martedì 3 febbraio 2026

Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

anno: 2026
regia: SIMONE MANETTI
genere: documentario
con Paola e Claudio Regeni
nazionalità: Italia
voto: 7,5

Chiunque abbia indossato un braccialetto giallo con su scritto "verità per Giulio Regeni" o abbia seguito un telegiornale conosce questa storia. Che è quella, atroce, di Giulio Regeni, partito da Cambridge per compiere una ricerca sui venditori ambulanti egiziani, sparito al Cairo il 26 gennaio 2016. Scambiato, in malafede, per una spia (erano passati appena cinque anni dalla rivolta di piazza Tahrir e c'era in giro un'aria paranoica), il ragazzo viene torturato in una maniera che fa male solo a sentirla nei racconti, roba che nemmeno Torquemada, per poi essere ucciso. Il film di Simone Manetti - una predilezione per i documentari biografici: vedi alla voce Pippa Bacca - ricostruisce quella vicenda, rimettendo in fila i fatti e le parole, servendosi di materiali di risulta, compreso il video girato di nascosto dal sindacalista che lo aveva segnalato, ma anche delle udienze in aula di quel processo infinito (e di interessi economici italiani), osteggiato da al-Sisi, al punto da costringere l'allora presidente del consiglio Renzi a compiere quello che forse è stato l'unico atto responsabile della sua carriera politica: richiamare l'ambasciatore italiano al Cairo (ci penserà quel democristiano di Gentiloni, bontà sua, a far tornare tutto come prima). Tra depistaggi, messinscene, false testimonianze, connivenza da parte della televisione araba e controaccuse, il giovane friulano non ha trovato pace nemmeno da morto. Ma il fatto che qualcuno si sia preso la briga di dedicargli un film e che tanta parte della società civile continui a combattere affinché la verità venga a galla è un segno positivo per i familiari di Regeni, per l'avvocata Alessandra Ballerini che li sostiene e per il cinema.

giovedì 1 gennaio 2026

Tempi obliqui

anno: 2025
regia: MARINA CIAMPI
genere: documentario
con Franco Ferrarotti, gli studenti e le studentesse dell'università La Sapienza di Roma
nazionalità: Italia
voto: 6
 

Che cosa è stata l'esperienza della pandemia per chi l'ha attraversata in adolescenza, in quella fase di piena formazione in cui tutti gli orizzonti sembrano possibili? Prova a raccontarcelo Marina Ciampi, sociologa all'Università di Roma, che insieme al collega Tito Marci firma un breve documentario costruito sulle testimonianze di ragazze e ragazzi che quel tempo l'hanno vissuto sulla propria pelle. Nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe essere un ritratto corale di una generazione capace di trasformare il trauma in riflessione condivisa; sullo schermo, però, ne esce un mosaico da cui emergono sempre gli stessi tasselli: corpo, identità, solitudine, riflessione, rallentamento della frenesia quotidiana. Tutto scorre senza veri picchi né sussulti e risulta, in sostanza, piuttosto monocorde. La ragione va forse ricercata in una serie di domande poco incisive, incapaci di sollecitare risposte all'altezza, che alla fine producono una marmellata tiepida e omogenea, più da video istituzionale che da indagine sociologica. Non aiuta il salmodiare di Franco Ferrarotti, che puntando tutto sulla prosodia finisce per sembrare la parodia di se stesso e, dall'alto della sua statura intellettuale, aggiunge ben poco a quanto il senso comune ha già sedimentato al bar sotto casa. Va meglio sul versante della forma: la fotografia di Carlo Boni garantisce all'esordiente regista qualche gallone di professionalità. Si droneggia a tutto spiano, la città eterna appare deserta nel primo lockdown e a queste immagini da ente del turismo si affiancano le riprese frontali, di spalle e di profilo dei tanti giovanissimi testimoni, ritratti in aule vuote con l'aria composta di chi ha studiato la parte. Belle facce, le facce del domani. E qui il film trova il suo momento migliore. Peccato che, alla fine, resti la sensazione di aver assistito a un solenne "documento sulla pandemia" in cui, paradossalmente, di sociologia ce n'è poca o nulla.

