lunedì 8 ottobre 2018

Manuel

anno: 2017   
regia: ALBERTINI, DARIO    
genere: drammatico    
con Andrea Lattanzi, Francesca Antonelli, Renato Scarpa, Giulia Elettra Gorietti, Raffaella Rea, Alessandra Scirdi, Monica Carpanese, Alessandro Di Carlo, Luciano Miele, Giulio Beranek, Frankino Murgia, Manuela Ruiu    
location: Italia
voto: 7    

Manuel è un ragazzo buono, dallo sguardo mite e dai modi garbati, alto e magro. Ha appena compiuto diciotto anni: per lui è tempo di lasciare la casa famiglia di Civitavecchia dove è stato costretto a crescere perché non ha un padre e perché sua madre è in carcere, a Rebibbia. Torna così a vivere nella casa dell'estrema periferia romana che è stata abbandonata nel più totale caos, la riordina e si dà da fare affinché sua madre possa ottenere gli arresti domiciliari e lui diventarne il tutore.
Dario Albertini esordisce dietro la macchina da presa con un lungometraggio che appartiene di diritto a quel sottogenere del melodramma che sta diventando il realismo di periferia. Il film poggia per intero sull'interpretazione intensissima e crepuscolare di uno straordinario Andrea Lattanzi, che dà colore a qualsiasi sfumatura, riempie i vuoti e i molti silenzi dell'opera, ci porta dritti dentro lo smarrimento del suo personaggio, costretto - in giovanissima età - a prendersi responsabilità immani. Un film d'attore, dunque (ma i comprimari sono anch'essi diretti con eccezionale realismo), capace anche di raccontarci il frutto della meglio gioventù di oggi: quella cresciuta tra la repressione dell'educazione istituzionalizzata e le tentazioni di amici che cercano la strada più facile per arrivare al denaro, ma che non si lascia intrappolare né dall'una né dalle altre.    

lunedì 1 ottobre 2018

BlacKkKlansman

anno: 2018       
regia: LEE, SPIKE    
genere: poliziesco    
con John David Washington, Laura Harrier, Adam Driver, Topher Grace, Ryan Eggold, Jasper Pääkkönen, Alec Baldwin, Michael Buscemi, Robert John Burke, Corey Hawkins, Paul Walter Hauser, Harry Belafonte    
location: Usa
voto: 7    

Cominciamo dalla fine, dalle immagini di repertorio che immortalano gli scontri tra i suprematisti bianchi - che al grido di "white lives matter" marciano a Charlottesville, in Virginia, nel 2017, per urlare la loro rabbia contro neri ed ebrei - e un corteo antirazzista. Un suprematista bianco si scagliò con la sua auto contro questo secondo corteo, uccidendo una ragazza e mandando in ospedale decine di persone. Trump, con la boria che gli è propria, fece un discorso dal quale non uscì una sola parola di condanna nei confronti dei suprematisti bianchi.
E adesso torniamo all'inizio, a quando il cinema dei padri ci propinava film ad altissimo tasso di razzismo come Nascita di una nazione e Via col vento. In mezzo, tra prologo ed epilogo, una delle opere più politiche di Spike Lee, tratta da una storia vera (diventata un best seller nella ricostruzione che ne fece il protagonista). Siamo a Colorado Springs negli anni Settanta, tra i neri vanno di moda delle grandi capigliature crespe e Ron Stallworth (Washington), un poliziotto di colore, viene prima infiltrato nei comizi delle Pantere Nere (davvero eccessiva la scena del discorso di Stokey Carmichael, così come prolisso è tutto il film), quindi - giocando sulla sua capacità di imitare la voce e il modo di parlare dei bianchi - decide di infiltrarsi nel Ku Klux Klan. Il problema è che ha bisogno di un bianco per i contatti dal vivo dopo aver avuto quelli telefonici. Fa al caso suo un collega ebreo (Driver), grazie al quale riesce ad arrivare al vertice dell'organizzazione.
"Potere ai neri" contro "potere ai bianchi", pugni chiusi contro braccia tese, soggezione contro idolatria delle armi: Lee gioca il film ricorrendo spesso al montaggio alternato per mettere in antitesi visiva l'America razzista e quella che ha subito la schiavitù, che tocca il suo apice narrativo nel racconto che ne fa Harry Belafonte in una sala gremita da attivisti delle Pantere Nere. Tutto giocato sul filo di un'ironia che colloca spesso il film sul versante della commedia, BlacKkKlansman (da notare il KKK nel titolo) si è aggiudicato un meritatissimo Grand prix al festival di Cannes, andando a rinfoltire la serie di film che, da Mississippi burning a Le stagioni del cuore, hanno raccontato la vicenda violentissima quanto involontariamente grottesca di questa ridicola organizzazione suprematista, che con Trump è tornata ad avere vita facile, segnando un passaggio drastico e repentino dalla presidenza di un nero a quella di un pagliaccio razzista.    

