sabato 11 novembre 2017

The Place

anno: 2017       
regia: GENOVESE, PAOLO  
genere: fantastico  
con Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Alba Rohrwaker, Vittoria Puccini, Rocco Papaleo, Silvio Muccino, Silvia D’amico, Vinicio Marchioni, Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Giulia Lazzarini    
location: Italia
voto: 5,5  

Dalla tavola alla tavola calda: è in un piccolo locale chiamato The place (nella realtà sito a Roma, in via Gallia 70) che Paolo Genovese, reduce dallo strepitoso successo di Perfetti sconosciuti, ambienta la sua prova forse più difficile, costruendo un film che, per molti versi, sembra ricalcare l'impostazione del precedente, ma in una versione che sta tra il kammerspiel e il cinema indie.
Nel locale si avvicendano varie figure, di giorno e alla sera tardi, con la pioggia o con il sole: tutti postulanti disposti a mettere in pratica le istruzioni scellerate fornite da uno strano personaggio (Mastandrea), una sorta di diavolo che non ha nulla di mefistofelico me che gioca a fare Dio, tra un pasto e l'altro serviti dall'unica cameriera del tavola calda (Ferilli). Chi chiede che al proprio figlio torni la salute (Marchioni) o al proprio marito la memoria (Lazzarini), chi, più modestamente, vorrebbe portarsi a letto una fotomodella (Papaleo) o vorrebbe diventare più bella (D'Amico), chi vorrebbe recuperare il rapporto con il figlio (Giallini) e chi affrancarsi definitivamente dal padre (Muccino), chi ritrovare la vista perduta (Borghi) oppure Dio (Rohrwacher). A ciascuno di loro, questa sorta di deus ex machina chiede di fare cose impensabili, dal mettere una bomba in una discoteca all'uccidere una bambina.
Tratto da una serie tv americana (The Booth at the End), The place è un film ambiziosissimo ma largamente irrisolto. All'efficacia dell'intreccio in chiave di thriller psicologico costruito come un apologo a sfondo morale sulle ambizioni umane e alla fluida intersezione delle diverse storie, non corrisponde una resa plausibile sul piano delle pretese filosofiche, nient'affatto sorrette adeguatamente sul piano della scrittura. Al contrario, i dialoghi sono spesso lapidari - "Lei crede in Dio?" "Diciamo che io credo nei dettagli", oppure "Lei è un mostro" "Io do da mangiare ai mostri", e così via - e la dialettica tra caso e necessità, perno del film, è trattata con superficialità. Ma l'ambientazione, la recitazione (tutti gli attori, con l'eccezione di Mastandrea, hanno recitato per una sola giornata) e il ritmo narrativo sono senz'altro punti a favore e comunque si intravede il tentativo di trovare nuove strade.    

giovedì 9 novembre 2017

Borg McEnroe

anno: 2017       
regia: METZ PEDERSEN, JANUS   
genere: biografico   
con Shia LaBeouf, Sverrir Gudnason, Stellan Skarsgård, Tuva Novotny, Ian Blackman, Robert Emms, Scott Arthur, David Bamber, Jane Perry, Claes Ljungmark, Janis Ahern, Demetri Goritsas, Jackson Gann, Björn Granath, Peter Hosking, Mats Blomgren, Thomas Hedengran, Val Jobara, Christopher Wagelin, James Sobol Kelly, Bob Boudreaux, Tom Datnow, Leo Borg, Dan Anders Carrigan, Emelie Dahlskog, Lucy Ter-Berg, Julia Marko-Nord, Jason Forbes, Markus Mossberg, John Runestam, Richard Drazny, Inger Järpedal, Christopher Fänge, Mohamed Shabib, Igor Tubic, Vincent Eriksson    
location: Regno Unito, Svezia, Usa
voto: 7   