mercoledì 16 aprile 2025

The Brutalist

regia: BRADY CORBET
genere: drammatico
con Adrien Brody, Felicity Jones, Guy Pearce, Joe Alwyn, Raffey Cassidy, Stacy Martin, Isaach De Bankolé, Alessandro Nivola, Ariane Labed, Michael Epp, Emma Laird, Jonathan Hyde, Peter Polycarpou, Maria Sand, Salvatore Sansone, Zephan Hanson Amissah, Charlie Esoko, Levente Orbán, Benett Vilmányi, Peter Deutsch, Abigél Szõke, Daniel Washington, András Borgula, Zsolt Páll, Anna Mészöly, Mariann Hermányi, Nick Wittman, Robert Jackson, Peter Linka, Jeremy Wheeler, Stephen Saracco, Jaymes Butler, David Puskas, Laurent Winkler, Hermina Fátyol, Dóra Sztarenki, Natalie Shinnick, Viktor Heiczman
nazionalità: USA
voto: 8,5
anno: 2024

Fuggito dall'Ungheria nel secondo dopoguerra a seguito delle persecuzioni contro gli ebrei, l'architetto László Toth (interpretato da un Adrien Brody monumentale, giustamente premiato con l'Oscar) ripara negli Stati Uniti. Qui viene dapprima accolto da un cugino (Nivola) che poi lo allontana accampando scuse; quindi, entra nell'orbita di un miliardario (Ritchie) che vuole costruire un gigantesco centro culturale in memoria della madre, in Pennsylvania. Per László, che nel frattempo si è ricongiunto con l'amatissima moglie (Jones), quel progetto diventerà la sua ossessione, mettendolo davanti alla mostruosità del potere capitalista.
Brady Corbet firma un'opera titanica (tre ore e venti di durata) dal respiro epico. The Brutalist è uno di quei film che ritrovano l'ambizione del grande cinema americano dei maestri del passato, un lavoro palpitante che esprime senza risparmio di mezzi la potenza dell'arte in un mondo dominato da plutocrati senza scrupoli. Il gigantismo dell'opera che Toth intende costruire è infatti pari alla hybris del regista che, incurante del budget, riesce a realizzare un film che finisce per sembrare una storia vera, pur non essendolo (e con una sinistra omonimia tra il protagonista e il killer che sfregiò la pietà di Michelangelo nel 1972). Quella di Corbet, vero maverick della settima arte (obbligatorio l'accostamento, per maestosità della messa in scena, con il Fitzcarraldo di Herzog) è una parabola morale e iconoclasta sul potere corruttivo del denaro, un'opera innanzitutto politica, potentissima, che non fa sconti al sordido modo di avvicinarsi all'arte anche da parte di chi avrebbe gli strumenti culturali per accostarla.
Leone d'argento per la migliore regia alla mostra di Venezia (2024).

lunedì 7 aprile 2025

Le assaggiatrici

anno: 2025
regia: SILVIO SOLDINI
genere: storico
con Elisa Schlott, Max Riemelt, Alma Hasun, Emma Falck, Esther Gemsch, Jürgen Wink, Olga von Luckwald, Berit Vander, Kriemhild Hamann, Thea Rasche, Boris Aljinovic, Nicolo Pasetti, Marco Boriero
nazionalità: Italia, Belgio, Svizzera
voto: 6,5

