mercoledì 31 maggio 2017

Cuori puri

anno: 2017       
regia: DE PAOLIS, ROBERTO  
genere: drammatico  
con Simone Liberati, Selene Caramazza, Barbora Bobulova, Stefano Fresi, Edoardo Pesce, Antonella Attili, Federico Pacifici, Isabella Delle Monache    
location: Italia
voto: 7  

Storia di un amore impossibile, quello ambientato a Tor Sapienza, degradata periferia est di Roma, tra Stefano (interpretato dall'ottimo Simone Liberati) e Agnese (Caramazza). Lui ha un passato di violenza ed espedienti, due genitori in perenne bolletta costretti a vivere in roulotte e fa il custode in un parcheggio che confina con un campo rom. Lei è una diciottenne che vive sola con la madre (Bobulova), una fanatica cattolica che le promettere di arrivare vergine al matrimonio. I due ragazzi si conoscono in una circostanza drammatica, si frequentano e lui per amore si fa licenziare ben due volte, tornando alla vita reietta di prima.
L'esordio dietro la macchina da presa di Roberto De Paolis, classe 1980, richiama immediatamente alla memoria l'espediente narrativo de La ragazza del mondo, pur guardando alle ambientazioni di Caligari e, nell'uso nervoso della macchina da presa, al cinema dei Dardenne. Ma rispetto al film di Danieli c'è una differenza cruciale: qui i personaggi sono assai più credibili, rotondi, con meno eccessi in positivo o in negativo. E il gioco di specchi di valori e comportamenti funziona in maniera più efficace: la purezza solo formale della ragazza svapora nella delazione e nell'incapacità di affrontare l'ipercontrollo tetragono di una madre terribile, mentre Stefano mostra davvero una inusitata purezza di cuore, tanto quando si tratta di allungare una dose di droga a un dodicenne, sia quando avrebbe l'occasione per pestare un incolpevole rom, accusato di uno stupro che non ha commesso.    

sabato 27 maggio 2017

I peggiori

anno: 2017       
regia: ALFIERI, VINCENZO
genere: commedia
con Lino Guanciale, Vincenzo Alfieri, Miriam Candurro, Biagio Izzo, Antonella Attili, Tommaso Ragno, Sara Tancredi, Ernesto Mahieux , Francesco Paolantoni, Maria Pia Calzone    
location: Italia
voto: 1,5

Se qualcuno avesse il numero di telefono di Elisa Grando, per favore: me lo faccia avere. Non vedo l'ora di poterla invitare a cena per metterle un intero flacone di Guttalax nel vino e ripagarla per aver assegnato il "colpo di fulmine del mese" a I peggiori sul mensile Ciak, che solo un immarcescibile istinto masochista mi spinge ancora ad acquistare. Il ricorso al potentissimo evacuatore intestinale potrebbe essere un espediente per farmi le risate che non mi sono potuto permettere con questo pessimo film d'esordio di Vincenzo Alfieri, attore cinematograficamente sottodotato, a cui ho volontariamente regalato parte dei 6 euro e 50 spesi al cinema. L'attore-regista salernitano, usurpatore dell'uno come dell'altro titolo, lo si era visto in film seminali come Niente può fermarci e Manuale d'amore 3, nel cui cast figurava anche De Niro: sarà per questo che il ragazzotto 31enne e azzimato si è montato la testa, scimmiottando l'epica di Lo chiamavano Jeeg Robot e rubacchiando lo spunto di fondo di Smetto quando voglio, con tanto di annuncio di un sequel che non vedrò neppure sotto tortura.
La trama è questa: due fratelli economicamente malmessi (uno è un avvocato sottopagato, l'altro un operaio edile che da tre mesi non vede la busta paga), abbandonati dalla madre pluriindagata (Calzone) insieme a quella linguacciuta della sorellina tredicenne, si trasformano in giustizieri improvvisati ai quali, in un crescendo di operazioni ad altissimo impatto sui social network, segue quella più ambiziosa di tutte: mettere pubblicamente alla berlina una palazzinara senza scrupoli (Attili), alla quale uno zelante commissario di polizia (Izzo) sta dando la caccia da anni.
Tra dialoghi imbarazzanti, recitazione sotto il livello di guardia, musiche tonitruanti e una fastidiosa estetica da videoclip spinta al parossismo, Alfieri e il suo entourage riescono tuttavia a tenere fede al titolo del film, dimostrando di essere davvero i peggiori sulla piazza. In mezzo a tanta risma acefala, il collezionatore di cinepanettoni Biagio Izzo ne esce con tanto di medaglia mentre è un peccato che Alessandro Aronadio, presente in sala negli stessi giorni con il notevole Orecchie, abbia apposto la sua firma tra quella degli sceneggiatori.    

