sabato 26 maggio 2018

Anonymous - L'esercito degli hacktivisti (We Are Legion: The Story of the Hacktivists)

anno: 2012   
regia: KNAPPENBERGER, BRIAN    
genere: documentario    
con Anon2World, Anonyops, Julian Assange, Aaron Barr, Barrett Brown, Adrian Chen, Stanley Cohen, Gabriella Coleman, Joshua Corman, Josh Covelli, Peter Fein, Mercedes Haefer, Homocarnula, Gregg Housh, Tim Hwang, Jericho, Steven Levy, Brian Mettenbrink, Quinn Norton, Ryan Singel, Richard Thieme, Vendetta, Mike Vitale, Mike Vitale, Chris Wysopal, Commander X, Commander X., Grandmaster Ratté, Deth Veggie    
location: Usa
voto: 6    

La questione è sempre la stessa: basta fare un documentario che tratti un tema di straordinario interesse per poter dire che si tratta di un lavoro con i fiocchi? Oggi non più. Guardando il grafico riportato di seguito, nel quale in ordinata si trovano le percentuali di documentari che hanno fatto ingresso nelle sale italiane nel sessantennio 1954-2014 sul totale dei film distribuiti dagli esercenti, si vede che c'è stato un balzo notevolissimo a partire grosso modo dal 2005. È dunque legittimo aspettarsi che la qualità dei documentari oggi vada oltre un prodotto genericamente televisivo, puntando su un linguaggio più variopinto e accattivante. Meta che non raggiunge questo Anonymous, firmato da Brian Knappenberger, opera per lo più affidata alle testimonianze - alcune a volto scoperto, altre no - degli hacktivisti finiti in carcere o in attesa di processo per avere colpito bersagli come Paypal, Scientology, Mastercard e altri grossi nomi del potere politico-finanziario americano. Già, gli hacktivisti: crasi tra hacker e attivisti, persone - spesso dei veri e propri nerd - capaci di fare andare in crash siti collaudatissimi per manifestare il loro dissenso da casa, dove magari vivono ancora con i genitori, ma all'occorrenza di riunirsi in piazza con la maschera di Guy Fawkes di V per vendetta. Il documentario ricostruisce le loro sacrosante scorribande informatiche, fornendo allo spettatore meno attrezzato le coordinate per capire il concetto di meme o il rovesciamento della logica di social network con casi come quello di 4chan. Paladini del software libero, i ragazzi di Anonymous sono stati gli artefici degli attacchi alla Sony, i fiancheggiatori delle battaglie per Wikileaks e la primavera araba, azioni pagate a prezzo altissimo, con condanne spropositate.
Tutto molto bello, direbbe Pizzul, ma qui non siamo in televisione. Sarà stato il budget, sarà stata la difficoltà a reperire materiali e ad ottenere contatti, fatto stato che Anonymous parla un linguaggio filmico elementare, che va a detrimento della solidità dei contenuti. Un lavoro comunque meritorio.    


mercoledì 23 maggio 2018

Il dubbio - Un caso di coscienza (Bedoone Tarikh, Bedoone Emza)

anno: 2017       
regia: JALILVAND, VAHID    
genere: drammatico    
con Amir Aghaee, Zakieh Behbahani, Saeed Dakh, Navid Mohammadzadeh, Alireza Ostadi    
location: Iran
voto: 7    

