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martedì 1 aprile 2025

Pino

anno: 2025
regia: FRANCESCO LETTIERI
genere: documentario
con Pino Daniele
nazionalità: Italia
voto: 2

Prima regola: diffidare sempre quando l'autore, l'ideatore o il produttore di un'opera cinematografica ha la pretesa di diventare il perno del film. Succede con ogni documentario di Kusturica, è successo con Io, noi e Gaber (lì, la figlia Dalia) e accade anche in questo tributo a Pino Daniele. Qui, infatti, Federico Vacalebre, giornalista de Il mattino di Napoli, non fa che straparlare, mettersi in favore di macchina da presa, togliere proditoriamente la parola agli intervistati, a cominciare da quelli della band che accompagnò Pino Daniele negli anni di massimo fulgore, coincidenti con il concerto del 1981 in Piazza dello Statuto (De Piscopo, Senese, Esposito, Jermano). Il sodale di Vacalebre, Francesco Lettieri - qui in cabina di regia dopo il pessimo Ultras e un altro paio di boiate - ci mette del suo, creando un film nel film con l'inserimento di videoclip di livello dilettantesco (è lui il regista dei promo di Liberato) che vorrebbero raccontare - nell'economia di appena un'ora e mezza di film - canzoni come Chillo è nu buono guaglione, Napule è, Quando, O ssaje comme fa o core e Allora sì. Il che fa capire perché la prima occasione in cui si vede Pino cantare e suonare arrivi esattamente dopo mezz'ora e il primo stralcio di intervista dopo altri dieci minuti. Nel loro delirio solipsistico, Lettieri e Valcalebre fanno l'ennesimo torto (dopo lo scadente Pino Daniele - Il tempo resterà di Giorgio Verdelli) alla memoria di uno dei mostri sacri della canzone d'autore italiana, mostrando quanto l'ipertrofia dell'ego, mescidata con l'opportunismo dell'operazione commerciale (uno scarto recuperato da Alex Daniele, figlio di Pino, e consegnata ai due autori aspira a essere l'asso nelle manica), possa produrre risultati ben oltre la soglia del ridicolo.

martedì 3 gennaio 2023

Chet is Back - Chet Baker in Italia

anno: 2018
regia: NELLO CORREALE
genere: documentario
con Chet Baker, Fabrizio Bosso, Lars Bloch, Enrico Intra, Maurizio Giammarco, Carla Marcotulli, Rita Marcotulli, Phil Markowitz, Massimo Nunzi, Marco Patrignani, Enrico Pieranunzi, Lillo Quaratino, Enrico Rava, Eugenio Rubei, Mario Cantini, Franco Cerri, Nicola Stilo, Giovanni Tommaso, Mauro Zazzarini
nazionalità: Italia
voto: 6 

Prima di morire, precipitando da un albergo di Amsterdam, il grande trombettista jazz Chet Baker per un periodo visse anche in Italia (e a Roma), dove si esibì con molti musicisti italiani. I quali raccontano il mito, le sue traversie, la sua poetica, in un documentario che, con l'immancabile found footage e stralci dai concerti d'epoca, annovera molte testimonianze e qualche ritaglio di intervista allo stesso Baker, musicista maudit con tanti problemi con l'eroina, ma capace di padroneggiare anche la lingua italiana.


giovedì 9 giugno 2022

Il coraggio di essere Franco

anno: 2022
regia: ANGELO BOZZOLINI
genere: documentario
con Franco Battiato, Alice, Cristina Battiato, Sonia Bergamasco, Giada Colagrande, Marco "Morgan" Castoldi, Willem Dafoe, Antonio Scurati, Giovanni Caccamo, Marco Travaglio, Francesco Messina, Roberto Masotti, Juri Camisasca, Luca Madonia, Carlo Guaitoli, Vittorio Sgarbi, Pino Pischetola, Gianfranco D'Adda, Massimo Stordi, Guidalberto Bormolini, Francesco Cattini, Stefano Senardi, Daniela Sangiorgio, Antonio Ballista, Bruno Tibaldi
location: Italia
voto: 7

A un anno dalla morte di Battiato (Francesco all'anagrafe), il regista Angelo Bozzolini ne ricostruisce la traiettoria artistica e umana con encomiabile rigore filologico. Nel documentario non solo ritroviamo una gran quantità di materiale di repertorio inedito, che restituisce un ritratto sorprendente del grande cantautore catanese, ma anche un superbo found footage (imperdibile la chioma ipertricotica degli anni Settanta e la mise con pantaloni a stelle e strisce). Il film spazia tra gli stenti degli esordi, a suon di smielate canzoncine insipide e la partecipazione a Un disco per l'estate), l'epoca dei grandi successi (a cominciare da La voce del padrone) e la collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro, senza dimenticare la breve, quanto infelice, esperienza come regista cinematografico. Su tutto, però, domina largamente la componente spirituale, presto trasformata in autentica ossessione, ampiamente sottolineata dalle testimonianze di padre Bormolini e del monaco buddista Massimo Stordi. A contribuire a dare voce e consistenza a questo affresco polifonico contribuiscono testimonianze più rilevanti (tra le quali - dispiace ammetterlo - quella di Vittorio Sgarbi, unita a quelle di Alice, Antonio Scurati e Marco Travaglio) e altre decisamente trascurabili (a cominciare da quelle di della nipote Cristina, e a continuare con i deliri di Morgan e le banalità a propulsione termonucleare di Sonia Bergamasco). Il tutto, come un sigillo, chiuso dalla puerile e fastidiosa canzoncina di Morgan sui titoli di coda. Non pervenuta alcuna traccia di vita affettiva nella vita dell'artista di Ionia.


