venerdì 18 maggio 2012

Bravi


di Tommaso Labranca, da FilmTV, maggio 2012

L’eroe della mia infanzia e che ancora mi porto dentro era Calimero, il pulcino nero che subiva umiliazioni d’ogni genere e alla fine trionfava uscendo dal mastello. Come Calimero, mi muovo in città cercando di non farmi notare, cammino rasente al muro e svolto lesto nelle traverse più oscure. Ma ecco ogni volta dei novelli Bravi che mi sbarrano il cammino. Scrive Manzoni che gli abiti dei Bravi seicenteschi «non lasciavan dubbio intorno alla or condizione». A cominciare dalla reticella verde intorno al capo da cui usciva un gran ciuffo. I Bravi del 2012 hanno i dread, il piercing e indossano ampie casacche di gomma colorata: sono i cacciatori di contributi solidali. Non c’è associazione più o meno umanitaria che non ricorra a queste bande di fastidiosi clown di strada. Cambia il logo e il colore della casacca. Non cambia l’atteggiamento spavaldo da Bravo con cui ti fermano. Occupano l’intero marciapiede per non farti passare. Ti aggrediscono con richiami insultanti: «Signora in pelliccia, Io sai che indossi dei cadaveri?» oppure «Signore paffutello, Io sai quanti bambini non hanno mangiato oggi?». Attirano la tua attenzione con lazzi e pernacchi da animatore di villaggio vacanza e poi ti mettono sotto il naso foto di mari inquinati e curdi squartati. Piccoli buffoni con il look da centro sociale anticapitalista che vogliono solo una cosa: i tuoi soldi. E non un semplice obolo, ma un versamento mensile da cui svincolarsi è quasi impossibile. Quando rispondi che non hai tempo o non ti interessa, quando dici che non puoi permetterti di pagare una quota mensile per dei presunti infanti afghani con le emorroidi perché lavori poco e di notte sogni l’lmu, non demordono, ma continuano a insultarti alle spalle mentre ti allontani, ti fanno il verso, ti urlano che non hai sensibilità, che dovresti vergognarti. Tu ti senti come i borghesi che Grosz disegnava con le fattezze di grassi maiali, anche se in realtà sei messo peggio dell’ultimo miserabile brechtiano e vorresti dirlo a quel ragazzotto passato all’antagonismo nauseato dai troppi omogeneizzati che trova a casa della mamma. Ma cosa ne sa uno così dei tempi di Weimar?

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