giovedì 25 maggio 2017

Oggi insieme domani anche

anno: 2015       
regia: DE LILLO, ANTONIETTA  
genere: documentario  
location: Italia
voto: 6  


Da regista di film grotteschi e poco convenzionali, prossimi alla poetica di altri registi partenopei come Pappi Corsicato e Mario Martone, dalla metà degli anni Zero Antonietta De Lillo si è trasformata in una documentarista dallo sguardo intimista, capace di raccontare - attraverso il ricorrente espediente del film partecipato - tanto le diverse sfumature di un grande classico dell'ethos italico, quello del pranzo di Natale, quanto le vicissitudini di una poetessa controversa come Alda Merini (La pazza della porta accanto). In questo Oggi insieme, domani anche, troviamo l'ennesima variazione sul tema dei Comizi d'amore di pasoliniana memoria, di cui esistono già almeno due aggiornamenti alle epoche successive (La stagione dell'amore di Antonio Scurati e L'amore e basta di Stefano Consiglio), parenti strettissimi del capostipite, nonché un lontano parente fuori dal gregge come N-Capace di Eleonora Danco.
Ricorrendo a un'operazione di remix sui materiali raccolti, e sperimentando le potenzialità del found footage, il documentario della De Lillo lascia l'intero spazio filmico alle testimonianze dei tanti intervistati intercettati in giro per lo stivale, uomini e donne sia etero che omosessuali rimaste insieme per tutta la vita, o protagonisti di vicende sfortunate, o bizzarre, tra famiglie ricomposte, pregiudizi, gelosie, grandi aperture mentali, bisessualità, religione e altro ancora. Ma il film non è altro che l'assemblaggio di fotografie che racchiudono un'epoca, uno spaccato utile soltanto per il suo valore d'archivio.    

mercoledì 24 maggio 2017

Orecchie

anno: 2016       
regia: ARONADIO, ALESSANDRO
genere: grottesco
con Daniele Parisi, Francesca Antonelli, Silvana Bosi, Masaria Colucci, Silvia D'Amico, Piera degli Esposti, Ivan Franek, Sonia Gessner, Paolo Giovannucci, Rocco Papaleo, Andrea Purgatori, Re Salvador, Niccolò Senni, Pamela Villoresi, Milena Vukotic, Massimo Wertmüller, Alberto Abruzzese    
location: Italia
voto: 7,5