martedì 3 maggio 2022

Io tu noi, Lucio

anno: 2022
regia: GIORGIO VERDELLI
genere: documentario
con Lucio Battisti, Sonia Bergamasco, Renzo Arbore, Mario Arlati, Dario Baldan Bembo, Edoardo Bennato, Mario Biondi, Claudio Bonivento, Claudio Buja, Tony Cicco, Mauro Coruzzi, Colapesce, Giorgio Conte, Franco Daldello, Gianni Dall'Aglio, Antonio Di Martino, Tony Esposito, Nicolò Fabi, Mario Luzzatto Fegiz, Eugenio Finardi, Fernando Fratarcangeli, Ricky Gianco, Cristiano Godano, Daniele Ippolito, Mario Lavezzi, Le Vibrazioni, Canio Loguercio, Massimo Luca, Maurizio Malabruzzi, Mara Maionchi, Roberta Marten, Roby Matano, Ermal Meta, Mogol, Alice Montalbetti, Pietruccio Moltalbetti, Franco Mussida, Gianna Nannini, Massimiliano Pani, Claudio Pascoli, Alberto Radius, Ron, Vasco Rossi, Alberto Salerno, Andrea Sannino, Jack Savoretti, Riccardo Scamarcio, Shel Shapiro, Mauro Spenillo, Vince Tempera, Paola Turci, Majid Valcarenghi, Maurizio Vandelli, Carlo Verdone, Geoff Westley, Franco Zanetti, Donato Zoppo
location: Italia
voto: 5

Una parte non irrilevante della discografia di Lucio Battisti è stata prodotta in assenza del paroliere Mogol. A quest’ultimo, nella fase finale della carriera artistica del musicista di Poggio Bustone, si sostituirono prima la moglie Grazia Letizia Veronese, quindi un funambolo della parola come Pasquale Panella, a cui Mogol (che peraltro rimedia la solita figuraccia dell’avido con la storia dei diritti d’autore) avrebbe a malapena potuto spicciare casa. Se esiste un valore nel documentario che Giorgio Verdelli, specialista del genere, ha dedicato all’autore di capolavori come Il mio canto libero, La collina dei ciliegi e La canzone dl sole, questo sta proprio lì: nell’aver ricordato anche una parte cospicua e importante del canzoniere battistiano. Al di là di questo, il documentario consiste in un assemblaggio scialbo di found footage e testimonianze di gente come Colapesce e Dimartino, cantanti dall’imbarazzante calata vernacolare che non dovrebbero partecipare nemmeno a qualche recital parrocchiale. Il che è un ulteriore motivo di interesse del film, perché ci mostra in quali abissi sia precipitata – a furia di X Factor e amenità del genere – la canzone italiana. Sulla presenza di Sonia Bergamasco, messa lì come voce on a chiosare qualche aneddoto della carriera di Battisti, bisogna stendere il più pietoso dei veli.



lunedì 21 febbraio 2022

Per Lucio

anno: 2021
regia: PIETRO MARCELLO
genere: documentario
con Lucio Dalla, Umberto Righi, Stefano Bonaga
location: Italia
voto: 8 

Attenti alla preposizione: il documentario di Pietro Marcello non è un film su Lucio (Dalla) ma per Lucio Dalla. Con piglio etnografico, una coraggiosissima scelta nelle immagini di repertorio e una selezione delle canzoni che non ammicca mai al lato più commerciale del cantautore bolognese, Marcello dà vita a un ritratto che non ha nulla di agiografico e che scardina completamente i canoni del genere. Niente found footage, niente interviste a una selva di testimoni. Qui - in un dialogo a tavola che è la vera cifra contenutistica del film - troviamo due amici di vecchia data di Dalla: Umberto Righi (Tobia per i più intimi), suo manager storico fin dagli esordi, e Stefano Bonaga, filosofo di grosso calibro e sodale fin dall'infanzia del pirotecnico cantautore. Su questo dialogo a due, che pur decantando il talento di Dalla non fa mistero di certi suoi vezzi (l'acquisto compulsivo di appartamenti, l'inclinazione alla menzogna), si innervano le immagini di film precedenti di Marcello (Il passaggio della linea), che fanno da complemento a canzoni lasciate andare quasi per intero (Il parco della luna). E infatti nel film c'è di musica ce né moltissima, tratta - a ragione - soprattutto dai capolavori che Dalla scrisse col poeta Roberto Roversi. La dedica Per Lucio si fa così estremamente personale, rimarcando le scelte stilistiche che altrove hanno caratterizzato lo stile di Marcello (la fotografia ambrata), con una selezione di brani che lascia spazio al talkin' di È lì, al grammelot de La borsa valori e che fa di Mille miglia prima e seconda un film nel film sull'epoca d'oro delle corse automobilistiche: quella di Varzi, Campari, Borzacchini e Nuvolari. Un film totalmente libero, una testimonianza nient'affatto convenzionale dedicata a un autore che - come si vede in una delle tante, inedite immagini di repertorio - poteva permettersi di parlare da pari a pari con Craxi, Arbasino, Strehler e Ronchey.
Dopo Martin Eden, Pietro Marcello si conferma come uno degli autori più originali e innovativi del nostro cinema.

martedì 8 giugno 2021

We Are the Thousand. L'incredibile storia di Rockin' 1000

anno. 2020
regia: ANITA RIVAROLI
genere: documentario
location: Italia, USA
voto: 10 

Etimologicamente, l'utopia è l'u (dal greco eu, buono) topia (sempre dal greco topos, luogo). Quel luogo buono e bello si chiama Cesena. Ed è lì che un gruppo di ragazzi, autentici sognatori, hanno realizzato una kermesse memorabile, radunando 1000 musicisti tra batteristi, chitarristi, bassisti e cantanti per suonate una sola canzone dei Foo Fighters, Learn to fly, tutti insieme, al fine di riuscire a convincere - tramite un video caricato su YouTube, che ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni - la rock band americana a venire a suonare in terra romagnola.

