven Shaw, Hope Banks, Don Baldaramos, Josh Meyer, Frank Ferruccio, Johnny Meyer, Jack Fisher, Brandon LaFleur, Blake Altounian, Frank Califano, Angus Sepenuk    
location: Usa
voto: 8

Ci sono i fratelli Coen, e si vede benissimo, dietro la sceneggiatura del sesto film da regista di George Clooney. Il sodalizio tra i due folletti hollywoodiani e uno dei maggiori esponenti del pensiero liberal del cinema americano parte dal 2000 (Fratello, dove sei?) e approda qui al suo risultato migliore. Siamo alla fine degli anni '50 nell'immaginaria cittadina di Suburbicon, molto wasp, percorsa da un razzismo tutt'altro che silenzioso. E infatti mentre la prima famiglia di neri appena arrivata a Suburbicon si ritrova sotto assedio con la casa messa a ferro e a fuoco dopo una lunga e pesantissima discriminazione, il loro vicino (Damon) organizza, in combutta con due balordi, l'assassinio della moglie (Moore) costretta sulla sedia a rotelle, per farsela con la gemella di questa, con conseguente truffa ai danni dell'assicurazione. Il tutto sotto gli occhi increduli di un bambino innocente (Jupe), l'unico bianco capace di fare amicizia con vicino di casa che ha la pelle di un altro colore.
Tra i coeniani Fargo, Ladykillers e Burn after reading, il film di Clooney gioca sulla commedia nera per raccontarci metonimicamente i prodromi della nuova ondata razzista impersonata da Trump. Sebbene la sottotrama che coinvolge la famiglia nera presa di mira dai vicini bianchi non sempre riesca a fondersi fluidamente con l'ossatura principale del racconto, il plot scorre a meraviglia, assemblando sfumature grottesche, tentazioni splatter ed eccessi macchiettistici su un impianto ottimamente calibrato e servito da più di un'invenzione in fase di fotografia e montaggio.    

sabato 2 dicembre 2017

Il libro di Henry (The Book of Henry)

anno: 2017       
regia: TREVORROW, COLIN   
genere: thriller
con Naomi Watts, Jaeden Lieberher, Jacob Tremblay, Sarah Silverman, Dean Norris, Lee Pace, Maddie Ziegler, Tonya Pinkins, Bobby Moynihan, Geraldine Hughes    
location: Usa
voto: 3,5   

Prendiamo tre argomenti forti - un cancro che colpisce un bambino di 11 anni, il genio e il pedofilo - e vediamo che cosa succede. Sembra rispondere a questo diktat il film di Colin Trevorrow tratto dal romanzo di Gregg Hurwitz, che racconta la storia di una madre scapestratissima (Watts) con figli a carico. Il più grande, l'undicenne Henry (Lieberher), è appunto un genio e governa le finanze di casa (anche da morto), ha una simpatia per una compagna di classe che però viene molestata dal patrigno (Norris). Quando denuncia i suoi sospetti alla preside si vede rispedire le accuse al mittente: l'uomo, a parte il fatto di essere un poliziotto, è un personaggio molto in vista nella comunità. Il ragazzo passa a miglior vita, lasciando dettagliatissime istruzioni alla madre, scrupolosamente annotate sul libro del titolo, affinché quest'ultima faccia giustizia da sé.
Film insulso a cavaliere tra noir, fiaba dark con risvolti da realismo magico e melodrammone, con personaggi monodimensionali messi a servizio di un plot che è un autentico scult.    

venerdì 1 dicembre 2017

Amori che non sanno stare al mondo

anno: 2017       
regia: COMENCINI, FRANCESCA
genere: sentimentale
con Lucia Mascino, Thomas Trabacchi, Carlotta Natoli, Valentina Bellè, Iaia Forte, Camilla Semino Favro    
location: Italia
voto: 8,5

Claudia (Mascino) conosce Flavio (Trabacchi) durante una conferenza. Entrambi sono docenti universitari. Dopo la schermaglia iniziale, i due vanno a pranzo insieme. Lei gli dichiara precipitosamente il suo amore. Lui, gratificato, nicchia ma sta al gioco. Sboccia l'amore. Durerà sette anni, tra alti e bassi, passione e sofferenze. Una frase di troppo fa traboccare un vaso stracolmo. Lui la lascia e si trova una più giovane che non lo coinvolge ma non lo fa soffrire.
Dopo vari film impegnati (Carlo Giuliani, ragazzo, Mi piace lavorare, A casa nostra, In fabbrica, Lo spazio bianco) e varie puntate di Gomorra - La serie, Francesca Comencini gira la sua seconda commedia sentimentale con ampie venature autobiografiche, arrivando a realizzare la sua opera di gran lunga migliore. Nel personaggio di Claudia, figlio della pagina letteraria della stessa Comencini, c'è tutta la sofferenza e il tormento di una donna disperatamente innamorata che si strugge interrogandosi sui motivi dell'abbandono. Una donna intemperante, spesso sopra le righe. Per lei ogni esitazione è un segno d'ambiguità, ogni silenzio dell'altro una mortificazione della sua identità, mentre lui rimane indissolubilmente legato al suo bisogno di libertà, al suo aplomb sempre così apparentemente distaccato. La Comencini è straordinariamente efficace nel restituire tutte le sfumature dei suoi personaggi, curando moltissimo anche quelli in secondo piano (su tutti, quello di Carlotta Natoli,  che nella vita è la moglie di Trabacchi, e che qui troviamo nella parte dell'amica più intima di Claudia), senza mai prendersi eccessivamente sul serio. Anzi: disseminando il film con ampie dosi di ironia, momenti esilaranti (su tutti, quello del tentativo di non appoggiarsi alla tavoletta in un bagno pubblico), deviazioni grottesche (come nel bianco e nero della lezione sull'eterocapitalismo, una aritmetica sul mercato matrimoniale delle donne ultraquarantenni), scorci onirici abbinati a richiami bergmaniani (il fantasma di Claudia nella nuova vita di Flavio). Sicché il film, a dispetto del registro da commedia, propone una sorta di apologo sulla guerra dei sessi, una storia di amour fou che è anche una serissima lezione sull'elaborazione del lutto: un tripudio quasi schizofrenico di trovate stilistiche e mezzi toni, nel quale trovano posto escursioni saffiche, anonimi filmini in bianco e nero e scorci romani poco frequentati al cinema, a cominciare dal Macro di via Nizza.
    

domenica 26 novembre 2017

L'amore rubato

anno: 2016       
regia: BRASCHI, IRISH   
genere: drammatico   
con Stefania Rocca, Elena Sofia Ricci, Gabriella Pession, Chiara Mastalli, Elisabetta Mirra, Francesco Montanari, Alessandro Preziosi, Emilio Solfrizzi, Antonello Fassari, Massimo Poggio, Antonio Catania, Daniela Poggi, Cecilia Dazzi, Luisa De Santis, Emanuel Caserio, Renato Raimo    
location: Italia
voto: 1,5   

Stupratori, violenti, assassini, stalker, carnefici: grazie al film di Irish Braschi, liberamente ispirato all'omonima raccolta di racconti di Dacia Maraini, possiamo finalmente dirci dotati di molti punti fermi sulla psicologia del maschio italiano. Qui il soggetto in questione viene presentato in maniera rigidamente monodimensionale e messo a servizio di un film-pamphlet nel quale le sfumature non hanno alcun diritto di cittadinanza. Tra il manager facoltoso (Preziosi) che massacra di botte la moglie (Rocca), il gestore di una palestra (Fassari) che stupra una sua giovanissima dipendente (Mastalli), la liceale stuprata dal solito branco di compagni nell'omertà generale, l'attrice (Pession) ghettizzata dentro le mura domestiche dalla prepotenza del compagno e la donna di mezza età (Ricci) brutalizzata da un amante geloso (Poggio), ce n'é per tutti. Preoccupatissima di stare fedelmente nel solco dei cliché più triti e di assecondare rigidamente il teorema del film, la regia perde completamente di vista tanto quel minimo di approfondimento psicologico che ci si aspetterebbe da un tema del genere, quanto l'aspetto meramente filmico. Nessuno degli interpreti sembra credere al ruolo e sull'insieme grava un'aura del tutto posticcia, enfatizzata dalla presenza inopportuna di Sua Retorica, madame Boldrini. Un tema così importante avrebbe meritato ben altro lavoro di cesello.    

sabato 25 novembre 2017

Gli sdraiati

anno: 2017       
regia: ARCHIBUGI, FRANCESCA
genere: commedia
con Claudio Bisio, Gaddo Bacchini, Cochi Ponzoni, Antonia Truppo, Gigio Alberti, Barbara Ronchi, Carla Chiarelli, Federica Fracassi, Gianluigi Fogacci, Sandra Ceccarelli, Donatella Finocchiaro, Gaddo Bacchini, Ilaria Brusadelli, Matteo Oscar Giuggioli    
location: Italia
voto: 3

