mercoledì 13 aprile 2016

Love and Mercy

anno: 2014       
regia: POHLAD, BILL  
genere: biografico  
con John Cusack, Paul Dano, Elizabeth Banks, Paul Giamatti, Jake Abel, Kenny Wormald, Brett Davern, Graham Rogers, Bill Camp, Joanna Going, Dee Wallace-Stone, Max Schneider, Erin Darke, Jonathan Slavin, Diana-Maria Riva, Dylan Kenin, Johnny Sneed, Erik Eidem, Tonja Kahlens, Carolyn Stotesbery, Morgan Phillips, Jeff Meacham, Teresa Cowles, Mark Linett, Gretchen Duerksen    
location: Usa
voto: 2,5  

Com'è possibile che il surf, la musica balneare spensierata degli allegri anni '60, o che canzoni come Good vibrations, California girls e Barbara Ann siano state partorite da una mente così disturbata come quella di Brian Wilson? Eppure è stato possibile. Prova a raccontarcelo, in forma di romanzatissimo polpettone, il film d'esordio dell'ex produttore Bill Pohlad, uno dei peggiori biopic sui divi del rock mai visti al cinema. Proposto come fondo di magazzino nella settimana del cinema a 3 euro (il film risale al 2014), Love & mercy, infatti, si concentra quasi esclusivamente sull'aspetto psichiatrico del protagonista, trascurandone quasi del tutto il genio musicale, con la sola eccezione di qualche seduta in sala di registrazione (notevole, va riconosciuto, quella che ricostruisce la genesi di Good vibrations). Affidato a due diversi interpreti per rappresentare due epoche del suo tormentato tragitto esistenziale (un ingrassatissimo Paul Dano per gli anni '60, quelli del successo planetario, e John Cusack per gli anni '80, quelli della continua osservazione psichiatrica e farmacologica e del ritiro dalle scene), il personaggio di Brian Wilson non è meno caricaturale di tutte le altre figure di contorno: dal padre tiranno e parassita al tutore luciferino che avrebbe dovuto controllarne i problemi psichici (tutta sopra le righe l'interpretazione di un pessimo Paul Giamatti), fino alla fatina che vende auto, destinata a diventare colei che salverà l'esistenza di Brian Wilson (Banks), peraltro piegata anche dai difficili rapporti con gli altri familiari. Puntando soltanto sullo "scandalo" della malattia psichiatrica, il film - una brutta copia del già ambiziosissimo Io non sono qui - caracolla in continuazione tra le due epoche, facendo del suo protagonista una nullità manipolabile dal primo che passa e trascurando quasi del tutto sia il contesto storico che le specificità del genio musicale.    

venerdì 8 aprile 2016

La felicità è un sistema complesso

anno: 2015       
regia: ZANASI, GIANNI 
genere: grottesco
con Valerio Mastandrea, Hadas Yaron, Giuseppe Battiston, Filippo De Carli, Camilla Martini, Maurizio Donadoni, Teco Celio, Daniele De Angelis, Maurizio Lastrico, Paolo Briguglia, Domenico Diele    
location: Italia
voto: 3,5 

Enrico (Mastandrea) fa il lavoro più strano del mondo. Quando gli AD di qualche azienda stanno per mandare le loro società a picco per eccesso di incompetenza, lui interviene, se li fa amici, li induce a farsi da parte e salva l'azienda stessa. I problemi arrivano quando il compito riguarda un ragazzo diciottenne (De Carli) e una ragazza quindicenne (Martini), rimasti improvvisamente orfani e diventati eredi dell'attività imprenditoriale dei genitori.
Da oltre vent'anni, dopo il discreto esordio con il racconto di formazione Nella mischia, Gianni Zanasi conferma di essersi perso subito e di essere autore di pochissimo conto. Tutti i suoi film - da A domani e Non pensarci (quest'ultimo sempre con Mastandrea protagonista) - sono opere da nulla, viziate sempre dagli stessi difetti riscontrabili anche ne La felicità è un sistema complesso: bozzettismo dei caratteri, farraginosità del plot narrativo, tentativi caduchi di autorialità mal riposta, personaggi infilati di forza nel racconto (qui quello di una ragazzetta di origini israeliane con tendenze suicidomani), psicologismi pretestuosi. Con la sua recitazione in controtempo, Mastandrea vince facile su un nugolo di attori ai limiti del dilettantismo (fa eccezione Battiston, ridotto però a macchietta alla stregua di Donadoni e Celio). Ma le battute che salvano il film dalla catastrofe sono le sue.    