È l'autunno del 1943. La Germania è in ginocchio, cibo non se ne trova. Il Führer si è trasferito in una zona in mezzo ai boschi, sul confine orientale. È lì che Rosa (Schlott), giunta da Berlino, aspetta il ritorno dal fronte del marito, rifugiandosi nella casa dei suoceri. La prossimità con il luogo dove è di stanza Hitler fa sì che - in un cortocircuito paradossale in cui il desiderio del cibo si trasforma in paura - la ragazza venga forzatamente reclutata, insieme ad altre sei, come assaggiatrice del cibo destinato al tiranno, in modo da scongiurare ogni possibile tentativo di avvelenamento nei confronti di quest'ultimo.
Da una storia vera, raccontata poco prima della morte dall'unica sopravvissuta a quella vicenda, Rosella Postorino ha tratto spunto per il romanzo omonimo dal quale Soldini ha ricavato il film. La convivenza coatta tra donne (quasi) mai solidali tra loro, molto diverse per temperamento e temperatura del sentimento patriottico era, sulla carta, un'ottima occasione per raccontare da una prospettiva inedita le atrocità del nazismo. Con mano forse eccessivamente felpata e qualche lungaggine di troppo, il regista milanese ne ricava un melò innervato da sottotrame bozzettistiche (l'intreccio erotico della protagonista con il più feroce dei militari a presidio del Führer; l'amicizia con una donna dalla falsa identità) che dilatano il racconto senza approfondirne i contorni, affidando così ad alcuni personaggi chiave ruoli che sembrano puramente ornamentali. Le psicologie di molti dei personaggi sono infatti talmente flebili da togliere forza alle dinamiche relazionali che sono la vera chiave del film. Sembra allora di fare da spettatori a qualcosa di molto simile all'osservazione delle cavie compiute dal biologo Henri Laborit, che diventarono l'oggetto di un film culto come Mon oncle d'Amérique (Alain Resnais, 1980).

martedì 1 aprile 2025

Pino

anno: 2025
regia: FRANCESCO LETTIERI
genere: documentario
con Pino Daniele
nazionalità: Italia
voto: 2

Prima regola: diffidare sempre quando l'autore, l'ideatore o il produttore di un'opera cinematografica ha la pretesa di diventare il perno del film. Succede con ogni documentario di Kusturica, è successo con Io, noi e Gaber (lì, la figlia Dalia) e accade anche in questo tributo a Pino Daniele. Qui, infatti, Federico Vacalebre, giornalista de Il mattino di Napoli, non fa che straparlare, mettersi in favore di macchina da presa, togliere proditoriamente la parola agli intervistati, a cominciare da quelli della band che accompagnò Pino Daniele negli anni di massimo fulgore, coincidenti con il concerto del 1981 in Piazza dello Statuto (De Piscopo, Senese, Esposito, Jermano). Il sodale di Vacalebre, Francesco Lettieri - qui in cabina di regia dopo il pessimo Ultras e un altro paio di boiate - ci mette del suo, creando un film nel film con l'inserimento di videoclip di livello dilettantesco (è lui il regista dei promo di Liberato) che vorrebbero raccontare - nell'economia di appena un'ora e mezza di film - canzoni come Chillo è nu buono guaglione, Napule è, Quando, O ssaje comme fa o core e Allora sì. Il che fa capire perché la prima occasione in cui si vede Pino cantare e suonare arrivi esattamente dopo mezz'ora e il primo stralcio di intervista dopo altri dieci minuti. Nel loro delirio solipsistico, Lettieri e Valcalebre fanno l'ennesimo torto (dopo lo scadente Pino Daniele - Il tempo resterà di Giorgio Verdelli) alla memoria di uno dei mostri sacri della canzone d'autore italiana, mostrando quanto l'ipertrofia dell'ego, mescidata con l'opportunismo dell'operazione commerciale (uno scarto recuperato da Alex Daniele, figlio di Pino, e consegnata ai due autori aspira a essere l'asso nelle manica), possa produrre risultati ben oltre la soglia del ridicolo.

domenica 15 dicembre 2024

n-Ego

anno: 2024
regia: ELEONORA DANCO
genere: sperimentale
con Eleonora Danco, Antonio Bannò, Luca Gallone, Federico Majorana, Filippo Timi, Elio Germano
nazionalità: Italia
voto: 8,5