Un medico (Aghaee) urta accidentalmente una moto sulla quale viaggia una coppia con i suoi due figli. L'uomo si ferma per soccorrerli, si accerta scrupolosamente che il maggiore dei due bambini, che lamenta male alla testa, sia in buone condizioni e insiste affinché la famiglia si rechi nel più vicino ospedale. Sordi alle esortazioni del medico, i due genitori si trovano il giorno seguente con un figlio in meno. Il medico crede di avere una responsabilità nella morte del piccolo, ma l'accertamento autoptico rivela che la causa è un'altra: il bambino è morto per botulismo dopo avere mangiato carne avariata ed avere avuto dolori per quasi una settimana. Il padre (Behbahani) non riesce a capacitarsene, cerca e trova vendetta con chi gli ha venduto quella carne. Ma il medico ancora non è convinto che la vera causa della morte sia quella e chiede una riesumazione del cadavere.
Il dubbio si inscrive di diritto sul solco di film come Melbourne e Il cliente, opere che pongono questioni etiche incastonate in un ambiente narrativo impeccabile, con sceneggiature robustissime. È la cifra del nuovo cinema iraniano, costretto ad aguzzare l'ingegno per oltrepassare i limiti di un regime che non gradisce il realismo da strada, confinando i racconti quasi interamente all'interno di spazi chiusi (qui case, ospedali e l'interno di una fabbrica, mentre l'unica scena in esterni è girata di notte), nei quali si sprigionano tutti i dilemmi dell'animo umano.
Premio 'Orizzonti' per la migliore regia, premio 'Orizzonti' per la miglior interpretazione maschile a Navid Mohammadzadeh alla 74esima mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2017).    

martedì 22 maggio 2018

Loro 2

anno: 2018       
regia: SORRENTINO, PAOLO    
genere: biografico    
con Toni Servillo, Elena Sofia Ricci, Riccardo Scamarcio, Kasia Smutniak, Euridice Axen, Fabrizio Bentivoglio, Roberto De Francesco, Dario Cantarelli, Anna Bonaiuto, Giovanni Esposito, Ugo Pagliai, Ricky Memphis, Lorenzo Gioielli, Alice Pagani, Caroline Tillette, Elena Cotta, Iaia Forte, Duccio Camerini, Yann Gael, Mattia Sbragia, Max Tortora, Milvia Marigliano, Michela Cescon, Roberto Herlitzka    
location: Italia
voto: 8    

Loro due sono Silvio (Servillo) e Veronica (Ricci), esasperata dai bunga bunga, dalle olgettine e dalle minorenni che hanno trasformato l'ex presidente del consiglio nello zimbello di mezza Europa. Loro due sono Silvio e Mariano Apicella (Esposito), che lo accompagna con la chitarra in una delle tante esibizioni ombelicali davanti a un pubblico di adulatori. Loro due sono Silvio ed Ennio Doris, suo doppio, fondatore di Mediolanum, colui che lo convince a tornare alla presidenza del consiglio con la mossa del cavallo, portando sei senatori dalla sua parte per far cadere il governo di centrosinistra. Loro due sono Silvio e Fedele Confalonieri (Sbragia), presidente Mediaset. Loro due sono Silvio e Mike Bongiorno (Pagliai), silurato senza preavviso dalle reti del Cavaliere. Loro due sono Silvio e l'unica ragazza (Pagani) che, alle cene "eleganti" - tutte culi e tette - resiste al vecchio sottaniere, dicendogli pure che "ha l'alito di suo nonno". Loro due sono Silvio e una casalinga (Marigliano), scelta a caso sulle Pagine Bianche, alla quale l'imbonitore più abile d'Italia dimostra di essere ancora il numero uno. Loro due sono Silvio e una anziana signora che ha perso la dentiera in occasione del terremoto de L'Aquila, dove da presidente del consiglio il leader della Casa delle Libertà entra trionfalisticamente, sventagliando promesse a gogo.
Vedendo Loro 2, nel quale il gioco delle parti si faccia più scoperto rispetto al capitolo che lo precede, viene il sospetto che il numerale del titolo non sia solo l'elemento necessario a distinguere in due parti un film altrimenti soprammisura, bensì il sottotesto programmatico di un'opera che, a differenza del primo capitolo, è congegnata proprio su una serie di scene a due che avrebbero potuto essere montate e smontate in qualsiasi altro modo. Proprio qui sta il pregio e il difetto maggiore del film: da un lato, questi quadretti diadici offrono a Servillo l'occasione per una interpretazione di impressionante ricchezza espressiva, monumentale; dall'altra fanno perdere il senso di un insieme compiuto, coerente, dando invece l'impressione di un collage nel quale Sorrentino sembra più preoccupato a costruire scene memorabili per qualità dei dialoghi e dell'immagine (dietro la macchina da presa c'è sempre Bigazzi, una garanzia) che non dal dare continuità al racconto. Il ritratto del suo Berlusconi - concentrato su un arco temporale che sta tra il 2007 e il 2009 - è comunque quello di una popstar del tutto impermeabile all'opinione altrui, narciso, solipsista, immancabilmente bugiardo e imbroglione, erotomane più per esercizio di potere che per vis testosteronica. Un ritratto pungente, scontornato in ambienti lussuosissimi, popolati da mignotte e lacchè, nei quali si danno spettacoli ultratrash che il regista sfrutta per staccare con coreografie di grande impatto visivo, dimostrando un talento talmente fuori misura da fargli perdere il controllo del racconto. Un racconto che nelle schermaglie verbali più possenti viene rubricato a bigino didascalico sul percorso politico e umano dell'uomo che ha avvelenato il sistema di valori di un intero paese.    

