martedì 3 febbraio 2026

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

anno: 2026
regia: SIMONE MANETTI
genere: documentario
con Paola e Claudio Regeni
nazionalità: Italia
voto: 7,5

Chiunque abbia indossato un braccialetto giallo con su scritto "verità per Giulio Regeni" o abbia seguito un telegiornale conosce questa storia. Che è quella, atroce, di Giulio Regeni, partito da Cambridge per compiere una ricerca sui venditori ambulanti egiziani, sparito al Cairo il 26 gennaio 2016. Scambiato, in malafede, per una spia (erano passati appena cinque anni dalla rivolta di piazza Tahrir e c'era in giro un'aria paranoica), il ragazzo viene torturato in una maniera che fa male solo a sentirla nei racconti, roba che nemmeno Torquemada, per poi essere ucciso. Il film di Simone Manetti - una predilezione per i documentari biografici: vedi alla voce Pippa Bacca - ricostruisce quella vicenda, rimettendo in fila i fatti e le parole, servendosi di materiali di risulta, compreso il video girato di nascosto dal sindacalista che lo aveva segnalato, ma anche delle udienze in aula di quel processo infinito (e di interessi economici italiani), osteggiato da al-Sisi, al punto da costringere l'allora presidente del consiglio Renzi a compiere quello che forse è stato l'unico atto responsabile della sua carriera politica: richiamare l'ambasciatore italiano al Cairo (ci penserà quel democristiano di Gentiloni, bontà sua, a far tornare tutto come prima). Tra depistaggi, messinscene, false testimonianze, connivenza da parte della televisione araba e controaccuse, il giovane friulano non ha trovato pace nemmeno da morto. Ma il fatto che qualcuno si sia preso la briga di dedicargli un film e che tanta parte della società civile continui a combattere affinché la verità venga a galla è un segno positivo per i familiari di Regeni, per l'avvocata Alessandra Ballerini che li sostiene e per il cinema.

giovedì 1 gennaio 2026

Tempi obliqui

anno: 2025
regia: MARINA CIAMPI
genere: documentario
con Franco Ferrarotti, gli studenti e le studentesse dell'università La Sapienza di Roma
nazionalità: Italia
voto: 6
 

Che cosa è stata l'esperienza della pandemia per chi l'ha attraversata in adolescenza, in quella fase di piena formazione in cui tutti gli orizzonti sembrano possibili? Prova a raccontarcelo Marina Ciampi, sociologa all'Università di Roma, che insieme al collega Tito Marci firma un breve documentario costruito sulle testimonianze di ragazze e ragazzi che quel tempo l'hanno vissuto sulla propria pelle. Nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe essere un ritratto corale di una generazione capace di trasformare il trauma in riflessione condivisa; sullo schermo, però, ne esce un mosaico da cui emergono sempre gli stessi tasselli: corpo, identità, solitudine, riflessione, rallentamento della frenesia quotidiana. Tutto scorre senza veri picchi né sussulti e risulta, in sostanza, piuttosto monocorde. La ragione va forse ricercata in una serie di domande poco incisive, incapaci di sollecitare risposte all'altezza, che alla fine producono una marmellata tiepida e omogenea, più da video istituzionale che da indagine sociologica. Non aiuta il salmodiare di Franco Ferrarotti, che puntando tutto sulla prosodia finisce per sembrare la parodia di se stesso e, dall'alto della sua statura intellettuale, aggiunge ben poco a quanto il senso comune ha già sedimentato al bar sotto casa. Va meglio sul versante della forma: la fotografia di Carlo Boni garantisce all'esordiente regista qualche gallone di professionalità. Si droneggia a tutto spiano, la città eterna appare deserta nel primo lockdown e a queste immagini da ente del turismo si affiancano le riprese frontali, di spalle e di profilo dei tanti giovanissimi testimoni, ritratti in aule vuote con l'aria composta di chi ha studiato la parte. Belle facce, le facce del domani. E qui il film trova il suo momento migliore. Peccato che, alla fine, resti la sensazione di aver assistito a un solenne "documento sulla pandemia" in cui, paradossalmente, di sociologia ce n'è poca o nulla.