Per capire quanto uno sport possa essere elitario basta prendere in considerazione tre parametri: che sia praticato singolarmente (la scherma) o in gruppo (il rugby), che abbia o meno una mediazione strumentale (la lotta greco-romana, per esempio, non ce l'ha) e che tenga o meno separati i corpi degli atleti (nel volley lo sono, nella pallacanestro no). Il tennis, al quale quarant'anni fa Giorgio Gaber dedicò l'omonima canzone al vetriolo, è uno di quegli sport ultraelitari (come il golf, il surf, lo sci, l'equitazione) per i quali, come diceva lo stesso Gaber "per essere bravi […] non è che bisogna essere proprio imbecilli, però aiuta" (stavolta il riferimento è a Gli inutili). Così, da Nando Cicero a Woody Allen, non si contano le centinaia e centinaia di film che lo mettono in scena. Borg McEnroe, di Janus Metz Pedersen, infittisce la lista andando a raccontare la sfida, davvero epocale, tra Björn Borg, l'asso svedese che tra Grande Slam e Wimbledon aveva polverizzato tutti i precedenti record di vittorie, e l'astro nascente del tennis statunitense, John McEnroe. Il ghiaccio e la fiamma: amatissimo il primo, detestato a causa delle sue continue e clownesche intemperanze sul rettangolo di gioco il secondo. Il film si concentra sulla finale che li vide rivali per la prima volta a Wimbledon, nel 1980, dove Borg giunse con quattro titoli consecutivi. Incentrato prevalentemente sulla figura dello scandinavo, il lungometraggio di Pedersen ne racconta anche l'infanzia e l'adolescenza (e qui l'interprete è proprio uno dei figli di Borg), il rapporto quasi filiale stabilito col mentore Lennart Bergelin (Skårsgard), il radicale cambiamento di modalità espressive (da giovane Borg sembra fosse vulcanico e iracondo come McEnroe), ma anche se non soprattutto la solitudine. D'altronde, che il ragazzo che abbandonò il tennis a soli 26 anni non avesse tutti i venerdì in ordine lo dimostra il matrimonio che ebbe qualche anno più tardi con Loredana Bertè. Da allora, tanta cocaina, la bancarotta, la vendita all'asta dei suoi trofei ma anche l'amicizia proprio con McEnroe (i due si fronteggiarono 14 volte: 7 vittorie a testa), che, nel frattempo, si era dato una regolata.
Lento, tendenzialmente verboso ed estetizzante nella prima parte, il film decolla nella seconda, rendendo palpitante il momento clou della finale di Wimbledon, tutta giocata sul filo di un equilibrio assoluto tra i due contendenti e metafora efficacissima di uno sport elegantissimo, "per gentiluomini", che è l'emblema dell'individualismo più parossistico.    

martedì 7 novembre 2017

Going Clear: Scientology e la prigione della fede (Going Clear: Scientology and the Prison of Belief)

anno: 2015   
regia: GIBNEY, ALEX
genere: documentario
con Paul Haggis, Lawrence Wright, Marty Rathbun, Mike Rinder, Jason Beghe, Sylvia "Spanky" Taylor, Sarah Goldberg, Tom DeVocht, Monique Rathbun, Tony Ortega, Kim Masters    
location: Usa
voto: 5

