giovedì 14 febbraio 2019

Santiago, Italia

anno: 2018       
regia: MORETTI, NANNI    
genere: documentario    
con Nanni Moretti    
location: Cile, Italia
voto: 8    

C'è una bella storia italiana dietro il colpo di stato dell'11 settembre 1973 che portò al potere Pinochet e alla morte Salvador Allende. Ed è una storia di solidarietà e di accoglienza. La racconta, con lo stile sobrio e rigoroso che gli è consueto, Nanni Moretti, che torna al documentario a quasi trent'anni di distanza da La cosa, con un film pregno di politica. Affidandosi alle testimonianze di giornalisti, diplomatici, insegnanti ma anche a quelle dei militari che appoggiarono il golpe che avrebbe portato a una lunga stagione di dittatura, Moretti ricostruisce la vicenda che indusse circa 150 cileni, molti dei quali bambini, a rifugiarsi nell'ambasciata italiana, dove vennero accolti, sfamati e persino messi in volo per l'Italia, Paese che li avrebbe ospitati e che avrebbe anche dato loro un lavoro. Era tutta gente che aveva vissuto per appena tre anni il sogno di una rinascita, perché quello di Allende fu il primo governo socialista latinoamericano andato al potere non con un colpo di stato ma con una democratica elezione. Ma l'egualitarismo e le riforme sociali di Allende non piacevano agli americani, che appoggiarono il golpe di militari disposti persino a bombardare la Moneda, il palazzo del governo a Santiago. L'esperimento di Allende era ben lontano dal socialismo reale di Unione Sovietica e Cina, libertario e pienamente democratico, tale dunque da mettere in allarme gli Stati Uniti (si era nel pieno della Guerra Fredda). Di quella stagione i diversi testimoni di quella bella vicenda raccontano molti aspetti, anche i più crudi (desaparecidos, tortura), fino alla commozione. Una commozione che arriva anche allo spettatore, che davanti a fatti del genere non può che fare eco al regista nell'unica inquadratura nella quale egli appare nel film: "Io non sono imparziale. Non sono imparziale".    

mercoledì 13 febbraio 2019

La donna dai tre volti (Three faces of Eve)

anno: 1957       
regia: JOHNSON, NUNNALLY    
genere: drammatico    
con Joan Woodward, David Wayne, Lee J.Cobb, Edwin Jerome, Alena Murray, Nancy Kulp, Douglas Spencer, Terry Ann Ross, Mimi Gibson    
location: Usa
voto: 5,5    

Negli anni Cinquanta, un marito (Wayne) porta sua moglie (Woodward) a visita psichiatrica per cercare di sbrogliare la matassa dei suoi comportamenti bizzarri. Lo psichiatra (Cobb) scorge un caso di conclamata schizofrenia con ben tre personalità diverse: la brava e grigia madre di famiglia, la donnetta frivola accalappiamaschi e una terza donna, assai raffinata, che vorrebbe una vita del tutto diversa. Ci vorrà tutta la pervicacia dell'analista per portare la donna all'abreazione e risolvere il caso.
Tratto da un libro di Corbett H. Thigpen e Hervey M. Cleckey, entrambi medici, il film soffre un certo schematismo di fondo nei ruoli di psichiatra e paziente, ma regalò a Joanne Woodward un meritatissimo premio Oscar a soli 27 anni.    

domenica 10 febbraio 2019

A Private War

anno: 2018       
regia: HEINEMAN, MATTHEW    
genere: biografico    
con Rosamund Pike, Tom Hollander, Jamie Dornan, Stanley Tucci, Faye Marsay, Greg Wise, Nikki Amuka-Bird, Corey Johnson, Alexandra Moen    
location: Afghanistan, Libia, Regno Unito, Siria, Sri Lanka
voto: 4    

Avrebbe potuto essere un autentico gioiello questo A Private War, quarto film "impegnato" del regista americano Matthew Heineman, che racconta la storia di Marie Calvin (Pike), giornalista statunitense che dal 1985 fino alla morte lavorò per il londinese Sunday Times, confezionando indimenticabili reportage da ogni zona di guerra del mondo di cui, a suo avviso, i media occidentali non parlavano abbastanza. Fu così che rimase menomata all'occhio sinistro durante la guerra civile nello Sri-Lanka. Dopo avere sfidato la fortuna in Afghanistan, Libia (di cui nel film viene ripresa l'intervista a Gheddafi), Kosovo, Cecenia e Timor East, la sua vita si concluse sotto una bomba in Siria. E invece A Private War non riesce ad appassionarci neppure per un momento all'avventura così coraggiosa e radicale della sua protagonista, mantenendosi sempre a mezza strada tra vicende private e l'ansia di riprendere il suo lavoro, come se le guerre fossero, appunto, una faccenda privata. La regia, pur indugiando su particolari raccapriccianti (le fosse comuni in Afghanistan, le condizioni di vita impossibili dei bambini, il vivo del conflitto, le città coventrizzate), non spicca mai il volo, assembla pigramente immagini come si trattasse di reperti documentaristici e il pathos che sarebbe stato indispensabile per raccontare una vicenda come questa è del tutto assente.  