Un eterno supplente di filosofia in un liceo romano (Parisi), si sveglia con un fastidioso fischio all'orecchio. È soltanto il primo atto di una giornata impossibile e kafkiana, passata tra ospedali, scherzi crudeli (da antologia le visite in serie di Andrea Purgatori e Massimmo Wertmüller), suore invadenti, una vicina di casa troppo ciarliera, una fidanzata (D'Amico) poco convinta, un amico opportunista, un altro morto e tanti altri strani personaggi, tutti accomunati dall'incapacità di ascoltare il prossimo e dalla propensione a parlarsi continuamente addosso.
A sei anni dall'esordio con il curioso Due vite per caso, Aronadio torna dietro la macchina da presa con un film stravagante che - tra uno spunto narrativo che ricorda Il fischio al naso con il grande Tognazzi e uno stile straniato da commedia nera à la Kaurismäki - getta un'occhiata al primo Nanni Moretti e l'altra a soluzioni di regia inconsuete, a cominciare dal bianco e nero della pellicola fino alla progressiva trasformazione delle proporzioni dell'immagine, che da quadrata passa a sedici noni. L'intento metaforico del film è tanto interessante quanto, alla lunga, effimero, e sembra fare da sponda alla gimcana urbana dell'attonito e stralunato protagonista, costretto a incontri con una fauna umana a dir poco stravagante. Va a finire che Orecchie sembra assai più riuscito sul piano formale, con dialoghi spumeggianti e battute spiazzanti soprattutto nella prima metà, che su quello dei contenuti, portatori di una debole metafora sull'inadeguatezza dei tempi in cui viviamo. Resta tuttavia l'indiscutibile merito di avere portato, con questo strambo road movie pedestre, una ventata d'aria fresca nell'asfittico panorama della commedia italiana degli anni '10.    

domenica 21 maggio 2017

PIIGS - Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity

anno: 2017      
regia: CUTRARO, ADRIANO * GRECO, FEDERICO * MELCHIORRE, MIRKO  
genere: documentario  
con Noam Chomsky, Warren Mosler, Yanis Varoufakis, Paul De Grauwe, Stephanie Kelton, Erri De Luca, Federico Rampini, Paolo Barnard, Vladimiro Giacché, Marshall Auerback, Claudia Bonfini, Stefano Fassina e con la voce di Claudio Santamaria    
location: Italia
voto: 7


Piigs è l'acronimo disturbante e crudele che è stato affibbiato a Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, paesi rei di aver oltrepassato la soglia del 3% nel rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo. Il documentario di Cutraro, Greco e Melchiorre va a caccia dei dogmi che quel Moloch tetragono che è l'Unione Europea ha imposto ai paesi "maiali", condannandoli tanto all'austerity quanto alla cessione della propria sovranità nazionale a paesi economicamente forti che prosperano, se non solo, quanto meno anche sugli interessi per il saldo del debito. Le ricadute sono paradossali e nel film viene mostrato il caso de Il Pungiglione, una cooperativa che da anni si occupa di disabilità e che l'UE, tra capziosità amministrative e cavilli burocratici, ha messo sul lastrico. Così, oggi Il Pungiglione è schiacciata tra le pastoie del governo centrale europeo e l'affossamento dello stato sociale: una vera e propria sineddoche della relazione tra macro e microeconomia. Come se non bastasse, a corredo dell'implacabile crudeltà con cui le misure di austerità sono andate ad abbattere i servizi per i cittadini, ci sono le tante testimonianze di esperti di primissimo livello, da Noam Chomsky e Yanis Varoufakis, passando per Stephanie Kelton, Erri De Luca e Warren Mosler, tutti a urlare che il re è nudo, additando il dopo Maastricht come un insipiente pasticcio.
Collocato tra la vocazione egalitaria del cinema di Ken Loach e il documentarismo à la Inside job, Piigs è un film necessario, oltre che ben costruito, con una sua specifica dignità cinematografica, fatta di montaggio serrato, trovate grafiche originali e la voce off di Claudio Santamaria a raccordare i passaggi più difficili, togliendone le pieghe.    

lunedì 15 maggio 2017

The Dinner

anno: 2017       
regia: MOVERMAN, OREN
genere: drammatico
con Richard Gere, Steve Coogan, Laura Linney, Rebecca Hall, Charlie Plummer, Seamus Davey-Fitzpatrick, Chloë Sevigny, Adepero Oduye
location: Usa
voto: 1,5