domenica 20 maggio 2018

Dogman

anno: 2018       
regia: GARRONE, MATTEO    
genere: drammatico    
con Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Calabria, Gianluca Gobbi    
location: Italia
voto: 8,5    

Parte da un macabro fatto di cronaca accaduto a Roma alla fine degli anni Ottanta questo Dogman di Matteo Garrone, ennesima prova di un talento registico straordinario. La vicenda alla quale si ispira il film è quella che coinvolse Pietro De Negri, il cosiddetto "canaro della Magliana", l'uomo che - vessato per anni dall'amico Giancarlo Ricci, pugile dilettante - lo fece a pezzi nel suo negozio di toelettatura per cani. Nella finzione, lo scenario si sposta dalla capitale al Villaggio Coppola, zona Castel Volturno, esempio icastico di abusivismo edilizio e degrado ambientale. Qui Marcello (Fonte), padre separato ma amorevole di una bambina che adora, vive un'esistenza relativamente tranquilla, ama moltissimo i cani, ha amicizie consolidate - tra pranzi di gruppo e partite a calcetto - e arrotonda con qualche traffico illecito di cocaina, con la quale, all'occorrenza, si incipria il naso. La vera iattura della sua vita è Simoncino (Pesce), essere rude e violentissimo, inviso all'intera comunità locale, ma che tuttavia tiene Marcello sotto una pressione continua, epitomizzata da un contrasto corporeo e muscolare evidentissimo. A causa di Simone, Marcello finirà anche in galera, per poi meditare un'atroce vendetta.
Garrone ci regala l'ennesimo gioiello con questo film meditato a lungo (una dozzina d'anni, racconta il regista), un'opera nerissima, cupa, che ci riporta a quel cinema dei corpi (Primo amore, L'imbalsamatore, Gomorra, ma anche Il racconto dei racconti) che è la cifra stilistica primaria del cineasta romano: un corpo - quello di Marcello Fonte, un passato remoto da baraccato e un passato prossimo da custode di uno stabile, faccia pasoliniana e corporatura minuta - capace di esprimere quel desiderio di stare al mondo con mitezza, sbarcando il lunario come può, ma sui binari di una costante bontà d'animo, che tocca il suo apice espressivo nella scena in cui si adopera per salvare un chihuahua finito in freezer. Se Fonte - insignito a Cannes della Palma d'oro come miglior interprete - "è" il film tout court, il suo comprimario Edoardo Pesce (già straordinario in Tommaso, Il ministro e Fortunata) si ritaglia uno spazio potente, devastante, che non risparmia allo spettatore momenti crudissimi anche quando la violenza rimane fuori campo. Entrambi attori straordinari a servizio di un'opera che si inscrive in quel realismo delle periferie che fin dagli esordi (Terra di mezzo, Ospiti, L'imbalsamatore, ambientato anch'esso a Castel Volturno) è un topos frequentissimo del cinema di Garrone, tra i pochi registi italiani capaci di respiro internazionale, con le sue storie che - pur guardando a una realtà locale - sanno essere universali.    