sabato 29 settembre 2018

Hold the dark

anno: 2018       
regia: SAULNIER, JEREMY    
genere: giallo    
con Jeffrey Wright, Alexander Skarsgard, James Badge Dale, Riley Keough, Julian Black Antelope, Tantoo Cardinal, Macon Blair, Jonathan Whitesell, Peter McRobbie    
location: Iraq, Usa
voto: 1,5    

- Ciao Emy
- Cosa è successo?
- Poi ti spiego…
Ecco, ci piacerebbe se lo spiegasse pure a noi cosa è successo nelle due ore e passa di film, dopo aver pronunciato queste che sono le battute finali. Già perché l'ennesimo prodotto di infimo livello targato Netflix, che si sta profilando come l'annichilimento del Cinema a vantaggio sia di produttori che del pubblico incapace di alzare le terga dalla poltrona, è un'opera quanto mai criptica (colpa del romanzo da cui trae spunto, firmato da William Giraldi?). C'è uno scrittore (Wright), che è esperto di lupi, il quale riceve una lettera (non una mail: proprio una lettera, vergata a mano) da una tizia in Alaska che sostiene che i quadrupedi hanno banchettato col suo unico figlioletto. L'uomo, senza sapere chi sia l'interlocutrice, prende e parte. Stacco. Da qualche parte in medio oriente, il marito della signora (Skarsgard) gioca a sparatutto con gli islamici del posto, salvo poi difendere l'onore di un'autoctona stuprata da un suo commilitone. Stacco. Torniamo in Alaska. La donna è sparita, il cadavere del bambino viene ritrovato (intatto, ma pur sempre cadavere) e così comincia la caccia alla donna. Stacco. Il maritino torna a casa e sembra che sia un filino irritato con la consorte per la riduzione del 33% del nucleo familiare. Stacco. Un pazzo fa una strage di poliziotti. Poi accadono altre cose che è inutile raccontare. Ogni tanto si vede qualche lupo in mezzo alle nevi del Grande Nord e anche il maritino, nonostante Carnevale sia ancora lontano, si traveste da lupo (giuro!). Fine della cronaca.
Quando si parla di fiducia nei sistemi esperti e del fatto che la rete abbia sottratto al giornali una fetta considerevolissima di lettori, si invoca sempre la stessa questione nella speranza di riequilibrare le cose e dare dell'imbecille a chi preferisce qualche buon blog alla carta stampata: di qua ci sono gli esperti, i professoroni, quelli che hanno studiato la materia; di là gli scribacchini improvvisati. Tutto vero. Ma si dimentica di dire che i primi spesso (si veda il caso clamorosissimo de La Repubblica che oggi riesce a far sbiadire le imprese della Pravda) fanno marchette per i potenti (che, nel caso del cinema, si chiamano Rai, Netflix, Amazon, Sky Cinema, eccetera), mentre i secondi sono certamente più liberi. Tutta questa giaculatoria per dire che le poche riviste di cinema edite in Italia promuovono filmacci come questo senza alcun pudore e l'appassionato che cerca di documentarsi non fa che caderci regolarmente con tutte le scarpe. Evitate Hold the dark.    

