lunedì 25 luglio 2016

Summer 82 - When Zappa came to Sicily

anno: 2013   
regia: CUCCIA, SALVO   
genere: documentario   
con Fank Zappa, Gail Zappa, Moon Zappa, Diva Zappa, Dweezil Zappa, Mathilda Doucette, Megan Zappa, Massimo Bassoli, Steve Vai, Tanino Liberatore    
location: Italia
voto: 6,5   

Il 14 luglio 1982 il grandissimo rocker americano Frank Zappa tenne a Palermo l'ultimo concerto della sua tournée europea. Quella data era anche quella del diciottesimo compleanno di Salvo Cuccia, regista del film, che per l'occasione partì in automobile insieme al padre da Pordenone, dove nel frattempo si era trasferito con la famiglia, per tornare nella natia Sicilia. Cuccia non arrivò mai a quel concerto, ma riuscirà a recuperare, grazie alla famiglia Zappa, i materiali che raccontano quel frammento assurdo di vita zappiana. Tra guerre di mafia che imperversavano per la città e i carri della festa matronale di Santa Rosalia, il concerto di Zappa e della sua band fu tenuto allo stadio comunale in un clima surreale: il palco montato a distanze siderali dal pubblico, i tentativi di qualche spettatore di invadere il campo, i poliziotti in assetto da guerriglia che cominciano a lanciare lacrimogeni, i rodies costretti a passare panni inumiditi sui volti dei musicisti colpiti dai lacrimogeni, Zappa nei camerini obbligato a indossare il giubbotto antiproiettile. C'è questo e molto altro (a cominciare dal contatto della famiglia Zappa con i parenti alla lontana di Partinico, il paese che diede i natali al padre di Zappa) in quella che è la versione compiuta di un cortometraggio (L'estate di Frank) decisamente meno riuscito. La moltissima musica del genio di Baltimora e le immagini assolutamente inedite di quel concerto che durò appena 66 minuti e che venne raffigurato da Tanino Liberatore nella copertina di The man from Utopia (che racchiudeva in un unico disegno tutto il disastro dell'intera tournée italiana) si coniugano con i racconti dei testimoni dell'epoca, tra i quali va purtroppo annoverato anche Massimo Bassoli: uno che se ne sta ostentatamente con la dita nel naso, che ha scritto una canzone orrenda finita su un disco di Zappa e intitolata Tengo 'na minchia tanta e che è stato arrestato per una colossale frode fiscale, per essersi approfittato oltre ogni limite della legge sull'editoria. Peccato che Zappa abbia avuto rapporti con gentaglia come lui.    

domenica 24 luglio 2016

Timbuktu

anno: 2015       
regia: SISSAKO, ABDERRAHMANE   
genere: drammatico   
con Ibrahim Ahmed, Abel Jafri, Toulou Kiki, Layla Walet Mohamed, Mehdi A.G. Mohamed, Hichem Yacoubi, Kettly Noël, Fatoumata Diawara, Adel Mahmoud Cherif, Salem Dendou, Mamby Kamissoko, Yoro Diakité, Cheik A.G. Emakni, Zikra Oualet Moussa, Weli Cleib, Djié Sidi, Damien Ndjie    
location: Mali
voto: 6   

A Timbuktu, nel Mali, alcuni estremisti jihadisti hanno imposto presunte leggi coraniche secondo le quali sono proibiti il calcio, la musica e il fumo, le donne devono coprirsi persino le mani e ogni forma di autarchia viene repressa ferocemente. In questo clima da guerra civile, in un Paese arretratissimo dove però tutti possiedono un telefono cellulare e nel quale la babele linguistica rende ancora più difficili e reciprocamente sospetti i rapporti, il tuareg Kidane (Ahmed) vive con la sua famiglia lontano dalla città. Un giorno, nel tentativo di cercare un chiarimento con un pescatore che gli ha ammazzato una mucca, lo uccide accidentalmente. Verrà sottoposto a un ridicolo processo.
Il film di Abderrahmane Sissako ha il merito di mostrare, senza assumere una posizione manichea, la deriva parossistica dell'Islam, giocando soprattutto sul confronto tra un imam illuminato e un nugolo di militari fanatici e integralisti. Pur tenendosi a debita distanza da ogni retorica spettacolare, la forma - nonostante la notevolissima fotografia e con una scena magnifica come quella della partita a calcio senza pallone, girata in maniera esemplare - è però slabbrata nel racconto e il doppiaggio italiano è ben sotto il livello di guardia.    