Il film, a dir poco strepitoso, di Anita Rivaroli, racconta tutta quell'esperienza: dagli enormi problemi per la sincronia del suono (risolti da geniali tecnici del suono), al reclutamento dei volontari, fino al crowdfounding da 40.000 euro per realizzare l'operazione. Quell'utopia è diventata realtà (David Grohl e i suoi, nemmeno a dirlo, lusingatissimi), con l'enorme valore aggiunto di essere stata, per molti di coloro che vi hanno preso parte, un'esperienza seminale, catartica, resurrezionale. I mille che fecero l'impresa sono padri e figli, metallari e bluesmen, uomini e donne accorsi da tutta Italia per rendere possibile quel progetto che, appunto, è poi diventato un film ma anche un appuntamento annuale della più numerosa rock band della storia (si chiamano Rockin' 1000 e ogni anno suonano allo stadio di Cesena). E se l'impresa, in sé, non può che destare stupore e ammirazione, la costruzione del film non è da meno: per la potenza delle testimonianze raccolte ("facciamo i nostri lavori di merda per pagarci un sogno" e il sogno è essere lì), per la ricchezza di aneddoti, per la varietà della fauna umana e per la straordinarietà di riprese e montaggio. Ma anche per l'entusiasmo raggiante e contagioso di tutte queste persone che, una volta spente le luci in sala, ti lasciano addosso un'incontenibile sensazione di gioia.

sabato 3 aprile 2021

Fabrizio De André e PFM - Il concerto ritrovato

anno: 2020
regia: VELTRONI, WALTER
genere: documentario
con Fabrizio De André, Dori Ghezzi, David Riondino, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Piero Frattari, Guido Harari, Antonio Vivaldi, Roberto Colombo, Lucio Fabbri, Franco Mussida, Flavio Premoli
location: Italia
voto: 6 

De André non aveva un carattere facile e sul palco non arrivava sempre al massimo della lucidità. Certo è che non amava essere ripreso durante le sue esibizioni dal vivo, tanto è vero che per anni uno dei pochissimi concerti che si potevano vedere in televisione era quello per cui concesse la liberatoria, completamente ubriaco, a Sarzana, nel 1981. Altrettanto fece in occasione di uno dei tanti concerti che eseguì con la PFM nel 1978/79, quello che si tenne a Genova il 3 gennaio 1979, ripreso con zoomate improvvise e apparenti principî di Parkinson da Piero Frattari. Walter Veltroni ha miracolosamente recuperato le videocassette sulle quali fu registrato quel concerto e, senza miracolo alcuno (si vede da schifo, si sente passabilmente) ci ha fatto un film di un'ora e tre quarti. La prima mezz'ora, stringi stringi, è la cosa più interessante: "prezzemolo" Dori Ghezzi, che se non fosse stata la compagna di De André non se la filerebbe più nessuno da decenni, e alcuni esponenti (Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida, Flavio Premoli) di quella che fu una delle formazioni di punta del progressive italiano, la PFM, raccontano aneddoti su quella fortunatissima tournée che all'inizio sembrava destinata a scontentare tanto il pubblico rocchettaro della band quanto quello impegnato del cantautore. Alle loro testimonianze se ne aggiungono altre, come quella di David Riondino, che all'epoca apriva il concerto, del cameraman Piero Frattari e del notissimo fotografo Guido Harari. Filmati in parte su un treno, in parte nei luoghi - oggi desolati - dove si tenne quel concerto, i racconti aggiungono qualcosa anche per i più rigorosi esegeti del verbo di De André. Di suo, Veltroni ci mette la firma e pochissimo altro.

venerdì 26 marzo 2021

Zappa

anno: 2020
regia: WINTER, ALEX
genere: documentario
con Frank Zappa, Gail Zappa, Bruce Bickford, Pamela Des Barres, Henry Dutt, Bunk Gardner, David Harrington, Mike Keneally, John Sherba, Scott Thunes, Joe Travers, Ian Underwood, Ruth Underwood, Steve Vai, Ray White, Sunny Young
location: USA
voto: 10 

C'è un aggettivo che ricorre spesso nel documentario che Alex Winter, già autore di Downloaded, ed è Weird. Weird come strano, bislacco. Perché Frank Zappa - il più grande e talentuoso musicista del Novecento - strano lo era davvero agli occhi di quei benpensanti contro i quali si accaniva il sarcasmo dei suoi testi. La forza del documentario di Winter - al quale la vedova di Zappa ha aperto i giganteschi archivi del marito - sta nel concedere molto proprio alla dimensione umana del chitarrista di Baltimora, senza ovviamente tralasciare quella squisitamente artistica. Per gli orfani di Zappa, il film di Winter è un'autentica manna che propone una quantità di materiale inedito da indigestione, tanti sono i filmati privati, quelli giovanili o quelli drammatici durante la malattia che diede la morte a Zappa a soli 52 anni, da richiedere più di una visione. Dentro c'è proprio tutto e questo è anche il limite (forse l'unico) del film: non fai a tempo a fermarti su un'immagine, una frase, un brano musicale, che già vieni catapultato altrove. In questo "tutto" ci sono l'infanzia povera, la passione giovanile per gli esplosivi, la musica che irrompe nella vita del nostro soltanto intorno ai 14 anni, il racconto di sei mesi di prigione per avere scritto la colonna sonora per un film porno (America parruccona e sessuofoba!), il perfezionismo maniacale, l'avversione radicale nei confronti della droghe, la sigaretta - al contempo - perennemente accesa, il rapporto con le altri arti (Lenny Bruce, il disegnatore Cal Shenkel e l'animatore Bruce Bickford, autentici maverick come lui), lo sberleffo costante nei confronti dell'industria musicale (la cui epitome fu la copertina di We're only in it for the Money, caricatura del beatlesiano Sgt. Pepper's, sulla quale campeggiava anche Jimi Hendrix). Né mancano gli episodi privati, dalla frattura alla gamba causatagli da un esagitato durante un concerto, alla nascita dei quattro figli. E c'è inevitabilmente il Zappa musicista, quello in grado di scalare le classifiche con una canzone come Valley Girl, di scrivere pezzi complicatissimi come Black Page (il titolo deriva dalla quantità di nero presente sul pentagramma) o di pagare di tasca propria un'intera orchestra (la London Symphony Orchestra, mica robetta) pur di sentire eseguire la propria musica come si deve. Zappa era tutto questo e il film, pur in un montaggio serratissimo, riesce a raccontarlo: un workhaolic capace di sfornare musica a getto continuo, un genio irriverente, refrattario a qualsiasi censura, un libertario autarchico (fu il primo musicista a metter su una propria etichetta discografica) dalla dialettica sopraffina e dal carisma smisurato, il cui mito, a più di un quarto di secolo dalla sua morte, è più vivo che mai.

