domenica 12 marzo 2017

Lo Stato contro Fritz Bauer (Der Staat gegen Fritz Bauer)

anno: 2015   
regia: KRAUME, LARS
genere: storico
con Burghart Klaussner, Ronald Zehrfeld, Sebastian Blomberg, Jörg Schüttauf, Lilith Stangenberg, Laura Tonke, Michael Schenk, Cornelia Gröschel, Robert Atzorn, Stefan Gebelhoff, Dani Levy, Paulus Manker, Götz Schubert, Gabriele Schulze, Pierre Shrady, Matthias Weidenhöfer, Nikolai Will, Rüdiger Klink, Fritz Bauer, Konrad Adenauer, David Ben-Gurion    
location: Argentina, Germania, Israele
voto: 8

Fritz Bauer (Klaussner), ebreo dalle tendenze omosessuali latenti, è un procuratore generale tedesco che sta indagando sugli ex-nazisti che hanno trovato riparo all'estero dopo la seconda Guerra Mondiale. Sa che Adolf Heichmann (Schenk), il responsabile delle deportazioni di 6 milioni di ebrei nei lager, si trova sotto falsa identità in Argentina. Pur di catturarlo - e trovando infiorite resistenze nel suo stesso ufficio dove in molti gli remano contro per via di loschi interessi personali e per una imperitura connivenza tra politica ed ex nazisti - è disposto a prendere accordi sottobanco con il Mossad, trovando dalla sua parte solo il giovane procuratore Angermann (Zehrfeld).
Affidato alla ricchissima espressività di Burghart Klaussner, che come interprete si è dimostrato uno specialista del genere a carattere storico (Il nastro bianco, Treno di notte per Lisbona, Diplomacy, Il ponte delle spie), Lo stato contro Fritz Bauer ricostruisce la difficile vicenda personale di questo cacciatore di nazisti fuori dagli schemi, figura dimessa eppure gigantesca, uomo determinatissimo e tutto d'un pezzo, con uno stile classico e una regia un po' inamidata ma assai efficace nel restituirci un importantissimo pezzo della storia del Novecento.    

venerdì 10 marzo 2017

The Captive - Scomparsa (Captives)

anno: 2014   
regia: EGOYAN, ATOM
genere: thriller
con Ryan Reynolds, Rosario Dawson, Mireille Enos, Scott Speedman, Kevin Durand, Alexia Fast, Peyton Kennedy, Bruce Greenwood, Brendan Gall, Aaron Poole, Jason Blicker, Aidan Shipley, Ian Matthews, Christine Horne, William MacDonald, Ella Ballentine, Samantha Michelle, Wayne Johnson    
location: Canada
voto: 6,5

Tra le nevi del Canada, una bambina di 10 anni sparisce, rapita nei pochi minuti durante i quali il suo papà (Reynolds) è sceso dall'auto per comprarle un dolce. L'uomo non si dà per vinto, la sezione investigativa affidata a Nicole Dunlop (Dawson) e al suo socio Jeffrey Cornwall (Speedman) sembra non credergli e anzi peggiora le cose e anche la moglie (Enos) gli rema contro. Lui, con eccezionale pertinacia, continua a credere di poter ritrovare la figlia, presumibilmente finita in una rete di pedofili.
Uno dei lavori più riusciti nella mediocre filmografia dell'egiziano Atom Egoyan  (Il dolce domani, Il viaggio di Felicia, False verità, Chloe, Devil's Knot) si dipana su un andirivieni di flashback e flashforward che, pur scompaginando inutilmente il tessuto narrativo, riesce comunque a tenere alta la tensione. Peccato che il ruolo di protagonista non sia stato affidato a qualcuno con lo sguardo che buca, bensì a quello stoccafisso di Ryan Reynolds, attore specializzato in film di serie Z e già pessimo in Buried.    