Vestita in latex rosso, con un'asta per flebo perennemente in mano e un collant calato sul volto alla maniera dei rapinatori, per le strade del centro di Roma si aggira una donna che cerca di carpire i segreti di persone - quasi tutte in quell'età di mezzo che sta tra i trenta e i sessanta - avvicinate per caso. Sono gli "attivi", gruppo sociale complementare a giovanissimi e anziani che - dieci anni prima - fondavano il nucleo del primo film di Eleonora Danco, N-Capace. In questa opera seconda il meccanismo è lo stesso, venendo così a mancare l'effetto sorpresa di un film pur sperimentale, spiazzante, vitalissimo, pieno zeppo di idee e privo di un centro: quello di un'alternanza tra brandelli d'intervista (con la voce della protagonista che rimane sempre fuori campo) e alcuni geniali still life composti da umani che si producono in messe in scena a dir poco stravaganti, mentre lei caracolla per le strade capitoline (ma ci sono anche Terracina e Sperlonga) o si fa trovare sdraiata in mezzo alla strada. Alla stregua del suo teatro, tutto concentrato sulla dimensione egotica di un'esistenza inquieta, il suo è un cinema prendere-o-lasciare: urticante, scomodo, con tracce di espressionismo e rimandi a De Chirico, impertinente ("Ti masturbi?"), ma efficacissimo nel restituire uno spaccato di umanità a tema - stavolta, quello delle difficoltà dell'età in cui (quasi sempre) si lavora - che dice molto di più di tanta ricerca etnografica e di molta sociologia. Questo grazie soprattutto a un lavoro eccellente sul casting (ma stavolta ci sono anche due attori professionisti come Filippo Timi ed Elio Germano), che porta sullo schermo personaggi dai volti scolpiti, le cui vite sono altrettanti romanzi. Per cui, prendere, sempre prendere, anche a costo di uscire dalla sala con un gigantesco punto interrogativo.

sabato 9 dicembre 2023

Il fornaio (The Baker)

anno: 2022
regia: JONATHAN SOBOL
genere: thriller

con Ron Perlman, Harvey Keitel, Elias Koteas, Joel David Moore, Varun Saranga, Emma Ho, Ronnie James Hughes, Amber Ashley Smith, Samantha Kaine, Caroline Raynaud, Vincent Bouillon, Dax Ravina, Paolo Mancini, Adam Moryto, Ben Milord, Marc David, Yann Brouet, Vincent 
Bersoulle, Ashley Crowe, Jim Wrigley, Michael McLaughlin, Chelsea Flynn, Adam Slobidian, Billy Paquin, Meliza Abril, Damián Vázquez, Larissa Iwazaki, Todd Shipster, Leroy Rodriquez, Jasper Nielson, Sonia Sajnani, Bob Moseley, Ella Rahmani, Ashley Roque, Jeton Bennett, Lloyd Barker, Alexis Germain, Bodhi Eryou, Teri Bilewitch, Chad Modden, Kaia Lilford, Trish Langfitt, Amber Smith
nazionalità: USA
voto: 4

Un anziano ex graduato delle forze speciali (Perlman) si trova costretto a rispolverare il suo repertorio di arti marziali quando il figlio (Moore), che non vede da anni, si fa coinvolgere in una brutta storia di traffico di droga. All'uomo, che nel frattempo conduce una tranquilla vita da fornaio, viene così lasciata in "eredità" la nipote (Emma Ho), una ragazzina cleptomane, inaffidabile, testarda e petulante, nonostante il mutismo autoimposto. Il vecchio si troverà così a doversela vedere con i malavitosi e a prendersi cura della bambina.
Solito film fracassone made in USA, che consegna al corpulento settantenne Ron Perlman l'indiscusso ruolo di protagonista. Siamo dalle parti dei millanta film interpretati da Liam Neeson, con la differenza che qui botte e sganassoni vengono solubilizzati nel Grand Guignol, la trama è ridotta al minimo sindacale, i siparietti tra nonno e nipote sono tanto stucchevoli quanto indigesti e allo spettatore viene negato anche il gusto di scene action all'altezza della situazione. Che poi è l'unico motivo per cui si mette il cervello in naftalina per un paio d'ore.

sabato 22 aprile 2023

As bestas - La terra della discordia

anno: 2022
regia: RODRIGO SOROGOYEN
genere: thriller
con Denis Ménochet, Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido, Marie Colomb, Luisa Merelas, José Manuel Fernández y Blanco, Federico Pérez Rey, Javier Varela, Xavier Estévez nazionalità: Spagna, Francia
voto: 8