La convivenza (quasi) impossibile tra un padre milanese sottaniere e separato da sette anni dalla moglie (Bisio), noto personaggio televisivo, e il figlio diciassettenne (Bacchini), perennemente disordinato, sbracato sul divano o sul letto, in costante compagnia di alcuni compagni di scuola (con i quali, alla faccia del politically correct e del totale svuotamento semantico nella scelta della parole, si chiamano tra loro "i froci per sempre"), innamorato di una coetanea mezza dark e mezza emo ma androide per intero (Brusadelli), refrattaria a qualsiasi capacità comunicativa.
La Archibugi continua a strizzare l'occhio alla sinistra più salottiera e radical chic - quella che si riempie la bocca di questioni sociali e poi dà in mano la carta di credito ai figli diciassettenni - con risultati imbarazzanti. Liberamente, moooolto liberamente tratto dall'omonimo romanzo semi-autobiografico di Michele Serra, il film della 57enne regista romana ne stravolge lo spirito, vi innesta una sottotrama che diventa l'asse portante dell'opera (il genitore teme che la ragazza con cui il figlio ha una relazione sia la sorellastra di quest'ultimo, frutto di una scappatella di alcuni anni prima) e perde completamente di vista l'anima del fulminante libello originale, dimenticandone l'ironia ma soprattutto ignorando il perno del testo originale, quel grido disperato di un genitore che non sa più cosa fare con questa generazione di sdraiati, per proporre una messa in scena cerchiobottista nella quale i padri sono dei Peter Pan irresponsabili e tutti i mali dei figli sono attribuibili alle separazioni troppo facili. Sicché, tolta la figura bonaria del suocero del protagonista (chi si rivede: Cochi Ponzoni!), tutti gli altri personaggi risultano indigesti e l'unica risposta possibile richiamata dalla generazione che qui viene portata sul grande schermo è quella di un sonoro ceffone, come suggerisce un degente dell'ospedale che i "froci per sempre" hanno scambiato per una discoteca. Una generazione che continua a essere trattata con superficialità estrema, come già in Genitori & figli: agitare bene prima dell'uso (Veronesi), Gli sfiorati Rovere), Fino a qui tutto bene (Johnson) e Questi giorni (Piccioni): e così sarà ancora, almeno fino a quando li si vorrà vedere in chiave di commedia, quando invece di tratta di un autentico dramma sociale (e infatti i ritratti migliori sono declinati in questa chiave, vedi Il capitale umano e I nostri ragazzi). Alla Archibugi, che continua a concentrarsi su ambienti ultraborghesi, dice nulla il concetto di neet?    

venerdì 17 novembre 2017

Fortunata

anno: 2017   
regia: CASTELLITTO, SERGIO
genere: drammatico
con Jasmine Trinca, Stefano Accorsi, Alessandro Borghi, Edoardo Pesce, Hanna Schygulla, Nicole Centanni    
location: Italia
voto: 5

Mamma Roma stavolta si chiama Fortunata (Trinca), abita a Torpignattara, periferia romana, fa la parrucchiera a domicilio, veste sempre in minigonna, ha una figlia difficile da gestire e che sputa sempre addosso ai compagni di scuola (Centanni), è separata dal marito, una guardia giurata, che vorrebbe riaverla con sé (Pesce). Il suo sogno nel cassetto è quello di aprire un negozio da parrucchiera, ma i debiti la sovrastano, i problemi anche e l'unica persona che la sostiene è un tatuatore con qualche disordine psichico (Borghi) e madre malata di Alzheimer a carico (Schygulla). Nell'androceo di Fortunata entra anche Patrizio (Accorsi), psicologo che prende in carico il caso della bambina per poi innamorarsi della madre. Ma l'instabilità emotiva di Fortunata gli rende impossibile sottrarsi alla tempesta.
Tratto anche stavolta da un racconto della moglie Margaret Mazzantini rimasto a lungo nel cassetto, il sesto film da regista di Sergio Castellitto vede di nuovo al centro della scena una donna (Non ti muovere, Venuto al mondo, Nessuno si salva da solo) alla ricerca di sé stessa. È un festival di letteratura banale che gronda dai dialoghi e di situazioni spesso inverosimili, ossimoricamente calate in un contesto verista con qualche acuto tra l'onirico e il metafisico (con tanto di stridente riferimento colto all'Antigone), sempre legato ai trascorsi turbolenti vissuti dai personaggi. Tra questi ultimi, si distinguono ancora una volta quello interpretato da Edoardo Pesce, credibilissimo nella parte di un marito ancora legatissimo alla ex moglie, e dal camaleontico Alessandro Borghi. È stata invece Jasmine Trinca l'unica a portare a casa un premio: il massimo alloro vinto come migliore attrice al festival di Cannes. Tutta sopra le righe, occhi bistrati e capelli mesciati alla bell'e meglio, perennemente sboccata, l'attrice romana ha anche avuto l'ardire di mostrare il suo corpo androgino alla cinepresa. Misteri della settima arte, come quello della sua attività di attrice. Meno male che sul finale arriva Vasco con la sua Vivere. Altrimenti ci sarebbe voluto il Maalox.    

sabato 11 novembre 2017

The Place

anno: 2017       
regia: GENOVESE, PAOLO  
genere: fantastico  
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwaker, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D’amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Giulia Lazzarini    
location: Italia
voto: 5,5  

Dalla tavola alla tavola calda: è in un piccolo locale chiamato The place (nella realtà sito a Roma, in via Gallia 70) che Paolo Genovese, reduce dallo strepitoso successo di Perfetti sconosciuti, ambienta la sua prova forse più difficile, costruendo un film che, per molti versi, sembra ricalcare l'impostazione del precedente, ma in una versione che sta tra il kammerspiel e il cinema indie.
Nel locale si avvicendano varie figure, di giorno e alla sera tardi, con la pioggia o con il sole: tutti postulanti disposti a mettere in pratica le istruzioni scellerate fornite da uno strano personaggio (Mastandrea), una sorta di diavolo che non ha nulla di mefistofelico me che gioca a fare Dio, tra un pasto e l'altro serviti dall'unica cameriera del tavola calda (Ferilli). Chi chiede che al proprio figlio torni la salute (Marchioni) o al proprio marito la memoria (Lazzarini), chi, più modestamente, vorrebbe portarsi a letto una fotomodella (Papaleo) o vorrebbe diventare più bella (D'Amico), chi vorrebbe recuperare il rapporto con il figlio (Giallini) e chi affrancarsi definitivamente dal padre (Muccino), chi ritrovare la vista perduta (Borghi) oppure Dio (Rohrwacher). A ciascuno di loro, questa sorta di deus ex machina chiede di fare cose impensabili, dal mettere una bomba in una discoteca all'uccidere una bambina.
Tratto da una serie tv americana (The Booth at the End), The place è un film ambiziosissimo ma largamente irrisolto. All'efficacia dell'intreccio in chiave di thriller psicologico costruito come un apologo a sfondo morale sulle ambizioni umane e alla fluida intersezione delle diverse storie, non corrisponde una resa plausibile sul piano delle pretese filosofiche, nient'affatto sorrette adeguatamente sul piano della scrittura. Al contrario, i dialoghi sono spesso lapidari - "Lei crede in Dio?" "Diciamo che io credo nei dettagli", oppure "Lei è un mostro" "Io do da mangiare ai mostri", e così via - e la dialettica tra caso e necessità, perno del film, è trattata con superficialità. Ma l'ambientazione, la recitazione (tutti gli attori, con l'eccezione di Mastandrea, hanno recitato per una sola giornata) e il ritmo narrativo sono senz'altro punti a favore e comunque si intravede il tentativo di trovare nuove strade.    

giovedì 9 novembre 2017

Borg McEnroe

anno: 2017       
regia: METZ PEDERSEN, JANUS   
genere: biografico   
con Shia LaBeouf, Sverrir Gudnason, Stellan Skarsgård, Tuva Novotny, Ian Blackman, Robert Emms, Scott Arthur, David Bamber, Jane Perry, Claes Ljungmark, Janis Ahern, Demetri Goritsas, Jackson Gann, Björn Granath, Peter Hosking, Mats Blomgren, Thomas Hedengran, Val Jobara, Christopher Wagelin, James Sobol Kelly, Bob Boudreaux, Tom Datnow, Leo Borg, Dan Anders Carrigan, Emelie Dahlskog, Lucy Ter-Berg, Julia Marko-Nord, Jason Forbes, Markus Mossberg, John Runestam, Richard Drazny, Inger Järpedal, Christopher Fänge, Mohamed Shabib, Igor Tubic, Vincent Eriksson    
location: Regno Unito, Svezia, Usa
voto: 7   