mercoledì 8 marzo 2017

Il cliente (Forushande)

anno: 2016       
regia: FARHADI, ASGHAR 
genere: giallo 
con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajjadihosseini, Mina Sadati, Maral Bani Adam, Mehdi Kooshki, Emad Emami, Shirin Aghakashi, Mojtaba Pirzadeh, Sahra Asadollahe, Sam Valipour, Ehteram Boroumand    
location: Francia, Iran
voto: 9 

Mai (o quasi) premio Oscar fu più strameritato: al suo sesto film (il quarto che arriva in Italia), il regista iraniano Asghar Farhadi confeziona una sceneggiatura impeccabile (altro premio, quello preso a Cannes) in una chiave da melodramma a tinte gialle. Siamo a Teheran. Emad (Hosseini) e Rana (Alidoosti) sono una coppia affiatata. Lui si divide tra l'insegnamento e il palcoscenico, dove, insieme a sua moglie, sta provando la Morte di un commesso viaggiatore di Miller. La casa dove abitano rischia il crollo e loro trovano posto nell'abitazione di un anziano compagno di teatro (Karimi). Il fattaccio arriva quando Rana, lasciata incautamente la porta di casa aperta in attesa del ritorno di Emad, viene aggredita da uno sconosciuto, capitato lì nella convinzione di poter trovare nell'appartamento  la precedente inquilina, una prostituta. Emad ritrova un furgoncino e oggetti lasciati dall'aggressore e si mette alla sua ricerca.
Farhadi recupera le tematiche dei suoi film precedenti, quella del rischio separazione per divergenze etiche (Una separazione) e quella della ricerca ossessiva della verità (Il passato), riproponendole in una chiave narrativa a orologeria degna del miglior Hitchcock. Ad accompagnare lo straordinario climax narrativo in salsa minimalista c'è il continuo gioco di rimandi tra ribalta (quella teatrale) e retroscena (quella della vita privata), nel quale l'una prende il posto dell'altra, e viceversa. In più, il plot si dipana su una serie di bivi - con altrettanti colpi di scena - che obbligano il protagonista (anche lui premiato a Cannes per la sua strepitosa interpretazione) e sua moglie ad altrettante scelte con inevitabili ricadute sulla loro vicenda umana. Un imperdibile apologo laico sul tema del perdono.    

lunedì 6 marzo 2017

Il figlio di Saul (Saul fia)

anno: 2015       
regia: NEMES, LASZLO   
genere: drammatico   
con Géza Röhrig, Levente Molnár, Urs Rechn, Todd Charmont, Marcin Czarnik, Sándor Zsótér, Jerzy Walczak, Uwe Lauer, Christian Harting, Kamil Dobrowolski, Amitai Kedar, István Pion, Levente Orbán, Juli Jakab    
location: Polonia
voto: 5   

L'olocausto come non lo avete mai visto: da dietro le spalle, segnate da una vistosissima X rossa, di Saul (interpretato dal poeta ungherese Géza Röhrig), kapò nel 1944 all'interno del lager di Auschwitz, al servizio dei nazisti, tra berci continui e indistinguibili, corpi nudi trattati come fossero carne da macello, urla agghiaccianti di chi viene rinchiuso nelle camere a gas e tenta miseramente di far sentire la propria disperazione. In mezzo a questo mattatoio, Saul, con un'unica, attonita espressione,  ha un solo scopo: trovare un rabbino che possa dare sepoltura a suo figlio, onorandolo secondo la liturgia ebraica.
Laszlo Nemes, di cui Il figlio di Saul è il primo film ad arrivare nel nostro paese, racconta il dramma della Shoah dal punto di vista degli ebrei ungheresi, proponendo allo spettatore una visione quasi tutta "di nuca" (quella del protagonista), una variante dell'estetica del POV che trasforma la mostruosità del campo di sterminio in pornografia iperrealista, con lunghissimi pianisequenza e un'attenzione totale al piano stilistico (con formato 1:37), col risultato di far sembrare il film uno sterile esercizio di stile in chiave sperimentale, fine a sé stesso, rispetto a uno spunto - quello della pervicacia con cui il protagonista sta tanto alle regole del gioco del Sonderkommando, quanto a quelle della sua religione - che è l'unico rivolo narrativo di un'opera che punta tutto sulla stimolazione dell'immaginazione dello spettatore e nella quale, quasi per paradosso, i suoni finiscono per contare assai più delle immagini. Ciao.

