mercoledì 18 settembre 2013

Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini

anno: 2013       
regia: SCOLA, ETTORE
genere: biografico
con Tommaso Lazotti, Maurizio De Santis, Giacomo Lazotti, Giulio Forges Davanzati, Ernesto D'Argenio, Emiliano De Martino, Fabio Morici, Carlo Luca De Ruggieri, Andrea Salerno, Sergio Rubini, Sergio Pierattini, Antonella Attili, Vittorio Marsiglia, Vittorio Viviani, Federico Fellini
location: Italia
voto: 5

Dieci anni dopo la sua ultima impresa cinematografica, il fiacco Gente di Roma, Ettore Scola torna dietro la macchina da presa per firmare un doppio epitaffio: quello a colui che è sempre stato considerato il più grande regista di tutti i tempi (cinque oscar in bacheca e un aggettivo, felliniano, nel vocabolario) nel ventennale della sua scomparsa e quello al cinema, ricorrendo a un metalinguaggio di cui aveva già fatto uso in Splendor. Nella sua personalissima dedica a Fellini, frutto dell'amicizia di una vita, la finzione si alterna alle immagini di repertorio, la voce originale del Maestro si sovrappone alla recitazione in playback, il racconto della parabola artistica del regista riminese viene raccordato dalle apparizioni di un narratore che irrompe sulla scena. Trasuda nostalgia e impaccio, come già era accaduto proprio nell'opera precedente, il film di Scola: tradisce l'incapacità di tenere in ordine le idee, nonostante qualche intuizione ancora guizzante (ma i tempi di C'eravamo tanto amati sono ormai lontanissimi, così come quelli del suo ultimo capolavoro, Che ora è), e la sproporzione tra le parti. Sicché gli esordi di Fellini impiegato presso la redazione romana del Marc'Aurelio (dove lavorava gente del calibro di Age & Scarpelli, Maccari, Metz & Marchesi), giornale satirico nel quale otto anni più tardi sarebbe approdato lo stesso Scola, debordano dal copione, mentre la lunga stagione passata dietro la macchina da presa o a scrivere testi per l'avanspettacolo e il cinema, sono ridotti a ben poca cosa. Nostalgico, imperfetto, molto didascalico, il film restituisce comunque la sensazione del rimpianto, i ricordi di una giovinezza epica, il rammarico per una stagione della vita ormai inesorabilmente passata.    

Papillon

anno: 1973   
regia: SCHAFFNER, FRANKLIN J.
genere: drammatico
con Steve McQueen, Dustin Hoffman, Victor Jory, Don Gordon, Anthony Zerbe, Robert Deman, Woodrow Parfrey, Bill Mumy, George Coulouris, Ratna Assan, William Smithers, Val Avery, Gregory Sierra
location: Francia, Guyana Francese, Honduras
voto: 8,5

Negli anni '20 del '900, in un carcere di massima sicurezza nella Guyana Francese, il detenuto Henri Charriere (McQueen), detto Papillon per via del tatuaggio che porta sul petto, conosce il falsario Louis Dega (Hoffman). Dichiaratosi perpetuamente innocente, Papillon tenta ripetutamente la fuga, andando ogni volta incontro a pene più atroci (l'isolamento, al buio, per cinque anni e a razione ridotta) che non lo piegano nell'animo né lo portano a tradire l'amico maneggione che, nel frattempo, si è guadagnato mansioni sempre più privilegiate. Tenterà ancora e ancora, finirà in carcere anche in Honduras ma alla fine, fiaccato nel fisico e con i segni del logorio sul volto, continuerà i suoi disperati tentativi di fuga.
Pietra miliare del genere carcerario, tratto dal romanzo autobiografico dello stesso Charriere, Papillon è un inno alla resistenza, un urlo durato decenni in nome della libertà e della giustizia. Tra melodramma, film d'avventura e thriller, il film rappresentò l'apice della carriera di Steve McQueen, allora richiestissimo e già reduce dai successi di Cincinnati kid, Bullit e L'ultimo buscadero. Il film andò incontro anche a una parodia, Fafallon, interpretato da Franchi e Ingrassia sotto la regia di Riccardo Pazzaglia.

domenica 15 settembre 2013

Il pianeta delle scimmie (Planet of the apes)

anno: 1968   
regia: SCHAFFNER, FRANKLIN J.
genere: fantascienza
con Charlton Heston, Roddy McDowall, Kim Hunter, Maurice Evans, James Whitmore, James Daly, Linda Harrison, Robert Gunner, Lou Wagner, Woodrow Parfrey, Jeff Burton, Buck Kartalian, Norman Burton, Wright King, Paul Lambert
location: Usa
voto:8