Per capire quanto uno sport possa essere elitario basta prendere in considerazione tre parametri: che sia praticato singolarmente (la scherma) o in gruppo (il rugby), che abbia o meno una mediazione strumentale (la lotta greco-romana, per esempio, non ce l'ha) e che tenga o meno separati i corpi degli atleti (nel volley lo sono, nella pallacanestro no). Il tennis, al quale quarant'anni fa Giorgio Gaber dedicò l'omonima canzone al vetriolo, è uno di quegli sport ultraelitari (come il golf, il surf, lo sci, l'equitazione) per i quali, come diceva lo stesso Gaber "per essere bravi […] non è che bisogna essere proprio imbecilli, però aiuta" (stavolta il riferimento è a Gli inutili). Così, da Nando Cicero a Woody Allen, non si contano le centinaia e centinaia di film che lo mettono in scena. Borg McEnroe, di Janus Metz Pedersen, infittisce la lista andando a raccontare la sfida, davvero epocale, tra Björn Borg, l'asso svedese che tra Grande Slam e Wimbledon aveva polverizzato tutti i precedenti record di vittorie, e l'astro nascente del tennis statunitense, John McEnroe. Il ghiaccio e la fiamma: amatissimo il primo, detestato a causa delle sue continue e clownesche intemperanze sul rettangolo di gioco il secondo. Il film si concentra sulla finale che li vide rivali per la prima volta a Wimbledon, nel 1980, dove Borg giunse con quattro titoli consecutivi. Incentrato prevalentemente sulla figura dello scandinavo, il lungometraggio di Pedersen ne racconta anche l'infanzia e l'adolescenza (e qui l'interprete è proprio uno dei figli di Borg), il rapporto quasi filiale stabilito col mentore Lennart Bergelin (Skårsgard), il radicale cambiamento di modalità espressive (da giovane Borg sembra fosse vulcanico e iracondo come McEnroe), ma anche se non soprattutto la solitudine. D'altronde, che il ragazzo che abbandonò il tennis a soli 26 anni non avesse tutti i venerdì in ordine lo dimostra il matrimonio che ebbe qualche anno più tardi con Loredana Bertè. Da allora, tanta cocaina, la bancarotta, la vendita all'asta dei suoi trofei ma anche l'amicizia proprio con McEnroe (i due si fronteggiarono 14 volte: 7 vittorie a testa), che, nel frattempo, si era dato una regolata.
Lento, tendenzialmente verboso ed estetizzante nella prima parte, il film decolla nella seconda, rendendo palpitante il momento clou della finale di Wimbledon, tutta giocata sul filo di un equilibrio assoluto tra i due contendenti e metafora efficacissima di uno sport elegantissimo, "per gentiluomini", che è l'emblema dell'individualismo più parossistico.    

martedì 7 novembre 2017

Going Clear: Scientology e la prigione della fede (Going Clear: Scientology and the Prison of Belief)

anno: 2015   
regia: GIBNEY, ALEX
genere: documentario
con Paul Haggis, Lawrence Wright, Marty Rathbun, Mike Rinder, Jason Beghe, Sylvia "Spanky" Taylor, Sarah Goldberg, Tom DeVocht, Monique Rathbun, Tony Ortega, Kim Masters    
location: Usa
voto: 5

Negli anni '50 del secolo scorso L. Ron Hubbard, un ex militare americano, un imbonitore con una massiccia predisposizione alla fandonia, scrisse un libro, Dianetics, nel quale enunciava i principi etici di quella che di lì a poco sarebbe diventata una vera e propria religione organizzata, o una setta, se si preferisce: la Chiesa di Scientology. Il ciarlatano prometteva il completo sviluppo psicoemotivo dell'uomo, il raggiungimento dello stato di "clear" (una sorta di veggenza che permette di mettere al proprio posto ciascun elemento della vita passata, senza pendenze psichiche ulteriori) a due condizioni da nulla: il versamento di somme ingentissime nelle casse della Chiesa - cioè nelle sue - e l'auditing. Quest'ultimo altro non è che una estorsione delle confidenze più intime degli adepti mascherata da "svuotamento interiore" (non sfuggiranno le somiglianze con la pratica della confessione nel cristianesimo…). Peccato che quelle stesse confessioni vengano poi usate per ricattare gli eventuali "disconnessi" o per tormentare le cosiddette "persone soppressive" coloro, cioè, che - essendo in contatto con qualche adepto di Scientology - mettono in aperta discussione i principi della Chiesa. A questa amenità pensate per foraggiare prima le tasche del fondatore e in seguito quelle del monarca che gli succedette, David Miscavige, si aggiunsero successivamente le violenze, le persecuzioni, la coartazione e le torture con la chiusura in quella specie di lager che è il "buco" nei confronti delle persone che intendevano lasciare la Chiesa.
Il documentario di Alex Gibney - al cui invito non hanno risposto né John Travolta né Tom Cruise, i due più noti esponenti di Scientology - è encomiabile per la scelta del soggetto e assai coraggioso ma ben al di sotto di altri prodotti dello stresso regista (Enron, Taxi to the dark side, Freakonomics, Mea Maxima Culpa) sul piano realizzativo: prolisso, quasi interamente affidato alle interviste dei fuoriusciti dalla Chiesa (tra questi, Paul Haggis), monocorde nel ritmo, il film sulle prigioni della fede richiede un considerevole sforzo di concentrazione per sottrarsi allo sbadiglio continuo, sebbene i sussulti, in quell'orgia di simboli neonazisti e in quella kermesse ipertrash che sono i raduni guidati da Miscavige, siano inevitabili.    

sabato 4 novembre 2017

Fuga di mezzanotte (Midnight express)

anno: 1978   
regia: PARKER, ALAN   
genere: drammatico   
con Brad Davis, Norbert Wiesser, Paul Smith, Randy Quaid, Irene Miracle, Mike Kellin, John Hurt, Bo Hopkins, Peter Heffrey, Michael Ensign, Franco Diogene, Paolo Bonacelli, Gigi Ballista    
location: Turchia
voto: 8   

Mamma li turchi. Il cesso alla turca. Fumare come un turco. Ci sarà pure un motivo se esistono queste locuzioni. Quando, agli inizi degli anni '80, vidi per la prima volta il pluripremiato film di Alan Parker al cinema, i miei pregiudizi sui turchi si radicarono. Già, perché Fuga di mezzanotte racconta la storia vera, per quanto romanzata, di Billy Hayes (Davis), giovane americano pizzicato nel 1970 a Istanbul con un ingente quantitativo di droga. Fermato e rinchiuso in galera dopo un processo sommario, gli venne rincarata la dose con un'aggiunta di pena che arrivò all'ergastolo. Erano i muscoli che la presidenza Sunay, in rotta di collisione con Nixon, cercava di mostrare rispetto all'impegno contro la droga, la via per conquistarsi credibilità sul piano internazionale. La vicenda di Billy divenne il pomo della discordia tra Stati Uniti e Turchia, costando anni di durissimo carcere al protagonista, tra soprusi di ogni genere, sodomia coatta, coltellate nel sedere (la famigerata "vendetta turca"), violenze.
Parker affida il ruolo di protagonista al giovane e sconosciuto attore esordiente Brad Davis (morto poco più che quarantenne di Aids dopo una carriera trascurabile), poco adatto al phisique du role, mentre il copione di Oliver Stone non fa sconti allo spettatore, spinge sul pedale della violenza ed esaspera in senso manicheo la vicenda originale, dipingendo i turchi come elementi di un popolo infido, reazionario, sanguinario e brutale. Ma a distanza di anni il film tiene grazie alla sua vis polemica, a un buon ritmo e a un motivo d'interesse non del tutto secondario: quello di annoverare un cast in parte Italiano (Franco Diogene, Gigi Ballista, Paolo Bonacelli), dovuto al fatto che le riprese vennero realizzate a Malta, per evitare noie diplomatiche.

lunedì 30 ottobre 2017

Mistero a Crooked House (Crooked House)

anno: 2017       
regia: PAQUET-BRENNER, GILLES 
genere: giallo 
con Glenn Close, Terence Stamp, Max Irons, Gillian Anderson, Christina Hendricks, Stefanie Martini, Julian Sands, Amanda Abbington, Christian Mckay, Honor Kneafsey, Roger Ashton-Griffiths, John Heffernan, Preston Nyman, Andreas Karras, Gino Picciano, Jacob Fortune-Lloyd, David Kirkbride, Petros L. Ioannou, Tina Gray, Jenny Galloway, David Cann    
location: Egitto, Regno Unito
voto: 3 

Inghilterra, anni Cinquanta. L'anziano magnate Aristide Leonides (Picciano) viene trovato morto nella sua faraonica residenza, nella quale vivono come parassiti la sua seconda, giovane moglie (la giunonica Christina Hendricks), i due figli con le rispettive consorti, tre nipoti, una governante e una cognata malaticcia e avanti con gli anni (Close). La più grande delle nipoti (Martini), che in seguito a un accertamento si scoprirà essere l'unica erede dell'enorme patrimonio del tycoon, ingaggia un ispettore di Scotland Yard (lo scialbo Max Irons) col quale, tempo prima, aveva avuto una breve relazione a Il Cairo. Il giovane investigatore, come da protocollo, interroga tutti, scoprendo che ognuno di loro aveva una potenziale buona ragione per assassinare l'anziano plutocrate.
Tratto da quello che Agatha Christie considera il suo romanzo giallo migliore, il film di Gilles Paquet-Brenner (La chiave di Sara, Dark places), ci propone i topoi consolidati dello stile narrativo dell'autrice: spargimento a pioggia dei sospettati, omertà, cospirazione. L'insieme viene confezionato in una veste elegante, con scenografie sontuose in ambienti damascati, ma senza alcun guizzo, piatta e verbosa fino all'esasperazione, con una brusca agnizione che arriva su un finale che cambia improvvisamente di ritmo.    

venerdì 27 ottobre 2017

La ragazza nella nebbia

anno: 2017       
regia: CARRISI, DONATO   
genere: giallo   
con Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Galatea Ranzi, Michela Cescon, Lucrezia Guidone, Daniela Piazza, Ekaterina Buscemi, Thierry Toscan, Jacopo Olmo Antinori, Marina Occhionero, Sabrina Martina, Antonio Gerardi, Greta Scacchi, Jean Reno    
location: Italia
voto: 6,5   