Dopo Gli invisibili, Richard Gere e Oren Moverman - attore e regista di questo inguardabile The dinner - fanno ancora coppia per un film che si sviluppa intorno ai senzatetto. Si tratta della trasposizione - la terza dopo Het Diner di Menno Meyjes e il magnifico I nostri ragazzi di Ivano De Matteo - del best seller dell'olandese Herman Koch, La cena, lo scrittore che  - riferiscono le cronache - ha abbandonato schifato la sala in occasione della prima alla Berlinale. Non è la prima volta che gli americani riescono a rendere indecorosa un'opera che, nella sua prima versione cinematografica, si è rivelata eccellente: è accaduto con Big (remake di Da grande), Se perdi muori (oscena rivisitazione di 13 tzameti, trasferta a stelle e strisce dello stesso regista Gela Babluani), Scent of a woman (passabile rifacimento dell'inarrivabile Profumo di donna), Piume di struzzo (rilettura de Il vizietto),  Psycho (sbiadita versione dell'originale capolavoro hitchcockiano) e Welcome to Collinwood (oscena rilettura de I soliti ignoti). The dinner è pari soltanto a quest'ultimo. Un film asfittico, lentissimo, pasticciato, ampolloso, che, della traccia letteraria originale, conserva soltanto la scansione della cena per portate, aggiungendovi una sottotrama ridicola dove il conflitto tra due fratelli è la sineddoche della guerra di secessione americana, il segno di un ineliminabile peccato originale. L'impianto narrativo è, appunto, la cena in un ristorante esclusivissimo dove due fratelli - un senatore (Gere, imbalsamato come al solito) e un insegnante di liceo con conclamati problemi psichiatrici (Coogan) - si incontrano, insieme alle rispettive mogli, per discutere sul da farsi in merito alla bravata che i loro figli hanno compiuto ai danni di una clochard, vicenda finita in tragedia. Dallo svolgimento narrativo ai deliri semionirici, passando per i siparietti grotteschi con la presentazione delle vivande, la fastidiosa voce over, la recitazione abominevole dell'intero cast (quella di Steve Coogan, già pessimo in Philomena, è irricevibile) e la mutria del piccolo viziatello piromane al quale vorresti riempire la faccia di schiaffi nemmeno si fosse fatto un sovrasosaggio di cortisone, nel film non c'è un solo elemento che funzioni e il finale, che sembra un improvviso strappo di pellicola, non è che la beffa conclusiva allo spettatore.    

sabato 13 maggio 2017

Il diritto di contare (Hidden Figures)

anno: 2016       
regia: MELFI, THEODORE
genere: drammatico
con Taraji P. Henson, Octavia Spencer, Janelle Monáe, Kevin Costner, Kirsten Dunst, Jim Parsons, Mahershala Ali (Mahershalalhashbaz Ali), Kimberly Quinn, Glen Powell, Aldis Hodge, Olek Krupa, Ken Strunk, Ariana Neal, Saniyya Sidney, Zani Jones Mbayise, Tre Stokes, Selah Kimbro Jones, Karan Kendrick, Corey Mendell Parker, Alkoya Brunson, Ashton Tyler, Lidya Jewett, Donna Biscoe, Jaiden Kaine, Gregory Alan Williams, Maria Howell, Arnell Powell, Bob Bost, Crystal Lee Brown, Tequilla Whitfield, Robert McKay, Dane Davenport, Evan Holtzman, Travis Smith, Scott Michael Morgan, Wilbur Fitzgerald, Kurt Krause, Devin McGee, Joe Hardy Jr., Paige Nicollette, Kamryn Johnson, Glenn Allen, Elizabeth Youman, Rebekah Boroughs    
location: Usa
voto: 5,5