Viaggiando alla velocità della luce, una navicella spaziale rimane in orbita per 6 mesi, mentre sulla terra sono passati 700 anni, prima di schiantarsi in mezzo a un mare del pianeta che si apprestava a visitare. Dei tre membri maschi dell'equipaggio ne sopravvie soltanto uno (Heston), che viene intrappolato dalle scimmie parlanti che governano questo strano posto e che lo trattano come un comune animale. L'arrivo di questa "bestia" pensante e parlante mette però lo scompiglio tra i sostenitori del dogma, che si atteggiano anche a scienziati. Che sia proprio l'uomo l'anello mancante?
Fiaba apocalittica che racconta la paura del nucleare durante la guerra fredda, il film di Franklin Schaffner è un monito contro le potenzialità autodistruttive dell'uomo, con un finale che rimane scolpito nella memoria. Visto a distanza, gli effetti speciali, le scenografie, i costumi e il trucco rivelano inevitabilmente lo scorrere del tempo (Tim Burton ne girerà comunque un remake nel 1994 e Rupert Wyatt ne inventerà un geniale prequel, L'alba del pianeta delle scimmie, per spiegarci come sia stato possibile mettere le scimmie nelle condizioni di dominare sull'uomo), ma nonostante i limiti estetici Il pianeta delle scimmie rimane una pietra miliare del genere di fantascienza.

domenica 8 settembre 2013

Stelline in crisi

C'è la crisi. Quindi da oggi i voti non saranno più espressi in sesti (con 11 picchetti, da 1 a 6, passando per i mezzi voti), bensì con le stellette (da 1 a 5).
Buon proseguimento.

Below sea level

anno: 2008   
regia: ROSI, GIANFRANCO
genere: documentario
location: Usa
voto: 5

Nel deserto del New Mexico, a 40 metri sotto il livello del mare, vive una minuscola comunità di homeless. Personaggi stravaganti, drop-outs che abita in camper, roulotte o in carcasse d'auto, non ha luce, né acqua, né gas, né polizia. Grazie a una full immersion durata quattro anni, il documentarista Gianfranco Rosi ritrae questi emarginati con zelo entomologico, lasciando parlare soltanto le immagini e affidandosi alle loro parole. Tra il reduce dal Vietnam che ha cambiato sesso, dice di essersi sposata sei volte e di voler fare la parrucchiera, il tipo che ha tutta una sua filosofia sugli insetti, un ex detenuto, un ex attore di Z movies, e chi si ingegna per rendere la propria "abitazione" più confortevole possibile, ne emerge una galleria eterodossa che ha però tanto il limite di non dirci pressoché nulla su come i nostri sono arrivati a vivere in quelle condizioni e di indugiare davvero troppo su molti dettagli, al punto da arrivare a quasi due ore di durata.
Premio 'Orizzonti doc' e premio doc/it-Sicilia film commission alla 65. mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (2008).

sabato 7 settembre 2013

L'Intrepido

anno: 2013       
regia: AMELIO, GIANNI    
genere: drammatico    
con Antonio Albanese, Livia Rossi, Sandra Ceccarelli, Gabriele Rendina, Alfonso Santagata    
location: Albania, Italia
voto: 3

Antonio Pane (Albanese) ha 48 anni, vive a Milano e di mestiere fa il rimpiazzo: qualunque cosa gli capiti, anche soltanto per una manciata di ore, lui la fa: conducente di tram, operaio edile, pulitore agli stadi. Il suo sogno è vincere un concorso pubblico, quello in occasione del quale ha conosciuto una ragazza fragile (l'esordiente Livia Rossi. Ma chi  ha fatto il casting?!) e vedere realizzate le aspirazioni di suo figlio (un altro esordiente: Gabriele Rendina), giovane sassofonista di (dubbio) talento.
Se qualcuno vi ha detto o avete letto che L'intrepido (il tiolo richiama la gloriosa pubblicazione a fumetti) è la prima commedia firmata da Gianni Amelio, non fidatevi. Non bastano la faccia di Antonio Albanese né il riferimento a Chaplin per dare vis comica al film. Al contrario, è uno dei lavori più lugubri di un regista poco prolifico (13 film in 43 anni di carriera), che torna a uno dei topoi più battuti del suo cinema, quello del lavoro (da La morte al lavoro, documentario del 1978, a La stella che non c'è). Ed è anche il meno riuscito dei suoi film. Non sono sufficienti uno strepitoso Albanese, che mostra di avere una gamma espressiva ciclopica,  in Albania a cercare lavoro (a distanza di 20 da Lamerica il processo migratorio va al contrario), né la fotografia impeccabile, con alcuni magnifici quadri in movimento (la pulizia dello stadio, la ricerca delle scarpe nel sottoscala di un negozio di calzature), firmata ancora una volta dall'inarrivabile Luca Bigazzi per dare corpo a un film ischeletrito, bozzettistico, con troppi luoghi comuni (i peggiori quelli dei cronisti tv ingordi a caccia di facili testimonianze e lo sproloquio del sindacalista) e un messaggio sulla dignità del lavoro a dir poco opaco.