Nel paesino di Avechot, in mezzo alle Alpi, l'ispettore Vogel (Servillo) si presenta nel mezzo della notte al cospetto di uno psichiatra (Reno). C'era nebbia, ha avuto un incidente ma dice di non ricordare nulla. Dietro c'è una complessa storia - raccontata anche con lunghi flashback - che parte dalla sparizione di una quindicenne dalla comunità montana, passa per la congregazione religiosa che rende omertoso l'intero paese e arriva a un professore (Boni) stabilitosi lì da poco con la famiglia, l'unico a finire sul banco degli imputati.
Tratto - come recitano con magniloquenza i titoli di coda - dal best seller "internazionale" di Donato Carrisi, La ragazza nella nebbia viene portato sul grande schermo dallo stesso autore, il quale dimostra ampie capacità narrative e di sapere dare una cospicua dose di suspense al racconto. Il tema è quello della vanità, mescidato in chiave di apologo con quello della dialettica tra apparenza e realtà con riflessioni non banali. I problemi sono due: la sceneggiatura, arzigogolata in maniera compiaciuta e capace di arrivare a un finale davvero deludente e, ancor di più, la direzione degli attori: Toni Servillo continua a fare Toni Servillo in qualsiasi film, gli altri sono diretti con mano da mestierante e solo Alessio Boni ci mette un po' di impegno, insieme a Jean Reno che recita nel nostro idioma in presa diretta.    

giovedì 26 ottobre 2017

In arte Nino

anno: 2017   
regia: MANFREDI, LUCA   
genere: biografico   
con Elio Germano, Miriam Leone, Stefano Fresi, Anna Ferruzzo, Duccio Camerini, Barbara Ronchi, Vincenzo Zampa, Flavio Furno, Roberto Citran, Arianna Battilana, Roberto Giordano, Sara Lazzaro, Massimo Wertmuller, Paola Minaccioni, Maria Torres, Gennaro Di Biase, Guido Roncalli, Vincenzo Nemolato, Emanuel Caserio, Luca Di Giovanni, Fulvia Lorenzetti, Cinzia Mascoli, Giancarlo Previati, Pietro Ragusa, Leo Gullotta, Giorgio Tirabassi    
location: Italia
voto: 7   

Quando Manfredi non era ancora Manfredi. La biopic televisiva sull'immenso Nino Manfredi (all'anagrafe Saturnino), che il figlio Luca gli dedica a oltre due lustri dalla morte (avvenuta nel 2004), si concentra infatti sugli anni che precedono l'affermazione - prima televisiva, poi in teatro e al cinema - del padre.
Cresciuto a causa di una pleurite in un sanatorio, durante il fascismo, il giovane Saturnino si dimostrò fin da subito sagace, intelligente, ironico, incline alo scherzo, amante della musica e con un vero talento attoriale. Tuttavia il padre, un carabiniere ciociaro, aveva in programma per lui una laurea in giurisprudenza - titolo che Nino effettivamente riuscì a prendere - mostrandosi totalmente refrattario alla vocazione artistica del figlio. È sulla dialettica di odio e amore tra i due che si gioca una buona parte del film, al quale pure non mancano i riferimenti al casuale e progressivo inserimento nel teatro, agli iniziali difetti di dizione, all'alba di quel grande amore che Manfredi avrebbe poi avuto con Erminia (Leone), sua moglie per cinquant'anni.
Se l'impronta da sceneggiato televisivo è ben visibile nell'uso delle luci, in una certa povertà scenografica e in un cast complessivamente non proprio di primissimo livello, al film va riconosciuto un registro non agiografico, un ritmo notevole ma, più di tutto, la performance assolutamente maiuscola di Elio Germano, capace di appropriarsi di tutti i tratti espressivi e prosodici dell'attore di Castro dei Volsci, una prova di mimetismo talmente potente che non fa che ribadire che il 37enne romano è uno dei più grandi talenti che il nostro cinema abbia espresso da vent'anni a questa parte.    

martedì 24 ottobre 2017

Brutti e cattivi

anno: 2017       
regia: GOMEZ, COSIMO
genere: grottesco
con Claudio Santamaria, Marco D'Amore, Sara Serraiocco, Simoncino Martucci, Narcisse Mame, Aline Belibi, Giorgio Colangeli, Filippo Dini, Fabiano Lioi, Rosa Canova, Maria Chiara Augenti, Adamo Dionisi, Rinat Khismatouline, Shi Yang, Guo Qiang Xu    
location: Italia, Svizzera
voto: 4,5

Piccoli Jeeg Robot crescono. Dopo I peggiori, ecco che anche l'esordiente Cosimo Gomez  ci propina la sua versione lisergica di un genere che vorrebbe scimmiottare il capolavoro di Mainetti, guardando al cinema dei Maestri (l'omaggio a Scola è palese fin dal titolo) ma un po' anche al pulp di Alex De La Iglesia e alla lezione di Freaks di Browning. Brutti e cattivi è un film acefalo che mostra soltanto i muscoli di una ragguardevole capacità di stare dietro alla macchina da presa e di montare (fulminante l'incipit), dimenticando però tutto il resto. L'accetta che taglia il braccio del protagonista (un Santamaria con tanto di riporto) in uno dei tanti momenti splatter del film, evidentemente deve essere servita anche per disegnare i caratteri dei personaggi. I quali altro non sono che quattro freaks (uno nato senza gambe, l'altra senza braccia, un nano e un tossico stile rastaman) che a Roma vogliono mettere a segno una rapina milionaria ai danni di alcuni cinesi. Tutti fanno il doppiogioco per tenersi l'ingente malloppo e alla fine soltanto uno la spunterà, ma a caro prezzo.
Il film di Gomez è la testimonianza della ricerca spasmodica di una nuova via alla commedia italiana. Il risultato, in questo caso, è che tanto talento visivo venga messo al servizio di una totale carenza di idee in fase di sceneggiatura, a cui si aggiunge un cast nient'affatto all'altezza, nel quale spicca, in negativo, la prova del sopravvalutato Marco D'Amore.
Originale invece la scelta della location: parte del film è stata infatti girata in zona Casal Bernocchi/Malafede, periferia sud-occidentale della capitale, vicino alla chiesa di San Pio da Pietrelcina.    

lunedì 16 ottobre 2017

Mr. Ove (En man som heter Ove)

anno: 2017       
regia: HOLM, HANNES 
genere: grottesco 
con Rolf Lassgård, Bahar Pars, Ida Engvoll, Filip Berg, Catharina Larsson, Klas Wiljergård, Börje Lundberg, Tobias Almborg, Simon Edenroth, Poyan Karimi, Stefan Gödicke, Johan Widerberg    
location: Svezia
voto: 5 

Mr. Ove (Lassgård) ha 59 anni portati malissimo. lavora da più di quaranta alle ferrovie ma viene mandato in pensione anzitempo. È solo l'ultima tegola di una vita composta da un susseguirsi di eventi tragici: la morte della madre quando ancora era bambino, poi quella terribile del padre, il tremendo incidente della moglie e la malattia di quest'ultima, che lo ha lasciato vedovo anzitempo. Tutti questi eventi hanno fatto di Ove una persona misogina, insofferente agli altri, ossessionata dalle regole, pignola, ma anche stanca di vivere e decisa al suicidio. Qualcosa cambierà quando nella sua vita entra una vicina di casa siriana (Pars), capace di far emergere il lato più umano della personalità di Ove.
Favola buonista per famiglie dal registro grottesco, il film dello svedese Hannes Holm, tratto dal best seller scandinavo L'uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman, inanella una tale serie di eventi tragici da rendere parossistico il racconto biografico non del tutto inedito al cinema (A proposito di Schmidt, Il centenario che scavalcò  la finestra e scomparve). Qui tutto diventa edulcorato, carezzevole, annacquato da un mare di melassa che lascia naufragare i pochi momenti davvero divertenti del film. A dispetto di ciò, Mr. Ove ha ricevuto una candidatura all'Oscar come miglior film straniero e ha vinto l'EFA come miglior commedia europea.    

mercoledì 11 ottobre 2017

L'inganno (The Beguiled)

anno: 2017       
regia: COPPOLA, SOFIA  
genere: drammatico  
con Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Emma Howard, Oona Laurence, Angourie Rice, Addison Riecke    
location: Usa
voto: 6  

Virginia, 1864. Manca un anno alla fine della guerra di secessione. Una ragazzina trova il moribondo caporale McBurney (Farrell), un soldato nordista, in mezzo al bosco. Avverte la direttrice (Kidman) del collegio femminile della confederazione alla quale appartiene, la quale decide di curare il soldato per poi lasciarlo al suo destino. Nel gineceo l'arrivo del nuovo oggetto del desiderio scatena un gioco di passioni e rivalità tra donne, portando lo scompiglio nella quiete fittizia della scuola.
Tratto dal romanzo del 1966 di Thomas Cullinan, da cui Don Siegel aveva ricavato un capolavoro come La notte brava del soldato Jonathan, con Clint Eastwood nel ruolo di protagonista, il film di Sofia Coppola richiama inevitabili confronti con la realizzazione del maestro americano. Nonostante il premio alla regia ricevuto a Cannes, il paragone è schiacciante a suo sfavore: alle atmosfere cariche di eros del film di Siegel, peraltro curatissime nelle scene madri, L'inganno risponde con un copione impaginato con indubbia eleganza, ma trafelato, algido, estetizzante, spogliato quasi completamente dal palpito che animava ogni sequenza del suo antesignano, arrivando ad essere addirittura censorio. E se nel film di Siegel il carisma e l'ambiguità del personaggio di Eastwood garantivano l'equidistanza dello spettatore dalle capacità manipolatorie di McBurney e dalla crudeltà delle collegiali, in quello della Coppola assistiamo a una parabola femminista paradossalmente carica di misoginia, tanto la bilancia drammaturgica viene spostata  sulla seduzione di una sbiaditissima figura maschile come unica strategia possibile di sopravvivenza, a fronte dei prudori di femmine disposte al massacro.    

