giovedì 1 gennaio 2026

Tempi obliqui

anno: 2025
regia: MARINA CIAMPI
genere: documentario
con Franco Ferrarotti, gli studenti e le studentesse dell'università La Sapienza di Roma
nazionalità: Italia
voto: 6
 

Che cosa è stata l'esperienza della pandemia per chi l'ha attraversata in adolescenza, in quella fase di piena formazione in cui tutti gli orizzonti sembrano possibili? Prova a raccontarcelo Marina Ciampi, sociologa all'Università di Roma, che insieme al collega Tito Marci firma un breve documentario costruito sulle testimonianze di ragazze e ragazzi che quel tempo l'hanno vissuto sulla propria pelle. Nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe essere un ritratto corale di una generazione capace di trasformare il trauma in riflessione condivisa; sullo schermo, però, ne esce un mosaico da cui emergono sempre gli stessi tasselli: corpo, identità, solitudine, riflessione, rallentamento della frenesia quotidiana. Tutto scorre senza veri picchi né sussulti e risulta, in sostanza, piuttosto monocorde. La ragione va forse ricercata in una serie di domande poco incisive, incapaci di sollecitare risposte all'altezza, che alla fine producono una marmellata tiepida e omogenea, più da video istituzionale che da indagine sociologica. Non aiuta il salmodiare di Franco Ferrarotti, che puntando tutto sulla prosodia finisce per sembrare la parodia di se stesso e, dall'alto della sua statura intellettuale, aggiunge ben poco a quanto il senso comune ha già sedimentato al bar sotto casa. Va meglio sul versante della forma: la fotografia di Carlo Boni garantisce all'esordiente regista qualche gallone di professionalità. Si droneggia a tutto spiano, la città eterna appare deserta nel primo lockdown e a queste immagini da ente del turismo si affiancano le riprese frontali, di spalle e di profilo dei tanti giovanissimi testimoni, ritratti in aule vuote con l'aria composta di chi ha studiato la parte. Belle facce, le facce del domani. E qui il film trova il suo momento migliore. Peccato che, alla fine, resti la sensazione di aver assistito a un solenne "documento sulla pandemia" in cui, paradossalmente, di sociologia ce n'è poca o nulla.