giovedì 21 luglio 2016

Human

anno: 2015   
regia: ARTHUS-BERTRAND, YANN
genere: documentario
location: Africa del sud, Allemagne, Australia, Bahamas, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Cambogia, Canada, Cina, Congo, Corea del sud, Cuba, Egitto, Etiopia, Filippine, Francia, Giappone, Giordania, Grecia, Haiti, India, Irlanda, Israele, Italia, Kazakhstan, Kenya, Libano, Libia, Madagascar, Marocco, Mauritania, Messico, Mongolia, Myanmar, Namibia, Népal, Norvegia, Pakistan, Palestina, Papua-Nuova Guinea, Perù, Repubblica Centroafricana., Spagna, Usa
voto: 9

Human è l'ultimo arrivato di un polittico ideale composto da One day on earth, La vita in un giorno e dal decisamente meno riuscito Italy in a day. Il denominatore che accomuna questi documentari, tutti più o meno coevi, è dato dall'idea di fornire un racconto corale rivestendolo di una certa omogeneità stilistica. Se da questo punto di vista a Human va addebitato il peccato originale di somigliare molto, nell'idea, a One day on earth, non si può negare all'opera del francese Yann Arthus-Bertrand, già autore di documentari suggestivi come Planet ocean  e Home, il merito di avere optato per uno stile nitido, ben riconoscibile, che coniuga il racconto di persone che provengono dai Paesi più diversi (una sessantina in tutto: Africa del sud, Australia, Bahamas, Bangladesh, Bolivia, Brasile, Burkina Faso, Cambogia, Canada, Cina, Congo, Corea del sud, Cuba, Egitto, Etiopia, Filippine, Francia, Giappone, Giordania, Grecia, Haiti, India, Irlanda, Israele, Italia, Kazakhstan, Kenya, Libano, Libia, Madagascar, Marocco, Mauritania, Messico, Mongolia, Myanmar, Namibia, Népal, Norvegia, Pakistan, Palestina, Papua-Nuova Guinea, Perù, Repubblica Centroafricana., Spagna, Stati Uniti) con le immagini aeree che raffigurano gli umani nelle attività più diverse e che talvolta si trasformano in tavolozze pittoriche in movimento degne di William Turner. Se le seconde, affidate alla direzione della fotografia di Bruno Cusa, da sole valgono l'intero film e sono qualcosa di meraviglioso e mai visto (sebbene si intraveda l'ombra di Koyaanisqatsi e di The Tree of life di Malick), le prime - pur soffrendo della diseguale potenza del narrato - avvolgono lo spettatore in un flusso diegetico che tocca i temi della felicità, dell'amore, della religione, della guerra, del sesso, della povertà e del lavoro. Ritratti tutti in primissimo piano e su sfondo nero, le centinaia di volti che si avvicendano in questo flusso magnetico di varia umanità penetrano lo spettatore con la potenza dei loro sguardi e la debolezza dei loro denti, portandolo fino alla commozione. Se ne ricava il ritratto proteiforme di un'umanità variopinta, tra soldati ai quali piace uccidere, uomini che vedono le donne come esseri inferiori, persone misericordiose. Su tutti, quasi indistintamente, aleggia lo spettro di un futuro ad altissimo tasso di incertezza.
Nota a parte per le musiche (firmate per lo più da Armand Amar), che spaziano tra il cameristico e la world music in maniera esemplare.    