sabato 9 marzo 2019

Vinilici. Perchè il Vinile Ama la Musica

anno: 2018   
regia: IANNUCCI, FULVIO    
genere: documentario    
con Carlo Verdone, Mogol, Renzo Arbore, Red Ronnie, Bruno Venturini, Claudio Coccoluto, Giulio Cesare Ricci, Renato Marengo, Claudio Trotta, Elio e le Storie Tese, Gianni Sibilla, Fernando Esposito, Simona Burini, Claudio Austoni, Bruno Bavota, Sergio Burini, Alessandro Cereda, Paolo Corciulo, Lello Savonardo    
location: Italia
voto: 7,5    

Collezionisti, patiti dell'alta fedeltà, musicisti, produttori, deejay, semplici ascoltatori, giovani neofiti: per tutti loro il disco in vinile è l'emblema dell'amore per la musica, dell'attenzione all'ascolto. Ed è proprio al vecchio long playing a 33 giri che, a settant'anni dalla nascita del disco in vinile, è dedicato questo notevole documentario tratto da un'idea di Nicola Iuppariello e diretto da Fulvio Iannucci. Testimoni d'eccezione come Carlo Verdone, Mogol, Renzo Arbore e Red Ronnie raccontano aneddoti, propongono analisi, spiegano le differenze tra analogico e digitale, ci ricordano che la prima fabbrica europea di dischi era proprio italiana, azzardano una fenomenologia del nuovo sussulto di un mercato - quello del vinile, appunto - che sembrava morto e che invece oggi si attesta, in Italia, su un 10% del fatturato complessivo. Un documentario immancabile per gli appassionati di musica ma anche una piacevole rassegna che consente di sbirciare dietro le quinte della produzione di un disco, tra vecchie stampe in 78 giri, lacche, bootleg, matrici e tecnologie avanzatissime.    

mercoledì 27 febbraio 2019

Green book

anno: 2018       
regia: FARRELLY, PETER    
genere: commedia    
con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, Dimiter D. Marinov, Mike Hatton, P.J. Byrne, Joe Cortese    
location: Usa
voto: 3,5    

Siamo in America, negli anni '60. In gran parte del paese i gabinetti prevedono ancora - quando esiste - un ingresso a parte per la popolazione di colore. A cui appartiene Don Shirley (Ali), pianista di enorme talento, omosessuale, colto, ricco, laureato e alla ricerca di qualcuno che gli faccia da autista in occasione della sua tournée nel sud degli States, dove il razzismo è ancora più pronunciato che nel resto del Paese. Qual qualcuno si chiama Tony Lip Vallelonga (Mortensen). È un italoamericano dai modi ruvidi che fino al giorno prima faceva il buttafuori al Capocabana di New York, menava le mani con facilità e disprezza i neri. Ma la paga è lauta e l'occasione ghiotta. I due si metteranno in viaggio e Tony ne tornerà cambiato.
Il film che ha misteriosamente vinto la statuetta più prestigiosa che l'Academy potesse conferirle replica le assurdità di Moonlight, dimostrando che alcuni premi sono elargiti soltanto su base ideologica. Non che non sia condivisibile la morale del film: tutt'altro. Ma il problema è che Green book (dal nome che all'epoca prendevano quei vademecum che indicavano agli afroamericani a quali luoghi potessero accedere senza problemi) è pieno zeppo di stereotipi (il più fastidioso quello sulla comunità italiana, inevitabilmente mafiosa e mangiaspeghetti) e si basa su uno schema visto e stravisto: quello della strana coppia che, con l'occasione del viaggio, solidarizza fino all'amicizia, che arriva al suo Zenith la sera di natale e din don dan. Così il pubblico in cerca di buoni sentimenti un tanto al chilo gode nel farsi rifilare questa paccottiglia stracotta da un regista che nel suo curriculum annovera soltanto film come Scemo e + scemo, Tutti pazzi per Mary, Io, me & Irene, Amore a prima svista e I tre marmittoni. E che rimane saldamente ancorato a quel livello artistico.    

sabato 16 febbraio 2019

Io sono Mia

anno: 2019       
regia: DONNA, RICCARDO    
genere: biografico    
con Serena Rossi, Maurizio Lastrico, Lucia Mascino, Dajana Roncione, Antonio Gerardi, Nina Torresi, Daniele Mariani, Francesca Turrini, Fabrizio Coniglio, Gioia Spaziani, Duccio Camerini, Simone Gandolfo, Enzo Paci, Francesco Gaudiello, Lorenzo Gioielli, Guido Roncalli, Corrado Invernizzi, Edoardo Pesce    
location: Italia
voto: 3    