Negli anni '50 del secolo scorso L. Ron Hubbard, un ex militare americano, un imbonitore con una massiccia predisposizione alla fandonia, scrisse un libro, Dianetics, nel quale enunciava i principi etici di quella che di lì a poco sarebbe diventata una vera e propria religione organizzata, o una setta, se si preferisce: la Chiesa di Scientology. Il ciarlatano prometteva il completo sviluppo psicoemotivo dell'uomo, il raggiungimento dello stato di "clear" (una sorta di veggenza che permette di mettere al proprio posto ciascun elemento della vita passata, senza pendenze psichiche ulteriori) a due condizioni da nulla: il versamento di somme ingentissime nelle casse della Chiesa - cioè nelle sue - e l'auditing. Quest'ultimo altro non è che una estorsione delle confidenze più intime degli adepti mascherata da "svuotamento interiore" (non sfuggiranno le somiglianze con la pratica della confessione nel cristianesimo…). Peccato che quelle stesse confessioni vengano poi usate per ricattare gli eventuali "disconnessi" o per tormentare le cosiddette "persone soppressive" coloro, cioè, che - essendo in contatto con qualche adepto di Scientology - mettono in aperta discussione i principi della Chiesa. A questa amenità pensate per foraggiare prima le tasche del fondatore e in seguito quelle del monarca che gli succedette, David Miscavige, si aggiunsero successivamente le violenze, le persecuzioni, la coartazione e le torture con la chiusura in quella specie di lager che è il "buco" nei confronti delle persone che intendevano lasciare la Chiesa.
Il documentario di Alex Gibney - al cui invito non hanno risposto né John Travolta né Tom Cruise, i due più noti esponenti di Scientology - è encomiabile per la scelta del soggetto e assai coraggioso ma ben al di sotto di altri prodotti dello stresso regista (Enron, Taxi to the dark side, Freakonomics, Mea Maxima Culpa) sul piano realizzativo: prolisso, quasi interamente affidato alle interviste dei fuoriusciti dalla Chiesa (tra questi, Paul Haggis), monocorde nel ritmo, il film sulle prigioni della fede richiede un considerevole sforzo di concentrazione per sottrarsi allo sbadiglio continuo, sebbene i sussulti, in quell'orgia di simboli neonazisti e in quella kermesse ipertrash che sono i raduni guidati da Miscavige, siano inevitabili.    

sabato 4 novembre 2017

Fuga di mezzanotte (Midnight express)

anno: 1978   
regia: PARKER, ALAN   
genere: drammatico   
con Brad Davis, Norbert Wiesser, Paul Smith, Randy Quaid, Irene Miracle, Mike Kellin, John Hurt, Bo Hopkins, Peter Heffrey, Michael Ensign, Franco Diogene, Paolo Bonacelli, Gigi Ballista    
location: Turchia
voto: 8   

Mamma li turchi. Il cesso alla turca. Fumare come un turco. Ci sarà pure un motivo se esistono queste locuzioni. Quando, agli inizi degli anni '80, vidi per la prima volta il pluripremiato film di Alan Parker al cinema, i miei pregiudizi sui turchi si radicarono. Già, perché Fuga di mezzanotte racconta la storia vera, per quanto romanzata, di Billy Hayes (Davis), giovane americano pizzicato nel 1970 a Istanbul con un ingente quantitativo di droga. Fermato e rinchiuso in galera dopo un processo sommario, gli venne rincarata la dose con un'aggiunta di pena che arrivò all'ergastolo. Erano i muscoli che la presidenza Sunay, in rotta di collisione con Nixon, cercava di mostrare rispetto all'impegno contro la droga, la via per conquistarsi credibilità sul piano internazionale. La vicenda di Billy divenne il pomo della discordia tra Stati Uniti e Turchia, costando anni di durissimo carcere al protagonista, tra soprusi di ogni genere, sodomia coatta, coltellate nel sedere (la famigerata "vendetta turca"), violenze.
Parker affida il ruolo di protagonista al giovane e sconosciuto attore esordiente Brad Davis (morto poco più che quarantenne di Aids dopo una carriera trascurabile), poco adatto al phisique du role, mentre il copione di Oliver Stone non fa sconti allo spettatore, spinge sul pedale della violenza ed esaspera in senso manicheo la vicenda originale, dipingendo i turchi come elementi di un popolo infido, reazionario, sanguinario e brutale. Ma a distanza di anni il film tiene grazie alla sua vis polemica, a un buon ritmo e a un motivo d'interesse non del tutto secondario: quello di annoverare un cast in parte Italiano (Franco Diogene, Gigi Ballista, Paolo Bonacelli), dovuto al fatto che le riprese vennero realizzate a Malta, per evitare noie diplomatiche.