mercoledì 4 ottobre 2017

Il contagio

anno: 2017       
regia: BOTRUGNO, MATTEO * COLUCCINI, DANIELE 
genere: drammatico 
con Vinicio Marchioni, Anna Foglietta, Maurizio Tesei, Giulia Bevilacqua, Vincenzo Salemme, Daniele Parisi, Michele Botrugno, Alessandra Costanzo, Lucianna De Falco, Carmen Giardina, Fabio Gomiero, Florian Khodeli, Nuccio Siano    
location: Italia
voto: 3

Aleggia lo spirito, sbiaditissimo, di Pasolini su questa opera seconda di un binomio registico che aveva fatto sperare benissimo dopo la magnifica prova d'esordio, Et in terra pax. Siamo ancora nella borgate romane (stavolta, sul copione, al Laurentino 38, ma nella realtà al Quarticciolo) e il tutt'altro che mascherato richiamo alla figura di PPP proviene dal romanzo omonimo di Walter Siti. È un assemblaggio di storie disgraziate, tra gente abituata all'arte di arrangiarsi e costantemente sul crinale del crimine, tra cocainomani, spacciatori e qualcuno che tenta il grande salto nella Roma bene, quella che da decenni detta legge nella città eterna, quella della criminalità organizzata, di Suburra e di Mafia Capitale. Al centro della scena ci sono Marcello (Marchioni), sposato ma disposto a concedere le sue palestratissime grazie a un scrittore omosessuale decisamente più agée (Salemme), e un suo amico (Tesei), in combutta con un boss partenopeo (Siano) che non si fa alcuno scrupolo di sfruttare i finanziamenti pubblici per gli aiuti ai rifugiati pur di rastrellare quattrini sporchi. Se sullo schermo (e sul libro) il contagio del titolo fa riferimento alla facilità con cui si diffonde il virus del crimine, in sala l'unico contagio possibile è quello dello sbadiglio: tra una fastidiosissima voce off che scandisce i passaggi più magniloquenti dello scrittore modenese e dialoghi scritti in maniera meno che pedestre, il film arranca alla ricerca di una cifra stilistica che paga dazio alla serialità televisiva di Suburra e Gomorra e che viene sottolineata con troppa enfasi da esagerati movimenti di macchina, dalla colonna sonora di Paolo Vivaldi, invadente forse in ragione del cognome tropo importante del suo autore, e da una recitazione che nemmeno per un attimo riesce a celare un irritante senso di finzione, inevitabile per un insieme di attori tutti ben al di sotto del minimo sindacale, compreso un Vincenzo Salemme dall'aria continuamente disorientata.    

sabato 30 settembre 2017

L'incredibile vita di Norman (Norman: The Moderate Rise and Tragic Fall of a New York Fixer)

anno: 2016       
regia: CEDAR, JOSEPH   
genere: grottesco   
con Richard Gere, Lior Ashkenazi, Michael Sheen, Steve Buscemi, Charlotte Gainsbourg, Dan Stevens, Hank Azaria, Harris Yulin, Josh Charles, Yehuda Almagor, Neta Riskin, Tali Sharon, Isaach de Bankolé, Dov Glickman (Doval'e Glickman), Jay Patterson, Jonathan Avigdori, Caitlin O'Connell, Andrew Polk, Jorge Pupo, Maryann Urbano, Ann Dowd, Amelie McKendry, Scott Shepherd, Yuval Boim, Davide Borella, D.C. Anderson, Hannah Yun, Miranda Bailey    
location: Israele, Usa
voto: 8,5   

Norman Oppenheimer (Gere) vive tra le strade innevate e i centri commerciali della Grande Mela, gli auricolari perennemente incolati alle orecchie, il cappotto cammello, la coppola e una borsa a tracolla. La sua grande ambizione è quella di entrare in contatto con la gente che conta. Non gli importa il potere né gli interessano i soldi. Con un misto di condiscendenza e ostinazione, si avvicina alle persone ripetendo quasi sempre la stessa frase: "Mi dica di cosa ha bisogno". Grazie a delle costosissime scarpe, riesce a entrare nell'orbita del primo ministro israeliano (Ashkenazi), ma anche sotto l'occhio vigile di un'ispettrice governativa di quel paese (Gainsbourg) che vuole capire chi sia davvero Norman.
Nonostante lo spoiler contenuto nel sottotitolo del film - La moderata ascesa e la tragica caduta di un faccendiere newyorkese - L'incredibile vita di Norman è l'esempio per antonomasia di cinema intelligente, innovativo, assai creativo sotto il profilo del linguaggio delle immagini (imperdibili gli split screen che ricreano in un'unica inquadratura ambienti radicalmente diversi). Diviso in quattro atti, il film di Joseph Cedar è il racconto favolistico di un bonario impostore ossessionato dal jet set, capace di intrecci impossibili pur di rendersi utile alle persone che contano, servito da un Richard Gere in stato di grazia.    

mercoledì 27 settembre 2017

L'equilibrio

anno: 2017       
regia: MARRA, VINCENZO 
genere: drammatico 
con Mimmo Borrelli, Roberto Del Gaudio, Giuseppe D'Ambrosio, Autilia Ranieri, Lucio Giannetti, Francesca Zazzera, Astrid Meloni, Paolo Sassanelli    
location: Italia
voto: 7 

A seguito di una crisi di vocazione e con sulle spalle un'intensa esperienza in Africa, don Giuseppe (Borrelli) chiede di essere trasferito in una diocesi dalle parti del suo paese d'origine, nel napoletano. Qui il parroco va a sostituire don Antonio (Del Gaudio), un sacerdote rudemente pragmatista, che si danna l'anima per il numero enorme di morti imputabili alle scorie presenti nella terra dei fuochi, ma che da tempo è venuto a patti con quel mondo, fatto di piccoli e grandi criminali e di una diffusissima omertà. Don Giuseppe tenterà di cambiare le cose, prendendo a cuore soprattutto il caso di una ragazzina abusata sessualmente, ma andrà incontro alla rivolta della cittadinanza.
Vincenzo Marra (Vento di terra, L'ora di punta) prosegue il suo intensissimo percorso nel cinema di impegno civile a marcata caratura verista, firmando in questa occasione la sua opera migliore. Nato da un tentativo fallito di raccontare in chiave documentaristica quegli stessi eventi, L'equilibrio ha avuto una gestazione peculiare, finendo col diventare un film di finzione che mette in campo il dilemma etico di un uomo di chiesa con una forte vocazione per il sociale, refrattario a ogni tentativo di mediazione tra i suoi ideali e la cruda realtà che gli sta intorno. Riuscitissimo sul piano narrativo e nel ritratto degli ambienti, il film pecca nella scelta di un protagonista dalla fisionomia imponente, ma assai legnoso e non sufficientemente carismatico per il ruolo che è chiamato a ricoprire e rispetto al quale l'overacting trova momenti quasi imbarazzanti, soprattutto in alcune scene madri.    

lunedì 25 settembre 2017

La fratellanza (Shot Caller)

anno: 2017       
regia: WAUGH, RIC ROMAN   
genere: gangster   
con Nikolaj Coster-Waldau, Lake Bell, Jon Bernthal, Jeffrey Donovan, Max Greenfield, Omari Hardwick, Benjamin Bratt, Evan Jones (II), Jessy Schram, Holt McCallany, Emory Cohen, Michael Landes, Juan Pablo Raba, Sarah Minnich, Chris Browning, Matt Gerald, Keith Jardine, Monique Candelaria, Mark Sivertsen, Jonathon McClendon, David House, Cru Ennis, Andrew Batchelor, Bobby Lee Osborn, Derek Dinniene, Diego Joaquin Lopez, Frankie Lester, Justin Webb    
location: Usa
voto: 6   

Un attimo di distrazione, un incidente che manda al Creatore il tuo migliore amico e perdi tutto: il lavoro da manager, la tua famiglia, gli affetti. Potresti cavartela guardando il sole a scacchi per soli 16 mesi, ma se finisci in quella scuola di avviamento al male che è il carcere può capitarti di trasformarti fisicamente e anche psicologicamente. È quanto accade a Jacob (Coster-Waldau), che - pur di sopravvivere in quella gabbia - macchia la sua fedina penale con reati ben più gravi, si fa rispettare, fiancheggia quelli che contano e dà una scalata ai vertici di una gang neonazista chiamata la fratellanza. Quando finalmente arriva il momento della libertà vigilata per buona condotta, un poliziotto cerca di incastrarlo, avendo fiutato che Jacob si trova implicato in una vicenda di traffico di armi.
Ennesimo film di ambientazione carceraria con inevitabili luoghi comuni (detenuti sodomizzati, risse, muscoli ipertrofici, bande rivali, tradimenti, razzismo) che ha come cifra principale - peraltro tutt'altro che nuova - il contrasto tra la vita prima e dopo il carcere, quella dell'uomo che transita da un'esistenza onesta e stabile a una disonesta e piena d'incertezze. Nelle due ore di durata il regista Ric Roman Waugh, che all'attivo ha Snitch - L'infiltrato, non lesina colpi bassi allo spettatore, con più di una concessione allo splatter, ma tiene costantemente alto il tasso adrenalinico del racconto, nonostante più di un buco d sceneggiatura.    