Era il febbraio del 1989 quando Mia Martini (Rossi), dopo un lungo periodo di eclissi e un problema alle corde vocali che le aveva arrochito la voce, tornò sulle scene per calcare il palcoscenico della più nota kermesse italiana di musica pop: quello di Sanremo. Nei giorni che precedettero la sua esibizione, Domenica Bertè (questo il suo nome all'anagrafe) concesse una lunga intervista a una giornalista (Mascino). Un'intervista che parte dall'epoca in cui, ancora adolescente, viveva in Calabria e veniva avversata dal padre, refrattario a qualsiasi sua velleità artistica. Poi il trasferimento nella capitale insieme alla sorella Loredana (Roncione), l'amicizia con Renato Zero (sotto le mentite spoglie di un certo Anthony), l'incontro col talent scout Alberto Crocetta (Gerardi), che la portò al successo grazie a un brano anticonformista come Padre davvero. Da lì iniziò una carriera che sembrava tutta in discesa e che invece presentò più di un inciampo: dai grandi successi di Piccolo uomo di Bruno Lauzi e Minuetto di Franco Califano (interpretato dal sempre eccellente Edoardo Pesce), fino alle vittorie al Festivalbar, i premi a raffica e persino una tournée con Charles Aznavour alla discesa negli inferi della maldicenza, alla tormentata storia con Ivano Fossati, qui celato nella figura di un fotografo di successo (Lastrico), la indussero, nei primi anni ottanta, a un lungo ritiro dalla scene.
Ha dell'incredibile che un film come Io sono Mia, prodotto da Rai Fiction, prima di passare in televisione abbia potuto attrarre un pubblico relativamente consistente al cinema, per di più come evento speciale. Tolte le prove di Antonio Gerardi ed Edoardo Pesce, qui non c'è la minima traccia di professionalità: attori inguardabili e inascoltabili, sviluppo prevedilissimo e persino filologico si aggiungono allo smacco di Renato Zero e Ivano Fossati, che hanno espressamente chiesto e ottenuto di non essere citati nel film. Il che la dice lunga sul livello di questo prodotto.    

martedì 5 febbraio 2019

Searching for Sugar Man

anno: 2012   
regia: BENDJELLOUL, MALIK    
genere: documentario    
con Sixto Rodriguez, Stephen 'Sugar' Segerman, Dennis Coffey, Mike Theodore, Dan DiMaggio, Jerome Ferretti, Steve Rowland, Willem Möller, Craig Bartholomew Strydom, Ilse Assmann, Steve M. Harris, Robbie Mann, Clarence Avant, Eva Rodriguez, Rodriguez, Regan Rodriguez, Sandra Rodriguez-Kennedy, Rick Emmerson, Rian Malan    
location: Sudafrica, Usa
voto: 6,5    

La storia è di quelle straordinarie: tra il 1970 e il 1972 Sixto Rodriguez, un operaio di origini messicane residente a New York, sfornò due magnifici dischi di stampo dylaniano che non ebbero alcun successo negli Stati Uniti. Caso volle che per un fortuito passaparola quegli album finirono in Sudafrica, dove vennero ristampati e venduti a milioni. I proventi di quelle vendite furono inviati a Clarence Avant - il patron della casa discografica che produsse Cold Fact e Coming from Reality - il quale non ne fece parola col diretto interessato, che - incassato l'insuccesso - riprese la sua vita di carpentiere con grande umiltà. Nel frattempo, in Sudafrica girava voce che l'uomo si fosse dato fuoco sul palco durante un concerto o, in un'altra versione, che si fosse suicidato in quell'occasione con un colpo di pistola alla testa. Ci volle tutta la caparbietà di Stephen 'Sugar' Segerman, un negoziante di dischi del Sudafrica, per ricostruire l'intera vicenda e capire come fossero andate le cose. E qui si apre un secondo capitolo ancora più sorprendente del primo, che non può essere raccontato per evitare lo spoiler.
Vincitore del premio Oscar come miglior documentario, Sugar Man è l'omologo di Alla ricerca di Vivian Maier e racconta la storia di un successo arrivato, malgrado tutto, quando Rodriguez era ancora in vita. Il caso e la curiosità sono per ambedue le storie le molle che hanno condotto alla scoperta di capolavori altrimenti sconosciuti, portati alla giusta ribalta in maniera in gran parte accidentale. Ma a Sugar Man difetta un certo schematismo documentaristico (quasi tutto imperniato su immagini di repertorio e interviste), mentre infastidisce vedere nel 1998 una popolazione totalmente bianca assistere a un concerto, a 4 anni dalla vittoria elettorale di Nelson Mandela.
Nota a margine: confidiamo che qualcuno prima o poi ci racconti anche la straordinaria vicenda di Steve Eliovson, jazzista sudafricano scomparso nel nulla dopo averci lasciato un gioiello rarissimo come Dawn Dance senza averne mai ritirato i proventi.    

domenica 20 gennaio 2019

Bohemian Rhapsody

anno: 2018       
regia: SINGER, BRYAN    
genere: biografico    
con Rami Malek, Lucy Boynton, Aidan Gillen, Joseph Mazzello, Tom Hollander, Allen Leech, Ben Hardy, Gwilym Lee, Aaron McCusker, Neil Fox-Roberts, Meneka Das, Mike Myers    
location: Regno Unito, Usa
voto: 5    