sabato 9 febbraio 2019

Il primo re

anno: 2018       
regia: ROVERE, MATTEO    
genere: storico    
con Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garribba, Michael Schermi, Max Malatesta, Vincenzo Pirrotta, Vincenzo Crea, Lorenzo Gleijeses, Gabriel Montesi, Antonio Orlando, Florenzo Mattu, Martinus Tocchi, Vincenzo Pirrotta, Vincenzo Crea, Ludovico Succio, Emilio De Marchi    
location: Italia
voto: 8    

Tra mito, leggenda e brandelli di documentazione storica, arriva sul grande schermo il coraggiosissimo film di Matteo Rovere, che racconta la parabola che portò i due figli di Rea Silvia, Romolo (Lapice) e Remo (Borghi), alla nascita di Roma. Tutto ruota sulle avventure perennemente sul filo della sopravvivenza di una sparuta comunità di pastori che prima venne catturata dai guerrieri di Alba e più tardi si trovò a doverne fronteggiare l'esercito. Fino a quando Remo, legatissimo al fragile fratello, ma forte del suo carattere e della sua potenza fisica, non si autoproclamò primo re di quelle genti dopo averle sconfitte in battaglia. Un ruolo che lo portò a un'esagerazione esasperante e al conflitto con l'amatissimo Romolo, che fu il vero fondatore della città di Roma: come a dire che la leggenda suggerisce che la capacità di mediazione ha la meglio sulla forza ed il coraggio.
Interamente parlato in una lingua pre-latina per la creazione della quale al film ha collaborato un'intera squadra di linguisti, girato soltanto con luci naturali (da Oscar il lavoro compiuto d Daniele Ciprì) e con superbe scenografie (di Tonino Zera), Il primo re è la prova di un enorme passo in avanti di Matteo Rovere dai tempi di Un gioco da ragazze. Dalle poderose scene dell'inondazione del Tevere ai continui conflitti, spesso all'arma bianca, che non risparmiano allo sguardo dello spettatore immagini da Grand-Guignol, il film è un'opera epica straordinariamente potente e plumbea, fatta di viscere, carne e suoni, capace di raccontare un'epoca difficilissima nella quale la sopravvivenza era una scommessa quotidiana, la forza muscolare contava ben più di quella verbale e il rapporto con il soprannaturale e gli dei costituiva il perno del confronto verbale, come ci ricorda l'epigrafe in apertura di Maugham: "un dio che può essere compreso non è un dio".    

Selma - La strada per la libertà

anno: 2014   
regia: DuVERNAY, AVA    
genere: storico    
con David Oyelowo, Carmen Ejogo, Jim France, Trinity Simone, Mikeria Howard, Jordan Christina Rice, Ebony Billups, Nadej k Bailey, Elijah Oliver, Oprah Winfrey, Clay Chappell, Tom Wilkinson, Giovanni Ribisi, Haviland Stillwell, André Holland, Ruben Santiago-Hudson, Colman Domingo, Omar J. Dorsey, Tessa Thompson, Common, Lorraine Toussaint, David Morizot, David Dwyer, E. Roger Mitchell, Dylan Baker, Ledisi Anibade Young, Kent Faulcon, Merriwether Stormy, Niecy Nash, Corey Reynolds, Wendell Pierce, Stephan James, John Lavelle, Trai Byers, Keith Stanfield, Henry G. Sanders, Charity Jordan, Stan Houston, Tim Roth, Greg Chandler Maness, Nigel Thatch, Stephen Root, Michael Papajohn, Brian Kurlander, Jeremy Strong, Elizabeth Diane Wells, Tara Ochs, David Silverman, Charles Saunders, Dexter Tillis, Cuba Gooding Jr., Alessandro Nivola, Michael Shikany, Brandon O'Dell, Dane Davenport, Brandon Carroll, Mark Cabus, Christine Horn, Dan Triandiflou, Jody Thompson, Kenny Cooper, Montrel Miller, Charles Black, Zipporah Carter, Willean Lacy, Dawn Young    
location: Usa
voto: 6    