All'inizio degli anni '60, in un'America in fase di assestamento tra la svolta kennediana, il carisma di Martin Luther King e la sua lotta per i diritti civili, la Guerra Fredda con l'Unione sovietica si combatteva non soltanto sul piano delle acquisizioni militari, ma anche su quello della conquista dello spazio. È in questo contesto che, alla Nasa, si fecero valere tre "figure nascoste" - come ci ricorda il titolo originale - doppiamente discriminate: perché nere e perché donne. Il film, piuttosto calligrafico e ovattato, di Theodore Melfi ricostruisce quello snodo cruciale raccontando la storia di una matematica, un'ingegnera e una fisica che, grazie ai loro talenti, seppero dare un contributo decisivo a quel carrozzone maschilista e razzista che era allora la Nasa, grazie anche a una direzione concreta e relativamente aperta, incarnata dal personaggio di Kevin Costner. La regia indugia su qualche eccesso di romanticismo, diventa persino didascalica nella sottolineatura della discriminazione (era passato poco più di un lustro da quando Rosa Parks si rifiutò di cedere il posto su un autobus a un bianco eppure il bagno per le donne di colore si trovava sempre a un chilometro dagli uffici…) ma, pur nel suo classicismo e in più di un momento pletorico, il film ispirato al libro  di Margot Lee Shetterly - che, dopo Lincoln, Django unchained, 12 anni schiavo, The butler e Selma, va a ispessire la serie di film dell'era Obama con palesi richiami antirazzisti - ha l'indubbio merito di scoperchiare la doppia attitudine discriminatoria persino lì dove i principi illuministici avrebbero dovuto essere più robusti.    

lunedì 8 maggio 2017

Sole cuore amore

anno: 2016       
regia: VICARI, DANIELE
genere: drammatico
con Isabella Ragonese, Eva Grieco, Francesco Montanari, Francesco Acquaroli, Giulia Anchisi, Chiara Scalise, Giordano De Plano, Paola Tiziana Cruciani, Noemi Abbrescia, Marzio Romano Falcione, Ines Tocco    
location: Italia
voto: 3

Verrebbe quasi da buttargli le braccia al collo, a Daniele Vicari, per l'impegno che ci mette, per i temi che tocca (il degrado delle periferie di Velocità massima, il tentativo di rigenerazione esistenziale de L'orizzonte degli eventi, il vizio del gioco di Il passato è una terra straniera, le torture del G8 di Genova di Diaz, più alcuni documentari come Il mio paese e La nave dolce). Il problema è che a questo nipotino di Ken Loach sembra proprio mancare il talento, il dono del racconto, la scrittura dei dialoghi.
Anche questo Sole cuore amore - titolo buttato lì a caso, ennesimo trasferimento al cinema di una canzone immonda, Tre parole della meteora Valeria Rossi - si colloca sul solco dei precedenti: tema di grande impegno civile (quello delle nuove forme di schiavitù sul lavoro e dell'impossibilità di realizzarsi con esso) raccontato con una scelta stilistica stramba: due film al prezzo di uno. Già, perché Sole cuore amore da un lato segue la vicenda umana di Eli (Ragonese), giovane madre di quattro figli (gulp!) e moglie di uno sfaccendato (Montanari), che abita ben lontana dal Grande Raccordo Anulare e sbarca il lunario per 800 euro mensili fuori busta facendo la banchista in un bar di Roma: il padrone (Acquaroli) la vessa, lei non sta bene in salute, ma la donna riesce comunque ad avere il sorriso stampato sulle labbra h24. Praticamente, un film di fantascienza, sebbene ispirato alla terribile storia vera di Isabella Viola, trovata morta, sfiancata dal lavoro, alla stazione Termini di Roma nel 2012. Parallelamente, seguiamo la vicenda di Vale (Grieco), che vive nello stesso stabile desolante di Eli, si arrangia facendo la ballerina (la "performer", dice lei…), ha un pessimo rapporto con la madre bacchettona (Cruciani) e qualche irrisolta tendenza saffica.
Le due parti del film dialogano approssimativamente, hanno contatti caduchi ma, soprattutto, sono scritte sciattamente: i dialoghi sono ben sotto il livello di guardia, la narrazione ripete costantemente lo stesso modulo e la recitazione di molti personaggi secondari non aiuta, così come non aiuta il romanesco posticcio di Isabella Ragonese, che sembra involontariamente ricordare il Massimo Boldi che stilettava con accento lombardo: "ma i mortaci tui". Prego, ripresentarsi a settembre.