Biopic che racconta i successi dei Queen, band britannica a cavallo tra hard rock, pop ultracommerciale ed escursioni operistiche, famosissima tra gli anni '70 e gli anni '80. Ma soprattutto biopic sul suo frontman, il carismatico Freddie Mercury, pseudonimo di Farrokh Bulsara, nato in un protettorato britannico a Zanzibar e di religione zoroastriana. Nella mani del regista Bryan Singer (prima licenziato, poi riassoldato), che dopo il successo de I soliti sospetti si è fatto notare soprattutto come regista di opere di fantascienza, il film non va oltre un banalissimo compitino di assemblaggio tra ricostruzioni del repertorio della band ed escursioni nella vita privata di Freddie Mercury: un "prodotto ordinario sul piano stilistico, ridicolo e ipocrita su quello scandalistico e soprattutto assolutamente vuoto" come ha scritto Valerio Caprara su Il Mattino. La relazione con una donna con cui rimarrà amico per sempre, gli eccessi dell'eonismo portato sul palco con una formula di glam rock che faceva impazzire i suoi ammiratori e il rapporto ambiguo con il suo compagno manager, oltre alle serate all'insegna di alcol e droga, sono i soli punti di snodo di un racconto fiacchissimo, pieno di omissis e preoccupato soprattutto di passare in rassegna i successi della band (da Don't Stop Me Now a Somebody to Love e We are the champions, più, ovviamente, la canzone eponima del film), con riprese effettivamente spettacolari che trovano il loro tripudio nella fedele ricostruzione del concerto al quale i quattro presero parte in occasione del Live aid (era il 1985), quando Freddie Mercury era già malato. Sarebbe morto di Aids 6 anni più tardi, prima di venire consacrato come una della icone più inossidabili del mondo LBGT. Peccato che a impersonarlo senza alcuno charme sia l'attore di origini egiziane Rami Malek, che a partire dai 4 incisivi in più presenti nella dentatura, si limita a farne una caricatura striminzita all'interno di un film che vorrebbe essere monumentale (investimenti colossali e successo assicurato al botteghino), tutto lustrini e paillettes ma senza anima.    

domenica 13 gennaio 2019

La La Land

anno: 2016       
regia: CHAZELLE, DAMIEN    
genere: musicale    
con Ryan Gosling, Emma Stone, J.K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko, Rosemarie DeWitt, John Legend, Sonoya Mizuno, Ana Flavia Gavlak    
location: Francia, Usa
voto: 4    

Fosse stato "lui aspirante calciatore, lei aspirante velina", il pubblico italiano sarebbe andato in sollucchero per questa paccottiglia traboccante kitsch che ha fatto incetta di premi (Coppa Volpi a Venezia per la migliore attrice a Emma Stone, Oscar 2017 per miglior regia, attrice protagonista, fotografia, colonna sonora, scenografia e canzone originale). Tutto per cosa? Per una scena iniziale che, va riconosciuto, ha il suo effetto e deve essere costata un bel po' (un'infinita serie di macchine su una tangenziale losangelina è l'occasione per il primo balletto) e pochissimo altro. A partire dagli attori: Emma Stone, sguardo con l'esoftalmo perennemente corrucciato, e Ryan Gosling, che avrà anche imparato a suonare il pianoforte come si deve ma che, lavorando senza cappello, ha meno espressioni di quelle enumerate da una celeberrima battuta di Sergio Leone su Clint Eastwood. Entrambi a dir poco legnosi quando si tratta di ballare. Tra i due - lui jazzista che vorrebbe aprire un locale dove si suona musica mainstream, lei attricetta di quart'ordine che sbarca il lunario come barista - scocca la scintilla. Ma quando a lui si prospetta la possibilità di partire per una lunga tournée con la sua band, lei comincia a sconquassare le appendici pendule e se ne torna a casa dai genitori. Quando si incontrano di nuovo, cinque anni più tardi, le loro vite sono cambiate.
Tolti i cromatismi, le scenografie, qualche coreografia, alcune canzoni piuttosto indovinate, il resto di questo filmetto riproduce la stessa grana grossa del precedente film del trentenne Damien Chazelle, il pessimo Whiplash, con una trama meno che insulsa, robetta per anime belle, capaci di accontentarsi di fare sogni lasciando passare ancora una volta un messaggio reazionario (i bianchi salvano la musica dei neri...) a occhi aperti con storielline corrive come questa. Non essendo Bob Fosse né riuscendo a riprodurre quella leggerezza degna di Grease, Chazelle vorrebbe ispirarsi al musical classico. Ma Stanley Donen e Vincente Minnelli appartengono a un altro pianeta.    

mercoledì 19 dicembre 2018

Crosby, Stills & Nash & le leggende di Laurel Canyon

anno: 2009   
regia: BREWER, JON    
genere: documentario    
con David Crosby, Stephen Stills, Graham Nash, Gerry Beckley, Richard Davis, Ahmet Ertegun, David Geffen, Carl Gottlieb, John Hartmann, Danny Hutton, Mario Maglieri, Leslie Morris, Van Dyke Parks, Michelle Phillips, Ron Stone, Dallas Taylor, Leonard Waronkerm Nurit Wilde    
location: Usa
voto: 7    

"Well, I hear that Laurel Canyon / is full of famous stars, / But I hate them worse than lepers / and I'll kill them / in their cars". Così cantava Neil Young - vero convitato di pietra di questo documentario - nel 1974, in una canzone intitolata Revolution Blues. Il Laurel Canyon è il quartiere losangelino dove già tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70 andò a stabilirsi il jet set dello spettacolo  e della musica. Ed è da lì che cominciò l'avventura sghemba di Crosby, Stills e Nash (più, appunto, Young), alfieri della West Coast insieme ai Jefferson Airplane, ai Mamas and Papas e ai tanti che diedero lustro e immortalità a quella straordinaria e irripetibile stagione musicale. Il documentario di Jon Brewer ricostruisce l'avventura di CSN, con impressionante ricchezza di aneddoti, abbondanza di fotografie e materiale filmico inedito e ogni altra succulenza che possa titillare la curiosità dei fan di quel supergruppo dalle impareggiabili doti nelle armonie vocali. Le storie raccontate non eludono passaggi scomodi come quello dell'abuso di droghe, né frecciatine trasversali tra i tre componenti del gruppo eponimo a proposito della sovraesposizione di Stills nella produzione del loro primo disco (il chitarrista suonò quasi tutti gli strumenti): tutto pepe che rende ancora più avvincente un prodotto dal format televisivo. Raccomandato ai fan.
Potete scaricarlo da qui.