mercoledì 1 marzo 2017

I Don't Feel at Home in This World Anymore

anno: 2017       
regia: BLAIR, MACON   
genere: grottesco   
con Melanie Lynskey, Elijah Wood, David Yow, Jane Levy, Devon Graye, Christine Woods, Robert Longstreet, Gary Anthony Williams    
location: Usa
voto: 5  

Ruth (Lynskey) è una tranquilla e paciosa infermiera che vive nella provincia americana. Il giorno in cui le svaligiano casa, posta davanti alla refrattarietà della Polizia a occuparsi del caso, decide di andarsi a cercare il computer portatile che le hanno rubato facendosi accompagnare da un suo strambo vicino (Wood). I due si troveranno di fronte e una fauna umana bislacca e violenta, tra ricettatori, ladri e rapinatori, consumando quasi involontariamente la loro vendetta gentile.
Uno dei tanti prodotti Netflix che vengono proposti come alternative al cinema in sala, questa commedia nera di Macon Blair - che strizza l'occhio ai fratelli Coen - non è altro che un dramma grottesco con derive splatter, dialoghi inascoltabili, recitazione sotto il livello di guardia ed effetti speciali risibili. Prodotto paratelevisivo per prodotto televisivo, uno lo guarda giusto per ammazzare il tempo, in attesa di lasciarsi catturare l'attenzione dalla seconda serie di Gomorra, che sta lì che aspetta da mesi…    

lunedì 27 febbraio 2017

Moonlight

anno: 2016       
regia: JENKINS, BARRY   
genere: drammatico   
con Alex R. Hibbert, Ashton Sanders, Trevante Rhodes, Mahershala Ali (Mahershalalhashbaz Ali), Naomie Harris, Janelle Monáe, André Holland, Jharrel Jerome, Jaden Piner, Larry Anderson, Herveline Moncion, Don Seward, Patrick Decile, Tanisha Cidel, Shariff Earp, Duan'Sandy' Sanderson, Stephon Bron, Edson Jean, Fransley Hyppolite, Rudi Goblen    
location: Usa
voto: 4   

Con il terzo mistero di Fatima, la scomparsa di Atlantide, i geroglifici di Nazca e le girandole delle relazioni amorose, l'assegnazione dell'Oscar a Moonlight è uno dei grandi misteri della storia dell'umanità. La spiegazione più plausibile è che l'establishment hollywoodiano abbia voluto mandare un messaggio chiaro e forte a Trump in merito alle sue misure sull'immigrazione e la discriminazione. Senza nulla togliere alla rilevanza etica e politico-sociale del tema trattato nel film - la discriminazione su base sessuale - il film di Barry Jenkins (tratto dalla pièce teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue, scritto da Tarell Alvin McCraney) è un bigino che in tre capitoli - infanzia, adolescenza ed età adulta - inanella tutte le disgrazie che possano capitare a un ragazzino di nome Chiron: suo padre non esiste, sua madre è una prostituta tossica che riceve clienti in casa, a scuola i suoi amici non si fanno scrupolo a fare i bulli con lui, il suo mentore è uno spacciatore nero dal cuore d'oro (Ali: un Oscar anche per lui come miglior attore non protagonista). Ovviamente Chiron vive in una stamberga, è nero e omosessuale. Un'omosessualità inespressa, la sua, captata con chissà quale strumento dai rabdomanti della discriminazione sessuale ed elemento giocato in sordina da un film oleografico con tentazioni autoriali da immaginario queer, ma dal ritmo monocorde e carico di un sentimentalismo precotto che non si preoccupa neppure di controllare gli aspetti formali, a cominciare dalla scelta dei tre che impersonano il protagonista.