mercoledì 16 aprile 2025

The Brutalist

regia: BRADY CORBET
genere: drammatico
con Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Isaach De Bankolé, Alessandro Nivola, Ariane Labed, Michael Epp, Emma Laird, Jonathan Hyde, Peter Polycarpou, Maria Sand, Salvatore Sansone, Zephan Hanson Amissah, Charlie Esoko, Levente Orbán, Benett Vilmányi, Peter Deutsch, Abigél Szõke, Daniel Washington, András Borgula, Zsolt Páll, Anna Mészöly, Mariann Hermányi, Nick Wittman, Robert Jackson, Peter Linka, Jeremy Wheeler, Stephen Saracco, Jaymes Butler, David Puskas, Laurent Winkler, Hermina Fátyol, Dóra Sztarenki, Natalie Shinnick, Viktor Heiczman
nazionalità: USA
voto: 8,5
anno: 2024

Fuggito dall'Ungheria nel secondo dopoguerra a seguito delle persecuzioni contro gli ebrei, l'architetto László Toth (interpretato da un Adrien Brody monumentale, giustamente premiato con l'Oscar) ripara negli Stati Uniti. Qui viene dapprima accolto da un cugino (Nivola) che poi lo allontana accampando scuse; quindi, entra nell'orbita di un miliardario (Ritchie) che vuole costruire un gigantesco centro culturale in memoria della madre, in Pennsylvania. Per László, che nel frattempo si è ricongiunto con l'amatissima moglie (Jones), quel progetto diventerà la sua ossessione, mettendolo davanti alla mostruosità del potere capitalista.
Brady Corbet firma un'opera titanica (tre ore e venti di durata) dal respiro epico. The Brutalist è uno di quei film che ritrovano l'ambizione del grande cinema americano dei maestri del passato, un lavoro palpitante che esprime senza risparmio di mezzi la potenza dell'arte in un mondo dominato da plutocrati senza scrupoli. Il gigantismo dell'opera che Toth intende costruire è infatti pari alla hybris del regista che, incurante del budget, riesce a realizzare un film che finisce per sembrare una storia vera, pur non essendolo (e con una sinistra omonimia tra il protagonista e il killer che sfregiò la pietà di Michelangelo nel 1972). Quella di Corbet, vero maverick della settima arte (obbligatorio l'accostamento, per maestosità della messa in scena, con il Fitzcarraldo di Herzog) è una parabola morale e iconoclasta sul potere corruttivo del denaro, un'opera innanzitutto politica, potentissima, che non fa sconti al sordido modo di avvicinarsi all'arte anche da parte di chi avrebbe gli strumenti culturali per accostarla.
Leone d'argento per la migliore regia alla mostra di Venezia (2024).

lunedì 7 aprile 2025

Le assaggiatrici

anno: 2025
regia: SILVIO SOLDINI
genere: storico
con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun, Emma Falck, Esther Gemsch, Jürgen Wink, Olga von Luckwald, Berit Vander, Kriemhild Hamann, Thea Rasche, Boris Aljinovic, Nicolo Pasetti, Marco Boriero
nazionalità: Italia, Belgio, Svizzera
voto: 6,5

È l'autunno del 1943. La Germania è in ginocchio, cibo non se ne trova. Il Führer si è trasferito in una zona in mezzo ai boschi, sul confine orientale. È lì che Rosa (Schlott), giunta da Berlino, aspetta il ritorno dal fronte del marito, rifugiandosi nella casa dei suoceri. La prossimità con il luogo dove è di stanza Hitler fa sì che - in un cortocircuito paradossale in cui il desiderio del cibo si trasforma in paura - la ragazza venga forzatamente reclutata, insieme ad altre sei, come assaggiatrice del cibo destinato al tiranno, in modo da scongiurare ogni possibile tentativo di avvelenamento nei confronti di quest'ultimo.
Da una storia vera, raccontata poco prima della morte dall'unica sopravvissuta a quella vicenda, Rosella Postorino ha tratto spunto per il romanzo omonimo dal quale Soldini ha ricavato il film. La convivenza coatta tra donne (quasi) mai solidali tra loro, molto diverse per temperamento e temperatura del sentimento patriottico era, sulla carta, un'ottima occasione per raccontare da una prospettiva inedita le atrocità del nazismo. Con mano forse eccessivamente felpata e qualche lungaggine di troppo, il regista milanese ne ricava un melò innervato da sottotrame bozzettistiche (l'intreccio erotico della protagonista con il più feroce dei militari a presidio del Führer; l'amicizia con una donna dalla falsa identità) che dilatano il racconto senza approfondirne i contorni, affidando così ad alcuni personaggi chiave ruoli che sembrano puramente ornamentali. Le psicologie di molti dei personaggi sono infatti talmente flebili da togliere forza alle dinamiche relazionali che sono la vera chiave del film. Sembra allora di fare da spettatori a qualcosa di molto simile all'osservazione delle cavie compiute dal biologo Henri Laborit, che diventarono l'oggetto di un film culto come Mon oncle d'Amérique (Alain Resnais, 1980).