mercoledì 6 aprile 2016

Hitchcock/Truffaut

anno: 2015       
regia: JONES, KENT
genere: documentario
con Alfred Hitchcock, François Truffaut, Wes Anderson, Olivier Assayas, Peter Bogdanovich, Arnaud Desplechin, David Fincher, Richard Linklater, Paul Schrader, James Gray, Kiyoshi Kurosawa, Martin Scorsese    
location: Usa
voto: 7,5

Nel 1962 François Truffaut intervistò per 8 giorni Alfred Hitchcock, per poi realizzare, quattro anni più tardi, quel libro seminale della storia della settima arte cinema che è Il cinema secondo Hitchcock. Il maestro britannico aveva all'epoca una sessantina d'anni, il suo giovane collega transalpino circa la metà. Entrambi sulla cresta dell'onda (benché Truffaut avesse girato "appena" tre film, pur essendo una stella di primissima grandezza della Nouvelle Vague), i due sembravano rispondere a modelli di cinema diversissimi. Quell'incontro servì a sdoganare Hitchcock dallo stereotipo di regista d'intrattenimento per farne pubblicamente un autore in piena regola. Ma servì anche all'ex recensore dei Cahiers du cinema per ottenere una vera lezione di cinema. Il film dell'americano Kent Jones ricostruisce quello storico incontro a tre (la terza persona era la mastodontica interprete), servendosi delle bobine su cui vennero incise quelle conversazioni, delle splendide fotografie di Philippe Halsman e della testimonianza di molti epigoni del genio britannico tra cui Wes Anderson, Olivier Assayas, Peter Bogdanovich, David Fincher, Richard Linklater, Paul Schrader, James Gray e Martin Scorsese, il più cinefilo di tutti. Proprio questa interviste aggiunte annacquano un po' l'intera operazione, con interventi talvolta banali e puramente riempitivi. Resta il godimento delle sequenze prese dai moltissimi capolavori hitchcockiani (Psyco, Gli uccelli, L'uomo che sapeva troppo, La finestra sul cortile), mentre il repertorio di Truffaut è ristretto alle due opere più importanti realizzate fino a quel momento: I 400 colpi e Jules e Jim. Così come sono assai incisive le riflessioni sulla dimensione simbolica e psicanalitica del cinema hitchcockiano, sull'uso del tempo, sulla suspense e sulle mirabolanti tecniche di ripresa di un "artista che scriveva con la macchina da presa". Documentario imperdibile per chi voglia capire cosa fosse il cinema secondo uno dei personaggi-chiave per capire la settima arte.    

martedì 5 aprile 2016

Veloce come il vento

anno: 2016       
regia: ROVERE, MATTEO
genere: drammatico
con Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Roberta Mattei, Paolo Graziosi, Lorenzo Gioielli, Giulio Pugnaghi, Tatiana Luter, Rinat Khismatouline    
location: Italia
voto: 7

Rimasta precocemente orfana di padre e con una madre scomparsa nel nulla, la diciassettenne Giulia De Martino (interpretata dall'ottima esordiente Matilda De Angelis), pilota di gare GT, si ritrova con un fratellino a carico (Pugnaghi) e un'ipoteca sulla catapecchia dove abita. Il fratello Loris (Accorsi), ex pilota sbandato e tossico che non vede da dieci anni, torna nella vita della ragazza pretendendo la sua parte di eredità. Dalla coabitazione coatta tra i due nascerà un inaspettato sodalizio che, attraverso le vittorie, potrebbe costituire l'unica soluzione per non perdere la casa.
Dopo due film mediocri come Un gioco da ragazze e Gli sfiorati, Matteo Rovere firma la sua opera di gran lunga più riuscita, ribadendo quanto di buono aveva già dimostrato (regia, soluzioni visive, montaggio, uso del sonoro, cambio frequente degli obiettivi di ripresa), aggiungendovi una cifra narrativa ancora estrema (come ne Gli sfiorati) ma stavolta ispirata alla realtà (il film si rifà alla figura del pilota di rally torinese Carlo Capone), pur mantenendo una struttura di fondo similissima a quella del film precedente (uno sballato che entra come un tornado nella vita di un congiunto). Tra inseguimenti degni della lezione hollywoodiana, colpi di scena ben assestati e una trama congegnata a dovere, Veloce come il vento riesce a mantenere un ritmo che pareggia quello delle gare, tra rombo dei motori, sudore e benzina. Merito anche di Stefano Accorsi, dimagrito per l'occasione di 10 chili e costantemente sul crinale dell'overacting, che indossa, con qualche eccesso di massa muscolare, panni assai simili a quelli che vestì in Radiofreccia, anch'esso ambientato nella provincia emiliana (lì Correggio, qui Imola).    