mercoledì 26 settembre 2018

La banda Grossi

anno: 2018       
regia: RIPALTI, CLAUDIO    
genere: drammatico    
con Camillo Marcello Ciorciaro, Roberto Marinelli, Rosario Di Giovanna, Leonardo Ventura, Paolo Santinelli, Aldo Ferrara, Edoardo Raggetta, Mateo Çili, Cristian Marleta, Manuel D'Amario    
location: Italia
voto: 6,5    

È una storia vera eppure rimossa dai libri di storia quella della banda Grossi, guidata da Terenzio Grossi (Ciorciaro), che nel 1860, alla vigilia dell'unità d'Italia, imperversò nelle Marche e nel centro Italia, raccogliendo consensi e sostegno da una popolazione messa alla fame dalle continue vessazioni del governo sabaudo, che peraltro voleva introdurre il servizio di leva obbligatorio. Il racconto parte dalla testimonianza rilasciata in carcere dal numero due della banda, Olinto Venturi, detto Zinzin, a un membro della commissione d'inchiesta che deve fare luce sull'operato di un carabiniere mandato dal Prefetto a catturare Grossi sulle alture dell'Appennino. Il racconto di Olinto mette in luce l'anima rivoluzionaria di questi briganti renitenti alla leva, atei, eppure sostenuti almeno in parte dal papato, avversi ai piemontesi e costretti a vivere di espedienti pur di sopravvivere. Ma tra morti, catture e dissidi interni alla stessa banda - alla quale aderì il temibilissimo Sante Frontini, vero ago della bilancia dell'intera vicenda - la vicenda arrivò a un terribile epilogo.
Ci sarebbe da fare un monumento all'esordiente Claudio Ripalti, che con un crowdfounding di appena 50.000 euro è riuscito a realizzare un film dignitosissimo con un cast di attori perfettamente sconosciuti eppure assolutamente in parte, giostrando al meglio l'uso delle location (gran parte del film è girato in esterni, su sfondi naturalistici). Ripalti aggiorna così in una chiave quasi western la lezione del Salvatore Giuliano di Rosi a proposito di film sul brigantaggio, collocandola su uno sfondo storico ricco di contraddizioni e consegnandoci personaggi a tutto tondo, a partire Terenzio Grossi, capobanda carismatico e idealista. Come idealista e speculare alla sua figura è quella del carabiniere che gli dà la caccia. Alla complessità dei personaggi e alla ricchezza di sfumature del racconto si aggiungono anche elementi che permettono di leggere in filigrana i vizi della politica nostrana, la corruzione perpetua, l'intoccabilità dei vertici. Qualche inevitabile ingenuità - in primis l'uso della lingua italiana in luogo del vernacolo, ma anche la cura eccessiva delle dentature - e alcune lungaggini nel racconto non tolgono comunque valore a un film esemplare nella sua traiettoria produttiva.    

martedì 25 settembre 2018

Una storia senza nome

anno: 2018       
regia: ANDÒ, ROBERTO    
genere: giallo    
con Micaela Ramazzotti, Alessandro Gassmann (Alessandro Gassman), Laura Morante, Renato Carpentieri, Antonio Catania, Gaetano Bruno, Marco Foschi, Martina Pensa, Renato Scarpa, Silvia Calderoni, Emanuele Salce, Paolo Graziosi, Filippo Luna, Michele di Mauro, Allan Pearce Caister (Allan Caister Pearce), Giovanni Martorana, Jerzy Skolimowski    
location: Italia
voto: 1,5    