lunedì 30 ottobre 2017

Mistero a Crooked House (Crooked House)

anno: 2017       
regia: PAQUET-BRENNER, GILLES 
genere: giallo 
con Glenn Close, Terence Stamp, Max Irons, Gillian Anderson, Christina Hendricks, Stefanie Martini, Julian Sands, Amanda Abbington, Christian Mckay, Honor Kneafsey, Roger Ashton-Griffiths, John Heffernan, Preston Nyman, Andreas Karras, Gino Picciano, Jacob Fortune-Lloyd, David Kirkbride, Petros L. Ioannou, Tina Gray, Jenny Galloway, David Cann    
location: Egitto, Regno Unito
voto: 3 

Inghilterra, anni Cinquanta. L'anziano magnate Aristide Leonides (Picciano) viene trovato morto nella sua faraonica residenza, nella quale vivono come parassiti la sua seconda, giovane moglie (la giunonica Christina Hendricks), i due figli con le rispettive consorti, tre nipoti, una governante e una cognata malaticcia e avanti con gli anni (Close). La più grande delle nipoti (Martini), che in seguito a un accertamento si scoprirà essere l'unica erede dell'enorme patrimonio del tycoon, ingaggia un ispettore di Scotland Yard (lo scialbo Max Irons) col quale, tempo prima, aveva avuto una breve relazione a Il Cairo. Il giovane investigatore, come da protocollo, interroga tutti, scoprendo che ognuno di loro aveva una potenziale buona ragione per assassinare l'anziano plutocrate.
Tratto da quello che Agatha Christie considera il suo romanzo giallo migliore, il film di Gilles Paquet-Brenner (La chiave di Sara, Dark places), ci propone i topoi consolidati dello stile narrativo dell'autrice: spargimento a pioggia dei sospettati, omertà, cospirazione. L'insieme viene confezionato in una veste elegante, con scenografie sontuose in ambienti damascati, ma senza alcun guizzo, piatta e verbosa fino all'esasperazione, con una brusca agnizione che arriva su un finale che cambia improvvisamente di ritmo.    

venerdì 27 ottobre 2017

La ragazza nella nebbia

anno: 2017       
regia: CARRISI, DONATO   
genere: giallo   
con Toni Servillo, Alessio Boni, Lorenzo Richelmy, Galatea Ranzi, Michela Cescon, Lucrezia Guidone, Daniela Piazza, Ekaterina Buscemi, Thierry Toscan, Jacopo Olmo Antinori, Marina Occhionero, Sabrina Martina, Antonio Gerardi, Greta Scacchi, Jean Reno    
location: Italia
voto: 6,5   

Nel paesino di Avechot, in mezzo alle Alpi, l'ispettore Vogel (Servillo) si presenta nel mezzo della notte al cospetto di uno psichiatra (Reno). C'era nebbia, ha avuto un incidente ma dice di non ricordare nulla. Dietro c'è una complessa storia - raccontata anche con lunghi flashback - che parte dalla sparizione di una quindicenne dalla comunità montana, passa per la congregazione religiosa che rende omertoso l'intero paese e arriva a un professore (Boni) stabilitosi lì da poco con la famiglia, l'unico a finire sul banco degli imputati.
Tratto - come recitano con magniloquenza i titoli di coda - dal best seller "internazionale" di Donato Carrisi, La ragazza nella nebbia viene portato sul grande schermo dallo stesso autore, il quale dimostra ampie capacità narrative e di sapere dare una cospicua dose di suspense al racconto. Il tema è quello della vanità, mescidato in chiave di apologo con quello della dialettica tra apparenza e realtà con riflessioni non banali. I problemi sono due: la sceneggiatura, arzigogolata in maniera compiaciuta e capace di arrivare a un finale davvero deludente e, ancor di più, la direzione degli attori: Toni Servillo continua a fare Toni Servillo in qualsiasi film, gli altri sono diretti con mano da mestierante e solo Alessio Boni ci mette un po' di impegno, insieme a Jean Reno che recita nel nostro idioma in presa diretta.