domenica 24 settembre 2017

47 metri (47 Meters Down)

anno: 2016   
regia: ROBERTS, JOHANNES   
genere: horror   
con Mandy Moore, Claire Holt, Matthew Modine, Santiago Segura, Yani Gellman, Chris J. Johnson, Axel Mansilla    
location: Messico
voto: 6,5   

Una ragazza americana sulla trentina (Moore) è stata lasciata dal fidanzato perché quest'ultimo "con lei si annoia". Allora ella pensa bene di andare con la sorella (Holt), che sommata a lei non riesce a mettere insieme la materia grigia di Flavia Vento, in vacanza in Messico. Le due decidono di provare il brivido di vedere gli squali stando immerse dentro una gabbia in mezzo al mare. La carrucola che tiene in sospensione la gabbia cede improvvisamente e le due finiscono sul fondale, circondate dai predatori molto affamati e avendo poco ossigeno nelle bombole. Riusciranno a salvarsi?
Con pochissimi elementi e qualche effetto speciale, il regista Johannes Roberts riesce a confezionare un thriller orrorifico ad altissimo tasso di suspense, avendo l'accortezza di far recitare per gran parte del film le due attricette di stampo bovino con una maschera in faccia e tenendo elevata la tensione per l'intera ora e mezza di durata. Come sempre in questi casi, qualche elemento implausibile e alcuni svolazzamenti onirici tolgono credibilità a un lavoro che altrimenti, nel suo genere, non può che dirsi riuscito.    

sabato 23 settembre 2017

Pino Daniele - Il tempo resterà

anno: 2017   
regia: VERDELLI, GIORGIO
genere: documentario
con Pino Daniele, Claudio Amendola, Joe Amoruso, Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese, Rino Zurzolo, Renzo Arbore, Stefano Bollani, Ezio Bosso, Lorenzo Jovanotti Cherubini, Eric Clapton, Clementino, Roberto Colella, Gaetano Daniele, Enzo Decaro, Maurizio De Giovanni, Francesco De Gregori, Giorgia, Enzo Gragnaniello, Peppe Lanzetta, Maldestro, Fiorella Mannoia, Al di Meola, Phil Manzanera, Pat Metheny, Eros Ramazzotti, Massimo Ranieri, Ron, Vasco Rossi, Sandro Ruotolo, Giuliano Sangiorgi, Daniele Sanzone, Lina Sastri, Alessandro Siani, Corrado Sfogli, Massimo Troisi, Fausta Vetere    
location: Italia
voto: 3

Prendete a caso una canzone di Pino Daniele su YouTube o su Spotify (che so, un gioiello tipo Napul'è, A me me piace 'o blues, Quanno chiove, Yes I know my way, Je so' pazzo, Quando), ascoltatela e poi lasciatevi guidare automaticamente dall'algoritmo del sito che vi proporrà in sequenza una serie di brani: ne otterrete certamente maggiore beneficio rispetto alla visione di questo documentario girato a breve distanza dalla morte, avvenuta nel gennaio del 2015, di uno dei cantautori più significativi e innovativi dell'ultimo quarantennio. Il film di Giorgio Verdelli propone infatti un assemblaggio totalmente scriteriato di materiali, senza seguire una pista tematica né cronologica, affidandosi a intermezzi fuori luogo (il rap con dedica a Pino Daniele di Clementino è patetico, ma anche le incursioni di Enzo Decaro non sono da meno), alla rappresentazione più corriva della napoletanità e a una serie di riprese a caso sulla città di Napoli, realizzate da un'automobile in movimento. Tolta la bellezza delle canzoni dalle tante contaminazioni in dialetto e in lingua inglese composte e suonate dal grande musicista (che peraltro vanta collaborazioni di enorme calibro, da Pat Metheny a Eric Clapton) e qualche chicca presa dalla vita privata, il doc non aggiunge assolutamente nulla sul personaggio, né si arrischia sulla strada dell'agiografia. La pochezza delle molte testimonianze di chi lo ha conosciuto o ha lavorato con lui non è da meno, fatta eccezione per quella di Ezio Bosso sull'uso del contrappunto. Dopo quelli su De André, Jannacci, Guccini, De Gregori, Giovanni Lindo Ferretti e Vasco Rossi, Il tempo resterà è l'ennesimo passo falso compiuto dai nostri documentaristi per raccontare i grandi della canzone italiana.    

venerdì 22 settembre 2017

Glory - Non c'è tempo per gli onesti (Slava)

anno: 2016       
regia: GROZEVA, KRISTINA * VALCHANOV, PETAR   
genere: drammatico   
con Stefan Denolyubov, Margita Gosheva, Ana Bratoeva, Nadejda Bratoeva, Nikola Dodov, Stanislav Ganchev, Mira Iskarova    
location: Bulgaria
voto: 7   

Tzanko (Denolyubov), un ferroviere bulgaro, balbuziente e decisamente male in arnese, trova casualmente sulle rotaie una grandissima quantità di denaro, fuoriuscita da chissà dove. Senza neppure esitare, ne informa le autorità. Per questo gesto di encomiabile onestà viene ricompensato pubblicamente dal ministro dei trasporti, che gli regala un orologio. Per infilarlo al polso, Tzanko è costretto a dare in affidamento momentaneamente il suo Glory (la marca che è anche il titolo del film), un ricordo del padre con tanto di dedica incisa, a una giornalista rampante (Gosheva), arrogante, una iena insopportabile e isterica che sta seguendo una procedura per la fecondazione assistita (una sottotrama un po' troppo sottolineata). Il ferroviere vorrebbe soltanto riavere indietro il suo orologio e invece si trova invischiato, suo malgrado, in una vicenda kafkiana che lo porterà alla prigione per avere denunciato pubblicamente il silenzio del ministro dei trasporti sui continui furti di nafta che si verificano nelle ferrovie di stato.
Apologo amarissimo, sconsolato e senza happy end sull'impossibilità non solo di essere deboli, diversi, male attrezzati, ma persino normali, onesti, limpidi. La regia riesce a far sentire tutta la puzza di zolfo lasciata dai regimi comunisti, come se il giornalismo fosse ancora un'estensione della Pravda e il Moloch del potere costituito dalla caduta del muro di Berlino a oggi non fosse arretrato di un solo millimetro, a tutto svantaggio degli ultimi. Un esempio di cinema civile come potrebbero farne Loach o i Dardenne, che pecca soltanto nel tratteggio eccessivamente manicheo dei personaggi e nel proporre un proprio teorema senza lasciare aperto alcuno spiraglio per soluzioni narrative un po' più spiazzanti.    

mercoledì 20 settembre 2017

Barry Seal - Una storia americana (American Made)

anno: 2017       
regia: LIMAN, DOUG  
genere: thriller  
con Tom Cruise, Domhnall Gleeson, Sarah Wright, E. Roger Mitchell, Jesse Plemons, Lola Kirke, Alejandro Edda, Benito Martinez, Mauricio Mejia, Caleb Landry Jones, Jayma Mays, Jayson Warner Smith, Emilio Sierra, Jed Rees, Connor Trinneer, April Billingsley, Mike Pniewski, William Mark McCullough, Justice Leak, Robert Pralgo, Morgan Hinkleman, Kevin L. Johnson, Robert Farrior, Alpha Trivette, Alberto Ospino, Daniel Lugo, Tony Guerrero, Alex Quarles, Chloe Swan Sparwath    
location: Colombia, Honduras, Nicaragua, Usa
voto: 7,5  

Stanco della routine dei voli di linea, Barry Seal (Cruise), fenomenale pilota della TWA, decide di lasciare la compagnia per "servire il Paese" in cambio di palate di verdoni, andando a scattare fotografie aeree negli stati sudamericani che appoggiavano il comunismo (siamo negli anni '70): Honduras, San Salvador, Nicaragua. Il "gringo che non sbaglia un colpo" finisce però presto assoldato anche dai narcotrafficanti del cartello di Medellin, tra i quali Pablo Escobar. Costretto a trasferirsi con la famiglia in Arkansas, Seal rastrellò quattrini a palate (in senso letterale), finendo col mettersi in un giro più grande di lui, tra traffico di droga, Dea, Cia e riciclaggio di denaro sporco.
Doug Liman - già regista di un thriller di buona fattura come The Bourne identity - porta sul grande schermo la storia vera di Barry Seal, trascurando quasi completamente sia la fisionomia del personaggio (andatevi a vedere le foto in rete e troverete un ciccione senza alcun appeal, ben diverso da Tom Cruise) che il lato oscuro dello stesso, che qui lascia tutto lo spazio alle spavalderie di Tom Cruise, acrobatico, sempre sorridente e realmente alla guida dei velivoli. Dalla sua c'è pero tutto il resto: un ritmo mozzafiato innestato su un racconto picaresco, un'invidiabile capacità di raccontare vicende complesse (dal coinvolgimento di Reagan allo scandalo Iran-Contras), un montaggio ricchissimo d'inventiva e, soprattutto, una vena ironica insolita per film di questo genere.    