martedì 1 aprile 2025

Pino

anno: 2025
regia: FRANCESCO LETTIERI
genere: documentario
con Pino Daniele
nazionalità: Italia
voto: 2

Prima regola: diffidare sempre quando l'autore, l'ideatore o il produttore di un'opera cinematografica ha la pretesa di diventare il perno del film. Succede con ogni documentario di Kusturica, è successo con Io, noi e Gaber (lì, la figlia Dalia) e accade anche in questo tributo a Pino Daniele. Qui, infatti, Federico Vacalebre, giornalista de Il mattino di Napoli, non fa che straparlare, mettersi in favore di macchina da presa, togliere proditoriamente la parola agli intervistati, a cominciare da quelli della band che accompagnò Pino Daniele negli anni di massimo fulgore, coincidenti con il concerto del 1981 in Piazza dello Statuto (De Piscopo, Senese, Esposito, Jermano). Il sodale di Vacalebre, Francesco Lettieri - qui in cabina di regia dopo il pessimo Ultras e un altro paio di boiate - ci mette del suo, creando un film nel film con l'inserimento di videoclip di livello dilettantesco (è lui il regista dei promo di Liberato) che vorrebbero raccontare - nell'economia di appena un'ora e mezza di film - canzoni come Chillo è nu buono guaglione, Napule è, Quando, O ssaje comme fa o core e Allora sì. Il che fa capire perché la prima occasione in cui si vede Pino cantare e suonare arrivi esattamente dopo mezz'ora e il primo stralcio di intervista dopo altri dieci minuti. Nel loro delirio solipsistico, Lettieri e Valcalebre fanno l'ennesimo torto (dopo lo scadente Pino Daniele - Il tempo resterà di Giorgio Verdelli) alla memoria di uno dei mostri sacri della canzone d'autore italiana, mostrando quanto l'ipertrofia dell'ego, mescidata con l'opportunismo dell'operazione commerciale (uno scarto recuperato da Alex Daniele, figlio di Pino, e consegnata ai due autori aspira a essere l'asso nelle manica), possa produrre risultati ben oltre la soglia del ridicolo.

domenica 15 dicembre 2024

n-Ego

anno: 2024
regia: ELEONORA DANCO
genere: sperimentale
con Eleonora Danco, Antonio Bannò, Luca Gallone, Federico Majorana, Filippo Timi, Elio Germano
nazionalità: Italia
voto: 8,5

Vestita in latex rosso, con un'asta per flebo perennemente in mano e un collant calato sul volto alla maniera dei rapinatori, per le strade del centro di Roma si aggira una donna che cerca di carpire i segreti di persone - quasi tutte in quell'età di mezzo che sta tra i trenta e i sessanta - avvicinate per caso. Sono gli "attivi", gruppo sociale complementare a giovanissimi e anziani che - dieci anni prima - fondavano il nucleo del primo film di Eleonora Danco, N-Capace. In questa opera seconda il meccanismo è lo stesso, venendo così a mancare l'effetto sorpresa di un film pur sperimentale, spiazzante, vitalissimo, pieno zeppo di idee e privo di un centro: quello di un'alternanza tra brandelli d'intervista (con la voce della protagonista che rimane sempre fuori campo) e alcuni geniali still life composti da umani che si producono in messe in scena a dir poco stravaganti, mentre lei caracolla per le strade capitoline (ma ci sono anche Terracina e Sperlonga) o si fa trovare sdraiata in mezzo alla strada. Alla stregua del suo teatro, tutto concentrato sulla dimensione egotica di un'esistenza inquieta, il suo è un cinema prendere-o-lasciare: urticante, scomodo, con tracce di espressionismo e rimandi a De Chirico, impertinente ("Ti masturbi?"), ma efficacissimo nel restituire uno spaccato di umanità a tema - stavolta, quello delle difficoltà dell'età in cui (quasi sempre) si lavora - che dice molto di più di tanta ricerca etnografica e di molta sociologia. Questo grazie soprattutto a un lavoro eccellente sul casting (ma stavolta ci sono anche due attori professionisti come Filippo Timi ed Elio Germano), che porta sullo schermo personaggi dai volti scolpiti, le cui vite sono altrettanti romanzi. Per cui, prendere, sempre prendere, anche a costo di uscire dalla sala con un gigantesco punto interrogativo.