domenica 17 luglio 2016

Mea Maxima Culpa - Silenzio nella casa di Dio (Mea Maxima Culpa: Silence in the House of God)

anno: 2012   
regia: GIBNEY, ALEX
genere: documentario
con Brady Bryson, Matthew Ryan Hughes, Larry Hunt
location: Usa
voto: 7

Come chiamereste un persona che pervicacemente protegge un criminale e nasconde i suoi misfatti? Qualcuno che per decenni si ostini a salvaguardare un pedofilo o, peggio, un manipolo di pedofili che hanno approfittato per anni di ragazzini? Questo qualcuno è Karol Wojtyla, uno dei più efferati e spregiudicati criminali dell'ultimo secolo, sostenitore di altri che, come lui, eccellono nell'arte dell'insabbiamento (vedi il suo amichetto Pinochet). Il film di Alex Gibney - considerato uno dei più grandi documentaristi viventi, uno che non le manda a dire alla CIA (Taxi to the dark side) o che scoperchia con somma disinvoltura il caso Enron (L'economia della truffa) - non è un atto d'accusa durissimo soltanto verso Giovanni Paolo II, ma nei confronti di tutta la Chiesa che per decenni ha messo a tacere la vicenda dei preti pedofili anche a costo di venire a patti economici con le famiglie delle vittime, con un esborso enorme.
Mea Maxima Culpa parte dal 1972, anno in cui un sordomuto, cresciuto in un istituto del Milwaukee per non udenti, scrisse al cardinale Angelo Sodano (altra figura loschissima, una sorta di Provenzano del Vaticano) una lettera di denuncia nella quale raccontava le nefandezze perpetrate per anni da Padre Murphy, direttore di quell'istituto, talmente diabolico da scegliere le sue prede soltanto tra coloro che in famiglia non avevano nessuno che conoscesse la lingua dei segni e che quindi non potessero raccontare le violenze sessuali subite. Sembrava un episodio isolato, ma non lo era: mezzo mondo cattolico si era macchiato di crimini simili, trovando sempre una Chiesa omertosa fino al parossismo. Ci volle l'inchiesta del Boston Globe - poi divenuta un film con Il caso Spotlight - per far esplodere il caso a livello mondiale e far conoscere i misfatti eclatanti di tanti preti pedofili, alcuni superprotetti dalle più alte sfere vaticane come il tossicodipendente e stupratore seriale Marcial Maciel, a capo dei potentissimi e ricchissimi Legionari di Cristo, o l'irlandese padre Walsh. Attraverso le testimonianze di quei ragazzi sordomuti che negli anni '60 subirono lo stupro di padre Murphy per poi denunciarlo molti anni dopo, nonché attraverso quelle di avvocati e testimoni, tramite ritagli di giornale e immagini di repertorio, il documentario ricostruisce i nodi più spinosi di questa torbidissima vicenda al centro della quale c'è anche Ratzinger,  monarca indiscusso della Congregazione per la Dottrina della Fede (l'equivalente della vecchia Inquisizione), nonché per anni a capo dell'ufficio che si occupa di reati sessuali commessi da preti. La sua preoccupazione non andò mai alle vittime, bensì alle perdite finanziarie che la Chiesa subì per ottenere il silenzio delle famiglie dei bambini abusati e all'immediata beatificazione di Giovanni Paolo II, in modo da poter cancellare il più in fretta possibile le ombre foschissime che si erano addensate su di quest'ultimo. Quanto all'estetica del film, i contenuti sono coraggiosi e interessantissimi, il montaggio "morbido" con qualche testimonianza ripetitiva e il ritmo blando.    

sabato 16 luglio 2016

Tutti vogliono qualcosa (Everybody Wants Some!!)