domenica 17 settembre 2017

W.

anno: 2009   
regia: STONE, OLIVER  
genere: biografico  
con Josh Brolin, Elizabeth Banks, James Cromwell, Ioan Gruffudd, Ellen Burstyn, Jeffrey Wright, Toby Jones, Thandie Newton, Scott Glenn, Richard Dreyfuss, Rob Corddry, Noah Wyle, Jesse Bradford, Jason Ritter, Sayed Badreya, Allan Kolman, Charles Fathy, Madison Mason, Jennifer Sipes, Paul Rae, Jonathan Breck, Michael Gaston, Dennis Boutsikaris    
location: Usa
voto: 6,5  

W. sta per Walker. Un'abbreviazione del secondo nome battesimale, un'inezia per distinguerlo da suo padre che pure quella W la portava comunque nel nome. George W. Bush è stato il quarantatreesimo presidente degli Stati Uniti d'America, paese che ha guidato con conseguenze mondiali devastanti tra il 2001 e il 2009. Rampollo di una famiglia di finanzieri, petrolieri, affaristi, una vera e propria dinastia (come racconta il documentatissimo best seller di Kevin Phillips, Una dinastia americana), Bush è stato uno dei presidenti americani più perniciosi e folli della storia di quel paese, l'emblema dell'inettitudine. Avvezzo all'alcol, sottaniere, scarso negli studi, ignorante (nel raccontarne gli anni della gioventù, il film ne sottolinea, persino nella traduzione in italiano, le continue incertezze grammaticali), fondamentalista cristiano, perennemente nel cono d'ombra del padre (Cromwell), eppure ambiziosissimo, Bush è stato il presidente che ha voluto una guerra in Iraq come un capriccio. È a lui che l'umanità deve la barzelletta delle armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein e mai trovate, con tutte le conseguenze che quella guerra ha comportato in termini di destabilizzazione in Medio Oriente, diffusione del terrorismo, radicalizzazione dell'Islam. Con la sfrontatezza che gli è consueta, Oliver Stone ne racconta la vicenda umana e soprattutto politica, affidandosi a un Josh Brolin che, nonostante la somiglianza, conferisce al suo personaggio un eccesso di nerbo. Pochissimo o per niente preoccupato dell'aspetto artistico, Stone ci propone ancora una volta il suo cinema rozzo e istintivo, tutto di pancia ma comunque sempre pronto a proporsi come voce critica della storia americana (Platoon, Wall street, Talk radio, Nato il 4 Luglio, JFK - Un caso ancora aperto, Gli intrighi del potere - Nixon, World trade center), riuscendo tuttavia a tratteggiare in maniera assai efficace il ritratto di un uomo dalle sembianze scimmiesche, interessato al profitto e al petrolio, spudoratamente indisponente con i suoi collaboratori: Condoleezza Rice (Norton), Colin Powell (Wright), Donald Rumsfeld (Glenn), lo spietato Dick Cheney (Dreyfuss). Un biopic da vedere a prescindere dall'aspetto squisitamente cinematografico, per capire come quest'uomo - in carica l'11 settembre 2001 in occasione dell'attacco alle Torri Gemelle (episodio che rimane sempre sullo sfondo del film) - sia stato capace, con la sua guerra preventiva, di porre le basi per un nuovo, terribile, disordine mondiale.

sabato 16 settembre 2017

I figli della notte

anno: 2016       
regia: DE SICA, ANDREA
genere: drammatico 
con Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Fabrizio Rongione, Yuliia Sobol, Luigi Bignone, Pietro Monfreda, Michael Bernhard Plattner, Dario Cantarelli   
location: Italia
voto: 4,5 

In un collegio dell'Alto Adige nato per "allevare la futura classe dirigente", che sembra l'Overlook Hotel di Shining, Giulio (Crea) conosce Edoardo (Succio), una specie di Lucignolo avverso a quell'istituzione totale più di ogni altro studente. Tra i due nasce un'amicizia che li porterà a scoprire mondi oscuri e inesplorati e a mettersi contro l'educatore-sorvegliante (Fabrizio Rongione, attore-feticcio dei fratelli Dardenne) che vigila continuamente su di loro.
Al suo esordio dietro la macchina da presa Andrea De Sica dimentica completamente la lezione di nonno Vittorio, peccando soprattutto nell'imbarazzante direzione degli attori. Dal suo script pretenzioso escono personaggi che, più che figli della notte, sembrano figli di papà o di buona donna, tutti indistintamente odiosi, messi a corredo di una trama implausibile sul tema dell'iniziazione al male con venature horror (echi del cinema di Dario Argento) e di una cornice gotica che cerca di esibire con magniloquenza tratti autoriali, riuscendoci soltanto in alcuni momenti e rimanendo lontanissimo da film di ambientazione simile come Another country, Arrivederci ragazzi o Il nodo alla cravatta.    

venerdì 15 settembre 2017

Baby Driver - Il genio della fuga

anno: 2017       
regia: WRIGHT, EDGAR  
genere: gangster  
con Ansel Elgort, Jon Bernthal, Jamie Foxx, Kevin Spacey, Jon Hamm, Eiza Gonzalez, Micah Howard, Lily James, Morgan Brown, Sky Ferreira, Ben VanderMey, Wilbur Fitzgerald, Flea, R. Marcos Taylor, Jeff Chase    
location: Usa
voto: 6,5  

Baby (Elgort) è poco più di un ragazzino, ha perso i genitori in un incidente d'auto, ha gli auricolari perennemente incollati alle orecchie ed è un asso del volante, costretto a lavorare per un boss che lo tiene sotto scacco (Spacey). Quando Baby, che si è innamorato della cameriera di una tavola calda (James), decide di smettere con l'attività criminale, arriva il momento di una rapina che va storta. Sarà costretto a modificare radicalmente i suoi programmi.
Con più di qualche debito nei confronti di Driver l'imprendibile, il film girato quarant'anni prima da Walter Hill, Baby driver ha una partenza al fulmicotone, mostrando i muscoli della regia con un montaggio serratissimo, un inseguimento mozzafiato e un pianosequenza da antologia. Partito come una commedia nera, il film di Edgar Wright vira su un registro rosa lasciando parecchie questioni irrisolte lungo il percorso (perché Baby ha un debito con il boss? Perché la scelta di un sordomuto come patrigno?), configurandosi come un discreto e divertente film di genere a uso e consumo soprattutto dei millennials (ne andranno pazzi) e con un valore aggiunto nel modo in cui riesce a incastonare la ricchissima colonna sonora all'interno delle immagini.   

giovedì 14 settembre 2017

L'ordine delle cose

anno: 2017       
regia: SEGRE, ANDREA  
genere: drammatico  
con Paolo Pierobon, Giuseppe Battiston, Valentina Carnelutti, Olivier Rabourdin, Fabrizio Ferracane, Yusra Warsama, Roberto Citran, Fausto Russo Alesi, Hossein Taheri    
location: Italia, Libia
voto: 7,5 

Gli italiani non ne possono più di sentir parlare di sbarchi sulle coste siciliane, di clandestini, di un'Europa distratta. Così il sottosegretario del Ministero degli Esteri (Russo Alesi) decide di inviare in Libia Corrado Rinaldi (Pierobon) - un superpoliziotto padovano solerte, preciso, affidabile e di poche parole - con il compito di trattare con il governo libico affinché quest'ultimo provveda sia a fermare le navi in rotta verso l'Italia che a sistemare la condizione dei profughi in quegli hot spot che dovrebbero essere dei centri di accoglienza ma che sono autentici lager. Rinaldi si troverà davanti a un dilemma etico: salvare la vita di una profuga (Warsama) con cui è entrato casualmente in più stretto contatto o assicurarsi che tutto abbia un proprio ordine secondo direttiva?
Andrea Segre si conferma regista sobrio e talentuoso, un autentico specialista sul tema dell'immigrazione che, dopo i due precedenti film di finzione (Io sono Li e La prima neve), viene affrontato da una prospettiva inedita nel nostro cinema. Ed è qui che Segre compie il suo capolavoro: riuscire a raccontare senza fronzoli, né didascalismi, la complessità del sistema che dovrebbe gestire il dramma dei profughi, tra loschi interessi del governo libico, soldi tintinnanti elargiti non sempre in maniera avveduta dall'Unione Europea, gestione dei cosiddetti centri di accoglienza e sedazione dell'opinione pubblica. Arriva così a realizzare un'opera importante e necessaria, grazie a un'ottima scelta di cast (Pierobon è perfettamente in parte), a un ritmo controllato ma tutt'altro che sonnolento e a una declinazione delle diverse situazioni che non scivola mai nella caricatura né tanto meno nel giudizio affrettato.    