sabato 2 aprile 2016

The Danish Girl

anno: 2015       
regia: HOOPER, TOM
genere: drammatico
con Eddie Redmayne, Alicia Vikander, Ben Whishaw, Sebastian Koch, Amber Heard, Matthias Schoenaerts, Adrian Schiller, Emerald Fennell, Jake Graf, Richard Dixon, Victoria Emslie    
location: Danimarca, Francia, Germania, Regno Unito
voto: 5

Negli anni '20 del '900, il menage tra il pittore danese Einar Wegener (Rermayne) e la sua più celebre moglie Gerda Wegener (Vikander) va a gonfie vele fino al giorno in cui lei chiede a lui di posare vestito da donna in sostituzione della modella assente. È da allora che in Einar si innesca un processo di identificazione col femminile, il cui sentore era stato già avvertito dallo stesso uomo anni prima, che lo conduce prima a trasformarsi in Lily, quindi a essere il primo uomo della storia a subire un intervento per il cambio di sesso, dopo essere inevitabilmente passato per le mani di torme di psichiatri decisi a internarlo.
Dopo gli Oscar arrivati con Il discorso del re e la prova zoppicante di Les Misérables, Tom Hooper firma un altro melodrammone che vorrebbe essere ad alta intensità emotiva ma che ha pochi sussulti, decorativo e artificioso, imperniato sull'incredibile prova di resistenza di una moglie capace di offrire al proprio marito un appoggio incondizionato in tutta la sua tormentata traiettoria esistenziale. Tra Le onde del destino ed echi fassbinderiani, The danish girl racconta il sofferto tragitto che dall'eonismo conduce a una revisione totale della propria identità sessuale con uno stile oleografico, un registro monocorde e la ricerca di scene d'impatto che funzionano soltanto grazie all'ennesima prova maiuscola di Eddie Redmayne, già premiato per La teoria del tutto.    

venerdì 1 aprile 2016

La corte (L'hermine)

anno: 2015       
regia: VINCENT, CHRISTIAN 
genere: drammatico 
con Fabrice Luchini, Sidse Babett Knudsen, Eva Lallier, Corinne Masiero, Sophie-Marie Larrouy, Fouzia Guezoum, Simon Ferrante, Moundy (Abdallah Moundy), Serge Flamenbaum, Emmanuel Rausenberger, Gabriel Lebret, Salma Lahmer, Victor Pontecorvo, Candy Ming, Michael Abitbout, Jennifer Decker, Hélène Van Geenberghe, Claire Assali, Chloé Berthier    
location: Francia
voto: 6 

Michel Racine (Luchini) è il presidente di una Corte d'assise penale, noto come "il giudice a due cifre": inflessibile, algido, misantropo, le sue sentenze non vanno mai sotto i dieci anni. In aula si dibatte il caso di una bambina di 7 mesi morta presumibilmente per dei calci alla testa; sul banco degli imputati il suo giovane padre, uno con la fedina penale non proprio immacolata; tra i membri della giuria popolare, casualmente, la donna (Knudsen) che il giudice amò segretamente anni prima, quando venne ricoverato in seguito a un incidente. Fra i due Cupido potrebbe tornare a scoccare le sue frecce.
Film sul tema dell'incompiuto: incompiuto il processo, incompiuto l'amore, incompiuta la separazione dalla moglie, incompiuti i pregiudizi dei colleghi del giudice sulle sue presunte notti brave. Il regista Christian Vincent, reduce dal successo del precedente melò La cuoca del presidente, procede per sottrazione, costruendo un dramma giudiziario - con inevitabili rimandi a La parola ai giurati - a sfondo sentimentale, nel quale i dettagli (l'influenza, gli anfibi), le ripetizioni ("signor presidente, non signor giudice!" oppure "io non ho ucciso") e l'inespresso (i rancori e le gelosie, gli amori inconfessati) sono l'humus sul quale germoglia una messa in scena scarnificata ma alla lunga anche ripetitiva. Per Fabrice Luchini un ruolo che ricorda quello che interpretò in Confidenze troppo intime e che, in questa occasione, gli ha fruttato la Coppa Volpi a Venezia.