Nico, 1988

anno: 2017       
regia: NICCHIARELLI, SUSANNA    
genere: biografico    
con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca, Sandor Funtek II, Thomas Trabacchi, Karina Fernandez, Calvin Demba    
location: Italia, Belgio
voto: 1,5    

Nico (Dyrholm), al secolo Christa Päffgen, fu una bellissima ragazza tedesca nota più per i suoi flirt (tra cui quello con Alain Delon) e per la sua frequentazione della Factory di Andy Warhol che per il suo scarsissimo talento musicale. Susanna Nicchiarelli (Cosmonauta, La scoperta dell'alba) conferma la sua estraneità alle basi minime del cinema costruendole addosso un biopic anomalo che si concentra sugli ultimi tre anni di vita della ex-modella nonché cantante dei Velvet Underground. Lo fa attraverso un racconto completamente destrutturato in vaga forma di road movie, dal quale emergono la perseveranza nell'uso e nell'abuso dell'eroina, il tentativo di un'impossibile carriera solista - tra locali di quart'ordine semideserti e band di supporto formate da dilettanti -, la recalcitranza alle "solite" interviste nelle quali le veniva fatta sempre la stessa domanda a proposito del suo passato con i Velvet Underground e il difficile rapporto con il figlio (Funtek), affidato ai nonni a soli 4 anni.
Con un budget ridottissimo e ancora meno idee, la Nicchiarelli confeziona un film di estenuante lentezza, inutilmente verboso, con inquadrature fisse e luci piatte, scardinando i crismi consueti del film biografico ma riuscendo a non appassionarci al personaggio neppure per un minuto a dispetto della bravura della protagonista, la danese Trine Dyrholm, vista nei film di Susanne Bier e Thomas Vinterberg. L'unica nota di merito sono i riadattamenti sonori di Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo e le interpretazioni della stessa Dyrholm, simili all'originale in maniera impressionante.
Dimenticavo: Nico morì a soli 49 anni, cadendo dalla bicicletta.    

martedì 15 maggio 2018

Aldo Moro. Il professore

anno: 2018       
regia: MICCICHE', FRANCESCO    
genere: biografico    
con Sergio Castellitto, Valentina Romani, Andrea Arcangeli, Sara Cardinaletti, Filippo Tirabassi, Pierluigi Corallo    
location: Italia
voto: 4    

Quale abisso c'è tra il Gaber che nel 1980 cantava "Io se fossi Dio, quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio, c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana è il responsabile maggiore di trent'anni di cancrena italiana" e il santino andato in onda sulla rete ammiraglia della Rai, a 40 anni esatti dall'assassinio dello statista da parte delle BR. Il film di Micciché che ne traccia il meno noto contorno accademico è un prodotto televisivo di docu-fiction nel quale si alternano immagini di repertorio e testimonianze con ricostruzioni di finzione. Se le prime, affidate a quattro ex studenti universitari di Aldo Moro - professore di diritto alla Sapienza - hanno una loro ragione profonda e inedita, le seconde sono a dir poco imbarazzanti. Quattro attori senza arte né parte a giocare il ruolo dei prediletti dal Professor Moro. Tra essi spicca la studentessa antagonista di Lotta Continua (Valentina Romani, che si produce in una recitazione convulsa inascoltabile oltre che inguardabile), che si lascia sedurre dai modi del suo mentore. Il quale, in questo quadretto idilliaco, viene ritratto come un uomo misurato, benevolo, comprensivo, sempre disponibile, persino capace di arrangiare un pranzo per gli studenti che gli fanno un'improvvisata nella sua residenza di Terracina. Inesistente nel racconto di finzione, ma anche discutibilissimo su quello della ricostruzione storica, il film non aggiunge nulla a chi abbia scartabellato un po' di documentazione sul tema (il coinvolgimento dei servizi segreti deviati, della Banda della Magliana, dello I.O.R. o le lettere dal carcere brigatista sono ormai patrimonio comune). Tuttavia, esso cerca una propria prospettiva enfatizzando - nel rapimento del leader democristiano - la colpa di Moro di essersi macchiato con l'idea del compromesso storico, che dispiacque tanto alla sinistra eversiva quanto ai pasdaran della D.C. più conservatrice.
Unica vera nota di merito di questa docu-fiction televisiva sono le immagini di repertorio della zona Belsito-Balduina, base temporanea dei sequestratori, ancora lontana dall'essere sopraffatta dalle automobili. Quanta nostalgia.