venerdì 4 luglio 2014

The Iron lady

anno: 2011       
regia: LLOYD, PHYLLIDA
genere: biografico
con Meryl Streep, Jim Broadbent, Susan Brown, Alice da Cunha, Phoebe Waller-Bridge, Iain Glen, Alexandra Roach, Victoria Bewick, Emma Dewhurst, Olivia Colman, Harry Lloyd, Sylvestra Le Touzel, Michael Culkin, Stephanie Jacob, Robert Portal, Richard Dixon, Amanda Root, Clifford Rose, Michael Cochrane, Jeremy Clyde, Michael Simkins, Eloise Webb, Alexander Beardsley, Nicholas Farrell, John Sessions, Anthony Head, Richard Syms, David Westhead, Julian Wadham, Richard E. Grant, Angus Wright, Roger Allam, Michael Pennington, John Harding, Simon Chandler, Stephen Boxer, Jasper Jacob, Rupert Vansittart, Robin Kermode, Andrew Havill, Michael Elwyn, Peter Pacey, Jeremy Child, James Smith, Hugh Ross, Chris Campbell, Paul Bentley, Martin Wimbush, Simon Slater, David Cann, Christopher Luscombe, Angela Curran, Michael Maloney, Pip Torrens, Nick Dunning, David Rintoul, Nicholas Jones, Richard Goulding, Matthew Marsh, Willie Jonah
location: Regno Unito
voto: 4,5

I due politici che hanno dato il maggiore contributo alla distruzione dell'economia occidentale, all'abbattimento dello stato sociale e all'incontinenza bulimica della finanza creativa sono finiti allo stesso modo: due vecchi rimbambiti con badante al seguito, tra Alzheimer e pazzia. La crisi di oggi la dobbiamo alle liberalizzazioni di ieri, quelle volute in maniera spregiudicata da Reagan e dalla Thatcher. La modestissima biopic di Phyllida Lloyd parte proprio dalla fine, dagli anni in cui la lady di ferro (Streep) si aggira tra le numerosissima stanze della sua casa di Chester Square con il fantasma del marito (Broadbent) costantemente alle spalle. Attraverso un'interessante sovrapposizione di piani temporali - unico elemento di valore del film insieme all'interpretazione come sempre magistrale di Maryl Streep, qui al terzo Oscar dopo quelli ricevuti per Kramer contro Kramer e La scelta di Sophie - presente e passato della donna si sovrappongono restituendo il senso di una deriva folle, peraltro accompagnata dall'alcol. Nata Roberts (il cognome Thatcher era quello del marito Denis), la figlia di un bottegaio conservatore, grazie alla sua invidiabile tenacia, sarebbe col tempo arrivata a essere la prima ministra donna dell'intero mondo occidentale, nonché la più resistente primo ministro in carica (i suoi tre mandati durarono dal 1979 al 1990). La Thatcher seppe farsi largo in un mondo dominato dagli uomini, imponendo le sue idee retrive, il suo disprezzo per l'uguaglianza e la solidarietà, il suo spirito guerrafondaio venato di rigurgiti di imperialismo, come dimostrò il caso della guerra delle Falkland. Un personaggio odioso, capace di applicare con ostinazione il suo modello di darwinismo sociale a qualsiasi ambito, trattata con tocco fin troppo felpato dalla regia stucchevole della Lloyd (alla quale vanno però riconosciute notevoli sequenze nelle scene collettive) e dal copione agiografico di Abi Morgan, persino rispetto a uno degli episodi più disgustosi che coinvolsero l'inquilina numero uno di Downing Street: quello della repressione contro gli esponenti dell'IRA. Senza contare i portuali, il massacro ai danni del sindacato, l'iniquità nel sistema di tassazione. Chi volesse farsi un'idea di chi sia stata Margareth Roberts in Thatcher dovrebbe partire da ben altro e astenersi dalla visione di questo film fazioso e irritante.    

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