La regola è sempre la stessa: 9 volte su 10, quando un film parla di un regista in crisi, oppure di uno sceneggiatore o di uno scrittore con la sindrome da foglio bianco, non fidatevi: vuol dire che davvero chi lo ha scritto non sa cosa dire. Regola che diventa addirittura ferrea nel caso di questo Una storia senza nome, che - pur prendendo spunto da un fatto reale (il furto, in Sicilia, della Natività del Caravaggio da parte della mafia, mezzo secolo fa), annaspa nel più inverosimile dei plot possibili. Tutto sembra ruotare attorno ad Alessandro (Gassman), sceneggiatore che da un decina d'anni non riesce più a scrivere un rigo. A togliergli puntualmente le castagne dal fuoco c'è Valeria (Ramazzotti), segretaria nell'ufficio dove lavora il suo produttore (Catania), alla quale Alessandro passa somme cospicue in cambio di sceneggiature di successo. Ma la vera bomba arriva allorquando il nuovo soggetto scritto da Valeria proviene da una storia vera che le viene raccontata da un anziano quanto misterioso investigatore (Carpentieri), che le rivela i retroscena che stanno dietro il furto di quel famoso quadro.
Roberto Andò continua imperterrito per quella strada tanto impervia quanto senza uscita che è il suo cinema fatto di misteri irrisolti, personaggi doppi e tanta, tanta incompiutezza, come ne Le confessioni e Sotto falso nome. Qui l'intreccio diventa addirittura involontariamente comico, con una madre (Morante) che sta a stretto contatto con il gotha della politica, fa la ghostwriter per conto di un ministro della repubblica (Scarpa) ed entra indisturbata a Palazzo Chigi senza che nessuno controlli o la fermi. Poi c'è un produttore siciliano (Bruno) colluso con la mafia che non si sa quali esigenze di copione spingano a recitare balbettando, c'è Gassman che rimane per mesi in coma in ospedale e, pur di mostrarne i pettorali, nessuno si preoccupa mai di mettergli un pigiama addosso, per non dire delle figure di contorno (i mafiosi) che sono meno che caricature, o di gente che muore e poi resuscita. Altrettanti pietosissimi veli andrebbero stesi sulla protagonista, Micaela Ramazzotti, che parla come se fosse perennemente afona e come se in tutta la carriera non avesse mai cambiato set, o sulla Morante perennemente disabbigliata, nonché sui personaggi che spariscono improvvisamente dal racconto dopo essere stati legati al letto per un incontro sadomaso e così via. Come se non bastasse, le musiche onnipresenti, ampollose e tonitruanti di Marco Betta non abbassano mai il livello di decibel per l'intero film, finendo col mangiarsi anche qualche dialogo. Per Roberto Andò la strada del ridicolo non conosce confini.    

sabato 22 settembre 2018

Final Portrait - L'Arte di essere Amici

anno: 2017       
regia: TUCCI, STANLEY    
genere: biografico    
con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Clémence Poésy, Tony Shalhoub, Sylvie Testud, James Faulkner    
location: Francia
voto: 2    

Parigi, 1964. James Lord (Hammer), critico d'arte americano, incontra il suo sodale Alberto Giacometti (Rush), artista svizzero di acclarata fama. Quest'ultimo propone all'amico di posare per lui per un ritratto: l'operazione - dice - prenderà al massimo un paio di giorni. Che invece diventano 18, la stragrande maggioranza dei quali passati nell'atelier del geniale pittore e scultore, alla presenza della moglie di quest'ultimo (Testud) e di una prostituta (Poésy) frequentata da Giacometti alla luce del sole, tra giri in macchina e incursioni nei bistrot locali.
Stanely Tucci esordisce dietro la macchina con un film che più monocorde non si potrebbe. L'impresa finisce così col ricadere per intero sulla titanica interpretazione di Geoffrey Rush (una prova così maiuscola da meritare le stesse lodi che l'attore australiano ebbe per Shine, Tu chiamami Peter e La migliore offerta), che surclassa i suoi comprimari dando al suo personaggio un accento febbrile e nevrotico. Ma che non basta a bilanciare la ripetitività estenuante del racconto.