Dieci anni dopo l'episodio che diede vita al boicottaggio del servizio di traporto pubblico a Montgomery, in Alabama, a seguito del rifiuto da parte di Rosa Parks di cedere il posto a sedere su un autobus a un bianco, il cammino per i diritti civili da parte della popolazione di colore era ancora molto lungo. Più lungo di quello che nel 1965 da Selma avrebbe portato la popolazione di colore a manifestare fino a Montgomery, 80 chilometri percorsi sotto la guida di Martin Luther King, il reverendo che predicava la nonviolenza e, forte del premio Nobel per la pace vinto l'anno precedente, poteva permettersi di parlare da pari a pari con il presidente degli Stati Uniti, l'ambiguo Lyndon Johnson (Wilkinson). Mentre Malcolm X spingeva la popolazione nera verso lo scontro frontale, MLK rivendicava il diritto al voto per i neri, sancito dalle leggi federali ma non rispettato a livello locale da gran parte degli Stati del Sud. Per questo, il leader nero organizzò quella marcia alla quale si unirono molti bianchi progressisti, desiderosi di vedere rispettati i diritti civili della popolazione discriminata. A seguito di quella clamorosa protesta, le cui immagini fecero il giro del mondo, fu proclamato Voting Rights Act, con buona pace di J. Edgar Hoover (Baker) e del governatore dell'Alabama George Wallace (Roth).
Ava DuVernay dirige un film necessario, seppure diseguale e a tratti oleografico, con scene di massa non sempre all'altezza e lunghe parentesi fin troppo parlate. Ma in un'epoca di serpeggiante razzismo, nonostante nel frattempo il primo presidente nero si fosse insediato alla Casa Bianca, le differenze di condizione tra bianchi e neri sono ancora troppo accentuate e il film assume un valore che va ben al di là della mera documentazione storica.    

giovedì 7 febbraio 2019

Il Corriere - The Mule

anno: 2019       
regia: EASTWOOD, CLINT    
genere: drammatico    
con Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest, Andy Garcia, Alison Eastwood, Taissa Farmiga, Ignacio Serricchio, Loren Dean, Eugene Cordero    
location: Messico, Usa
voto: 8    

Earl Stone (Eastwood) ha dedicato tutta la sua vita al lavoro, affermandosi come floricoltore al punto da vincere dei premi ma trascurando perpetuamente la famiglia. Di questa, soltanto sua nipote gli rivolge ancora la parola. Quando l'e-commerce prende il sopravvento, Earl è costretto a chiudere la sua ultradecennale attività, riservandosi di trovare una qualche soluzione, lui che non è tipo da avere un piano B per nessuna cosa. L'occasione gli capita quando gli viene proposto - date le sue caratteristiche anagrafiche (l'uomo è prossimo ai 90) e quelle di conducente d'auto di lunghissimo corso con una patente immacolata dato che non ha mai preso una multa - di fare da corriere della droga per conto di un cartello messicano. I soldi arrivano a mucchi, le incombenze diventano sempre più onerose ma nel frattempo Earl rischia di giocarsi anche l'affetto della nipote e un solerte funzionario della DEA sta indagando sul traffico sospetto di droga proprio per arrivare a lui.
Alla vigilia dei 90 anni, il grande, vecchio Clint torna davanti (oltre che dietro) alla macchina da presa a dieci anni di distanza da Gran Torino, di cui il film tratto da un articolo del giornalista Sam Dolnick del New York Times Magazine sembra essere, per alcuni versi, la prosecuzione ideale. Qui come lì, ci troviamo davanti a un solitario tutto d'un pezzo, un veterano (ancora una volta, della guerra in Corea) dalla battuta sempre pronta (nel film si ride anche molto) che non ha paura degli sgherri del boss messicano (Garcia) ma che ha soprattutto una caratteristica: decide. Non è uno che si perde in astrusi ragionamenti filosofici, il vecchio Earl. Al contrario, è ruvidamente pragmatico, decide di testa sua e se c'è da aiutare dei neri in panne sulla statale si ferma a dargli una mano nello stesso momento in cui li appella come "negri". Ed è proprio questa sua capacità di decidere che fa di lui l'ennesimo antieroe della filmografia eastwoodiana, un personaggio "morale" cosciente di avere abdicato dai valori della famiglia e che cerca la redenzione nello scorcio di vita che gli rimane, anche a costo di pagarne pesantemente il prezzo, proprio come l'evaso Butch Haynes di Un mondo perfetto, il Dave di Mystic River, il Frankie Gunn di Million Dollar Baby e il Walt Kowalski di Gran Torino. Un personaggio - peraltro interpretato da un Eastwood che oltre a essere un grande narratore, troviamo qui in stato di grazia, definitivamente affrancato dalla battuta di Sergio Leone secondo cui l'attore avrebbe solo due espressioni, "una con il cappello e l'altra senza" - che non può non affascinare, nonostante il pensiero rigidamente conservatore e il fatto che chi lo interpreta sia un repubblicano che ha votato Trump.