lunedì 3 dicembre 2018

Vero dal vivo. Francesco De Gregori

anno: 2018   
regia: BARRACO, DANIELE    
genere: documentario    
con Francesco De Gregori, Francesca Gobbi, Federico De Gregori, Marco De Gregori, Vincenzo 'Chips' LOmbi, Guido Guglielminetti, Paolo Giovenchi, Alessandro Valle, Carlo Gaudiello, Francesca Rapetti, Roberto Izzo, Stefano Cabrera, Raffaele Rebaudengo    
location: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Regno Unito, Usa
voto: 2    

Potrebbe chiamarsi La strategia dell'imbucato o anche Elegia del tabagismo quest'oggetto mostruoso dalle vaghe sembianze filmiche che riprende il cantautore Francesco De Gregori nel corso di una sua tournée in Europa e negli Stati Uniti. Già, perché il regista Daniele Barracco sembra essere stato accolto come un ospite indesiderato tra alberghi, pullman e backstage dei teatri dove il musicista romano si è esibito, tanto sono espressivi e perentori gli sguardi in cagnesco che De Gregori rivolge in macchina. Il ritratto che esce da questo breve documentario, presentato al Festival del cinema di Roma, ma senza un vero sbocco in sala, non aggiunge una sola virgola a quanto già si sapeva dell'autore di canzoni come La donna cannone, Rimmel e Alice non lo sa. Al contrario, il profilo umano di De Gregori ne risulta addirittura peggiore di quanto non sia apparso in occasioni analoghe (Banana Republic, Finestre rotte: erano già due i documentari che lo celebravano): un tabagista che cerca ogni occasione per fumare, scostante, antipatico, accompagnato da una moglie - Francesca Gobbi - che, potendo, è persino più accigliata di lui, con quella mutria ingrugnita costantemente stampata sul volto. E anche la musica non ci fa una gran figura, soprattutto se questa deve essere la versione scodellata a chi non conosce le prodezze di scrittura di De Gregori: si insiste moltissimo, anche per lanciare la sciagurata operazione commerciale del singolo venduto a 1200 euro, sul tradizionale napoletano Anema e core, propinato in tutte le salse dai due coniugi, mentre viene lasciato pochissimo spazio alla produzione autografa del cantautore romano: un accenno di Generale e frammenti quasi impercettibili di canzoni minori come Buenos Aires e Deriva. Né aiutano le interviste svogliate rivolte ai compagni della band o l'aspetto da malato terminale prelevato da Mauthausen che ritrae il protagonista, qui senza neppure la caratteristica barba: pelle e ossa di un uomo consumato da chissà cosa (è malato?) e che ha perso la bellezza scintillante che fino a vent'anni prima faceva delirare le ragazzine sotto i palchi di mezza Italia.    

sabato 22 settembre 2018

Open Land - Meeting John Abercrombie

anno: 2018   
regia: OEHRI, ARNO    
genere: documentario    
con John Abercrombie, Lisa Abercrombie, Adam Nussbaum, Gary Versace, Ric McCurdy, Al    
location: Usa
voto: 6,5    

Nel 2017, a 73 anni, il chitarrista americano John Abercrombie ci ha lasciati. Giusto in tempo affinché Arno Oehri e Oliver Primus (ma la regia è soltanto del primo) riuscissero a impacchettare questo documentario che ne raccoglie una delle ultime confessioni. Dall'amore viscerale per la musica di Bill Evans e per il chitarrismo elettrico di Wes Montgomery, fino all'appassionato confronto con un liutaio sul suono delle sue chitarre, il musicista di Port Chester ci accompagna per un'ora e mezza con la sua consueta dose di umorismo, con quella voce profonda, magnifica e sincera, con quelle venature di timidezza nascoste dietro a quei lunghi mustacchi che hanno costantemente solcato il suo volto durante tutto il suo percorso artistico, cominciato quasi per caso sostituendo sul palco George Benson ("tremavo") e arrivando ad essere uno dei nomi di punta dell'etichetta bavarese ECM, che produce il documentario. In mezzo, un mucchio di sigarette fumate una dopo l'altra, brani di un concerto del 2014 in Lichtenstein con un organ trio composto da Adam Nussabaum (imperdibile il suo punto di vista a proposito della fatica dei viaggi durante i tour) e Gary Versace (fu proprio con un organ trio che Abercrombie esordì come bandleader con lo splendido Timeless, nel 1974, in compagnia di Jan Hammer e Jack DeJohnette). Immagini metropolitane e naturalistiche interrompono con la giusta cadenza il flusso narrativo per lasciare spazio alla musica (Within A Song, Banshee, 39 Steps, Class Trip), per poi tornare ai racconti penetranti e sinceri di quest'uomo aperto e fantasioso, che davanti alle macchina da presa ci racconta anche di quando perse tutto - chitarre comprese - nell'occasione in cui la sua casa bruciò. Lui e sua moglie Lisa - insieme per 33 anni - si salvarono. Ma non seppero mai se il loro gatto si salvò o finì nel rogo.    