mercoledì 13 settembre 2017

The Teacher (Ucitelka)

anno: 2016       
regia: HREBEJK, JAN   
genere: commedia   
con Zuzana Mauréry, Csongor Kassai, Peter Bebjak, Martin Havelka, Ondrej Malý, Éva Bandor, Zuzana Konecná, Richard Labuda, Oliver Oswald, Ina Gogalova, Monika Certezni, Alexandra Strelková, Judita Hansman, Ela Lehotská, Jozef Domonkos, Ladislav Hrusovsky, Tamara Fischer    
location: Slovacchia, Repubblica Ceca
voto: 7   

È il 1982. A Bratislava, nella Cecoslovacchia ancora assoggettata al blocco sovietico, sta iniziando l'anno scolastico. La professoressa Drazdechová (Mauréry), funzionario del partito comunista, conosce efficacissime scorciatoie per costruirsi quello che i sociologi chiamano "capitale sociale": tiene i suoi alunni sotto scacco col potere dei voti per ottenere favori di vario genere dai loro genitori. Una ragazzina non regge all'abuso di potere, tenta il suicidio sicché i genitori dei suoi compagni di classe si riuniscono per decidere se denunciare o meno i metodi poco ortodossi dell'insegnante.
Tratto da una storia vera, The teacher getta l'occhio su ciò che accedeva oltre la Cortina di Ferro durante gli anni del comunismo, ricorrendo a un espediente narrativo che richiama quello de La parola ai giurati, aggiungendovi una buona dose di ironia e acrimonia. Il montaggio a puzzle enfatizza la tensione del racconto, mentre l'overacting di gran parte del cast conferisce al film un registro vagamente teatrale.    

martedì 12 settembre 2017

Neve nera (Neve negra)

anno: 2017   
regia: HODARA, MARTIN
genere: giallo
con Ricardo Darín, Laia Costa, Leonardo Sbaraglia, Dolores Fonzi, Liah O'Prey, Federico Luppi, Andrés Herrera, Mikel Iglesias    
location: Argentina
voto: 3

Doppio delitto senza castigo in Patagonia. Qui vive Salvador (Darin),  cacciatore misantropo e dai modi bruschi, che dopo anni - alla morte del padre - viene raggiunto dal fratello minore (Sbaraglia) e dalla giovane moglie di quest'ultimo (Costa) perché qualcuno è disposto a sborsare un mucchio di quattrini per poter acquistare la casa avita dove risiede l'uomo. Mentre il fratello minore tenta di convicerlo circa le opportunità della vendita, tra i due fratelli emergono antichi dissapori e un terribile segreto custodito per anni.
Giallo sbiaditissimo, forzato e senza alcun ritmo, imperniato su un espediente narrativo straabusato (Segreti di famiglia, Le tre scimmie, Falchi, giusto per citare a caso) che va letargicamente a parare su una brutta vicenda di incesto, rispetto alla quale la diabolica coppia ne esce con un ritratto degno di Olindo Romano e Rosa Bazzi. L'ambientazione notturna in un paesaggio invernale, un paio di improvvisi colpi di scena e soprattutto la presenza di quello straordinario attore che è Ricardo Darin non servono a risollevare un film che pochissimi esercenti hanno avuto la sfrontatezza di far circolare nelle sale italiane.    

domenica 10 settembre 2017

Lone Survivor

anno: 2013   
regia: BERG, PETER  
genere: guerra  
con Mark Wahlberg, Taylor Kitsch, Emile Hirsch, Ben Foster, Eric Bana, Ali Suliman, Alexander Ludwig, Yousuf Azami, Sammy Sheik, Zabiullah Mirzai, John Hocker, Paul Craig, Rich Ting, Josh Berry, Dan Bilzerian, Robert Loerke, Jerry Ferrara, Johnny Bautista, Kurt Carlson, Daniel Fulcoly, Michael P. Herrmann    
location: Afghanistan, Usa
voto: 7,5  

Nel 2005 una squadra composta da quattro militari americani dei Seals, le forze speciali della Marina, si apposta sulle montagne del territorio afgano per uccidere un capo dei talebani. Qualcosa va storto e i quattro si trovano da soli a dover fronteggiare orde di talebani equipaggiati di tutto punto con fucili, esplosivi e altre armi. Come suggerisce il titolo, soltanto uno - Marcus Lutrell (Wahlberg) - sopravvivrà, per poi raccontare quella tragica avventura in un libro autobiografico sul quale poggia il film stesso.
Primo dei tre film girati dalla coppia Peter Berg / Mark Wahlberg, Lone survivor mette sul banco i suoi propositi muscolari fin dalle primissime battute, con un montaggio serrato e riuscitissimo che è uno dei valori aggiunti di quest'opera che racconta la cosiddetta operazione Red Wings. Risparmiandoci la retorica sul patriottismo, la regia riesce a raccontare un pezzo della recente storia americana impegnata in Afghanistan alla ricerca dei compagni di merende di Bin Laden, zoomando sul pieno dell'azione bellica e mostrando anche la faccia più umana del popolo afgano.    

sabato 9 settembre 2017

Mine

anno: 2016       
GUAGLIONE, FABIO * RESINARO, FABIO
regia: guerra
con Armie Hammer, Annabelle Wallis, Tom Cullen, Clint Dyer, Geoff Bell, Juliet Aubrey    
location: Italia, Spagna, Usa
voto: 4,5

In una regione desertica e imprecisata dell'Asia due militari americani stanno conducendo un'operazione mirata a catturare un pericoloso capo talebano. Uno dei due (Cullen) salta su una mina e muore poco dopo. L'altro (Hammer) si ritrova con un piede su una mina nascosta sotto la sabbia ed è pertanto costretto a rimanere immobile. Dovrà attendere un tempo indefinito per poter sperare nei soccorsi. Nel frattempo, l'arsura, la mancanza di acqua e cibo e gli attacchi notturni di belve feroci metteranno a durissima prova la sua sopravvivenza.
Fabio & Fabio (come si presentano nei credits i due registi Guaglione e Resinaro) tentano una via diversa al cinema bellico targato Italia a partire dal casting, tutto americano, e dallo script, che strizza smaccatamente l'occhiolino al cinema a stelle e strisce. Operazione encomiabile sulla carta, se non fosse che l'intero film si impernia sulla performance di un attore dallo scarsissimo carisma, calato in una condizione analoga a quella vista in film come Buried (guarda caso, il produttore, Peter Safran, è lo stesso), Duello nel Pacifico, L'aquila solitaria, Cast away, 127 ore, Locke, The Martian, Vita di Pi e altri ancora. Per di più, la metafora del passo falso che fa da sfondo a gran parte del film è a dir poco elementare sicché Mine si risolve soltanto come un'acrobatica prova di montaggio, un virtuosismo che non lascia granché al di là dell'aspetto tecnico.    

venerdì 8 settembre 2017

Il colore nascosto delle cose

anno: 2017       
regia: SOLDINI, SILVIO  
genere: sentimentale
con Valeria Golino, Adriano Giannini, Arianna Scommegna, Laura Adriani, Anna Ferzetti, Andrea Pennacchi, Beniamino Marcone, Mattia Sbragia, Valentina Carnelutti, Roberto De Francesco, Giuseppe Cederna, Rossana Mortara, Italo Amerighi, Angela Ciaburri, Alessandro Minati, Giorgia Ciotola, Laura Nardi, Maria Cristina Mastrangeli, Lorenzo Terenzi, Irene Vannelli, Vito Mancusi, Rita de Donato, Aglaia Mora, Pierpaolo Tesoro, Habubur Rahaman, Alice Ferranti, Giuseppe Vaccaro, Marco Corazza, Alfonso Somma, Marco Nobili, Massimo De Santis, Simona Senzacqua, Marco Frezza, Tommaso Petralia, Valerio Petralia    
location: Italia
voto: 7  

Teo (Giannini) è un pubblicitario romano con inestirpabile tendenza alla bugia compulsiva. Eterno Peter Pan, è in procinto di andare a convivere con Greta (Ferzetti), ma nel frattempo ha un'amante sposata (Carnelutti) e si invaghisce di Emma (Golino) dopo esserne stato sedotto dalla voce ascoltata durante "Dialogo al buio", un'esperienza che avvicina le persone cosiddette normali al mondo percettivo dei ciechi. Già, perché Emma, un' osteopata, ha perso la vista a 17 anni ed è cieca ma piena di vita. Tra i due inizia una relazione inevitabilmente complicata.
A cinque anni di distanza da Il comandante e la cicogna e dopo ben tre documentari (di cui uno, Per altri occhi, affrontava già il tema della cecità), Soldini torna al film di finzione. Lo fa mettendo in scena - con una variazione continua di formati - una vicenda intimista e delicata, sulla scorta di Cosa voglio di più, tra due personaggi che non potrebbero essere più lontani. Con lui, a vent'anni esatti da Le acrobate, ci sono una straordinaria Valeria Golino (che qui recita con lenti opacizzate per calcare il verismo del personaggio) e un credibilissimo, per quanto calato nel ruolo di bugiardo incallito, Adriano Giannini. Al film non mancano né ritmo né tensione narrativa, ma qualche didascalismo di troppo a sottolineare l'origine psicologica del carattere di Teo controbilancia in negativo l'idea diffusa del rapporto tra apparenza e realtà, rinvenibile tanto nell'azione di un robottino per la pulizia domestica quanto negli occhi di una madre che segretamente scruta i movimenti della figlia (Adriani).