anno: 2016       
regia: LINKLATER, RICHARD
genere: commedia
con Will Brittain, Zoey Deutch, Ryan Guzman, Tyler Hoechlin, Blake Jenner, J. Quinton Johnson, Glen Powell, Wyatt Russell, Austin Amelio, Temple Baker, Tanner Kalina, Juston Street, Forrest Vickery, Jonathan Breck, Tory Taranova, Kay Epperson, Michael Monsour, Justin Alexio, Zoey Brooks, Anna Vanston, Shailaun Manning, Olivia Jordan, Celina Chapin, Lynden Orr, Asjha Cooper, Dora Madison    
location: Usa
voto: 4

Siamo nel pieno della svolta edonista degli anni '80 e in un campus universitario del Texas un nuovo arrivato, destinato anche alla locale squadra di baseball, socializza con i suoi futuri compagni di squadra e di studi. In un cazzeggio senza sosta e con un'allerta continua verso il pelo pubico femminile, la comitiva di amici aspetta l'inizio delle lezioni e quello del campionato di baseball.
Ancora una volta Richard Linklater (School of rock, Fast food nation, Boyhood) si dimostra regista tutto di forma (semplicemente strepitosa la scena iniziale del canto sincopato in auto, sulle note di Rapper's delight, di cinque dei protagonisti) e di sconcertante pochezza di contenuti. Con Tutti vogliono qualcosa (titolo da minus habens del quale per una volta non possono essere accusati i titolisti italiani: l'originale è stato scippato a una canzone dei Van Halen) siamo davanti a una versione di Porky's meno sguaiata (ma nemmeno troppo) che per due ore si dilunga sulle bevute irrefrenabili e sulle goliardate di un nugolo di ragazzi acchiappasottane. Ci scappa anche qualche risata a mezza bocca, tra volgarità e giochi demenziali, ma è troppo poco per assicurarsi il bollino da cinema d'essai, anche a dispetto della colonna sonora che raccoglie i greatest hits di quegli anni, dai Knack a Blondie e i Dire Straits.    

venerdì 15 luglio 2016

Il complotto di Chernobyl - The Russian Woodpecker

anno: 2015       
regia: GRACIA, CHAD   
genere: documentario   
con Fedor Alexandrovich   
location: Russia, Ucraina, Regno Unito, Usa
voto: 2   

Fedor Alexandrovich aveva appena 4 anni nel 1986, quando avvenne l'incidente alla centrale nucleare di Chernobyl. Una trentina d'anni più tardi Fedor ipotizza un complotto in piena Guerra Fredda al centro del quale ci sarebbe un'arma inservibile di costruzione ucraina (che all'epoca si trovava sotto l'Unione Sovietica) e la Duga, un apparecchio che riproduce un suono simile a quello del picchio, costruito per interferire sulle comunicazioni del blocco occidentale. Durante lo svolgersi delle sue indagini, Fedor si ritrova nel bel mezzo di un'insurrezione popolare contro il governo di Kiev.
Dalla morte di Marilyn Monroe a quella di Pantani, passando per le Torri Gemelle, Lady Diana, Emanuela Orlandi e la guerra in Iraq, le tesi sui complotti hanno sempre suscitato un misto di fascino, curiosità e ilarità. Tutto molto bello, direbbe Pizzul, se ad accompagnare la fantasia del racconto e l'egolalia del protagonista ci fosse un minimo di capacità narrativa. Il documentario invece infligge dai primissimi minuti un durissimo colpo alla veglia della spettatore, che in una monotonia esasperante è costretto a sciropparsi un'ora e venti di sparate - magari plausibili, perché no, ma raccontate malissimo - di un giovane trombone. Nessi caduchi, testimoni refrattari, siparietti autocelebrativi involontariamente ridicoli fanno di questo film un'opera grottesca che avrebbe potuto gettare ben altre ombre sul presunto errore umano di Chernobyl.