domenica 29 luglio 2018

Sing Street

anno: 2016   
regia: CARNEY, JOHN    
genere: commedia    
con Ferdia Walsh-Peelo, Lucy Boynton, Jack Reynor, Maria Doyle Kennedy, Aidan Gillen, Kelly Thornton, Ian Kenny, Ben Carolan, Percy Chamburuka, Mark McKenna, Don Wycherley, Des Keogh, Kian Murphy, Marcella Plunkett, Vera Nwabuwe, Conor Hamilton, Karl Rice, Tony Doyle (II), Keith McErlean, Peter Campion, Lydia McGuinness, Eva-Jane Gaffney    
location: Irlanda, Regno Unito, Usa
voto: 6,5

Pur di far colpo su una ragazza (Boynton) di un anno più grande di lui, il quindicenne Conor (Walsh-Peelo) mette su una band musicale: un progetto nato quasi per caso, che si trasforma in un'enorme opportunità per fare fronte al bullismo di qualche compagno, al dispotismo del direttore dell'istituto scolastico e ai continui litigi tra padre e madre.
Dopo l'acclamato Once, l'irlandese John Carney gira un film sotto forma di racconto di formazione che è un tributo alla musica pop degli anni '80 - quella che vide affermarsi gruppi come i Duran Duran, Spandau Ballet, Hall & Oates, The Cure e i Clash, tutti infilati nella colonna sonora - carico di leggerezza e ottimismo. Sing Street è infatti un teen movie sentimentale che concede moltissimo spazio alla musica, puntando sulla metafora di Londra come terra promessa per i dublinesi che all'epoca se la passavano piuttosto male. Se la parte di film ambientata a scuola o quella che dà conto delle prove per le canzoni e per i video (siamo in piena esplosione del videoclip musicale) possono dirsi assai originali e pienamente riuscite, altrettanto non può dirsi per la lunga sottotrama sentimentale, che si avventura in un pistolotto sul riscatto del fratello maggiore del protagonista, che vive vicariamente l'affermazione di quest'ultimo.    

domenica 20 maggio 2018

Nico, 1988

anno: 2017       
regia: NICCHIARELLI, SUSANNA    
genere: biografico    
con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca, Sandor Funtek II, Thomas Trabacchi, Karina Fernandez, Calvin Demba    
location: Italia, Belgio
voto: 1,5    

Nico (Dyrholm), al secolo Christa Päffgen, fu una bellissima ragazza tedesca nota più per i suoi flirt (tra cui quello con Alain Delon) e per la sua frequentazione della Factory di Andy Warhol che per il suo scarsissimo talento musicale. Susanna Nicchiarelli (Cosmonauta, La scoperta dell'alba) conferma la sua estraneità alle basi minime del cinema costruendole addosso un biopic anomalo che si concentra sugli ultimi tre anni di vita della ex-modella nonché cantante dei Velvet Underground. Lo fa attraverso un racconto completamente destrutturato in vaga forma di road movie, dal quale emergono la perseveranza nell'uso e nell'abuso dell'eroina, il tentativo di un'impossibile carriera solista - tra locali di quart'ordine semideserti e band di supporto formate da dilettanti -, la recalcitranza alle "solite" interviste nelle quali le veniva fatta sempre la stessa domanda a proposito del suo passato con i Velvet Underground e il difficile rapporto con il figlio (Funtek), affidato ai nonni a soli 4 anni.
Con un budget ridottissimo e ancora meno idee, la Nicchiarelli confeziona un film di estenuante lentezza, inutilmente verboso, con inquadrature fisse e luci piatte, scardinando i crismi consueti del film biografico ma riuscendo a non appassionarci al personaggio neppure per un minuto a dispetto della bravura della protagonista, la danese Trine Dyrholm, vista nei film di Susanne Bier e Thomas Vinterberg. L'unica nota di merito sono i riadattamenti sonori di Gatto Ciliegia contro il Grande Freddo e le interpretazioni della stessa Dyrholm, simili all'originale in maniera impressionante.
Dimenticavo: Nico morì a soli 49 anni, cadendo dalla bicicletta.    

domenica 15 aprile 2018

Crazy heart

anno: 2009       
regia: COOPER, SCOTT   
genere: drammatico   
con Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Ryan Bingham, James Keane, Anna Felix, Paul Herman, Tom Bower, Beth Grant, Rick Dial, Debrianna Mansini, Jerry Handy, Jack Nation, Ryil Adamson, J. Michael Oliva, David Manzanares, Colin Farrell, Chad Brummett, José Marquez, LeAnne Lynch, William Marquez, Richard W. Gallegos, Brian Gleason, Harry Zinn, Josh Berry, William Sterchi    
location: Usa
voto: 6,5   

Nel corso di una tournée in New Mexico tra sale da bowling e locali di quart'ordine, Bad Blake (Bridges) - che un tempo era una stella della musica country - conosce la giornalista Jean (Gyllenhaal) in occasione di un'intervista. L'incontro con la giovane donna, sola e con un figlio di quattro anni a carico, costituirà per lui il viatico per una personale redenzione e per affrancarsi dall'alcol e da tutti i fallimenti matrimoniali che si è lasciato alle spalle.
Al suo esordio dietro la macchina da presa, lo sceneggiatore Scott Cooper licenzia un film piuttosto convenzionale, "d'attore", non a caso capace di fruttare a un eccellente Jeff Bridges il primo, meritatissimo Oscar della sua carriera. Ambientato in un'America che sembra quella ritratta da Hopper - tra stazioni di servizio e motel fatiscenti - Crazy heart si divide tra una prima parte prevalentemente ambientata nei locali dove si esibisce il protagonista e una seconda nella quale prende corpo la relazione con la giornalista. Raccontato in forma di road movie con tanto di chiosa del maestro costretto a fare da spalla al proprio allievo (Farrell), il film risente di un eccesso di manierismo, probabilmente da ricercare nel soggetto originale (di Thomas Cobb) che infila una trama imperniata sull'antieroe maudit, già letta e sentita troppe volte.