Antoine (Menochet) ha smesso di insegnare in Francia per andare a vivere con sua moglie (Foïs) tra le montagne della Galizia. È qui che la coppia intende stare a contatto con la natura, coltivando un orto e ristrutturando le case abbandonate del posto, nella speranza che quel luogo possa un giorno ripopolarsi. Ma i nuovi arrivati non piacciono a due fratelli, loro vicini di casa, che leggono la mancata sottoscrizione della vendita di quei terreni a una compagnia per l'energia eolica come una grande occasione sprecata. I rapporti tra Antoine e i vicini si fanno sempre più tesi, fino a quando non accade l'inevitabile. E qui - senza spoilerare oltre - il film diventa un altro film, nel quale la rabbia lascia spazio alla riflessione, l'impazienza alla pazienza, l'impulso alla ragione, lo scontro alla cura.
Dopo il notevole Il regno, Rodrigo Sorogoyen - che ha scritto il copione a quattro mani con Isabel Peña - firma un apologo sulla dialettica impossibile tra natura e cultura. Quelle che in apparenze sono solo scaramucce, viziate dalla xenofobia, tra vicini di casa, filtrate attraverso il prisma della cultura - che per i villain del posto si traducono in parlantina, manipolazione, supponenza - diventano una forma di lotta di classe. E se nulla può il civilissimo ex professore, ben altro risultato raggiunge lo stoicismo con cui sua moglie affronta la questione, con una sfida dialettica che - in una delle tre scene madri del film - si sposta sul confronto con la figlia civilizzatissima, ma protesa ad abbracciare tutt'altri valori e a dare un senso assai diverso alla parola amore. Servito da un cast in stato di grazia e girato benissimo - tra campi lunghissimi, primissimi piani e riprese a macchina ferma - As bestas (dal nome di una festa galiziana con cui gli autoctoni cercano di tagliare la criniera ai cavalli immobilizzandoli con la sola forza fisica, come nella scena che apre il film) è un film potente, stratificato, che - a partire dal modello di film come Cane di paglia e L'inquilino del terzo piano - si presta a una lettura complessa dei rapporti umani, per i quali civiltà e denaro possono essere valori profondamente diseguali.

martedì 3 gennaio 2023

Chet is Back - Chet Baker in Italia

anno: 2018
regia: NELLO CORREALE
genere: documentario
con Chet Baker, Fabrizio Bosso, Lars Bloch, Enrico Intra, Maurizio Giammarco, Carla Marcotulli, Rita Marcotulli, Phil Markowitz, Massimo Nunzi, Marco Patrignani, Enrico Pieranunzi, Lillo Quaratino, Enrico Rava, Eugenio Rubei, Mario Cantini, Franco Cerri, Nicola Stilo, Giovanni Tommaso, Mauro Zazzarini
nazionalità: Italia
voto: 6 

Prima di morire, precipitando da un albergo di Amsterdam, il grande trombettista jazz Chet Baker per un periodo visse anche in Italia (e a Roma), dove si esibì con molti musicisti italiani. I quali raccontano il mito, le sue traversie, la sua poetica, in un documentario che, con l'immancabile found footage e stralci dai concerti d'epoca, annovera molte testimonianze e qualche ritaglio di intervista allo stesso Baker, musicista maudit con tanti problemi con l'eroina, ma capace di padroneggiare anche la lingua italiana.


venerdì 2 dicembre 2022

Overdose

anno: 2022
regia: OLIVIER MARCHAL
genere: poliziesco
con Sofia Essaïdi, Assaad Bouab, Alberto Ammann
voto: 6,5
location: Francia

Tra la Catalogna e la Francia, alcuni poliziotti attendono di prendere con le mani nel sacco un gruppo di narcotrafficanti senza scrupoli che stanno per scambiare una enorme partita di droga. Tra loro, un infiltrato e un assassino di due bambini di cui le analisi del DNA non hanno ancora rivelato l'identità. L'operazione si rivelerà ben più difficile del previsto e la conta dei morti salirà ora dopo ora.
Dedicato a Jean-Paul Belmondo - da poco scomparso - il film dell'ex poliziotto Olivier Marchal ritrova i fasti di 36 Quai des Orfevres e L'ultima missione con un polar crudo, parecchio contorto nella narrazione e violentissimo, nel quale non si fa alcuno sconto alla sensibilità dello spettatore. Ma il regista francese sa quello che racconta e, pur partendo dalla finzione del romanzo di Pierre Puchairet Mortels trafics, ci procura un'overdose di action tra criminali senza sadici e scrupoli, poliziotti disperati, tossici e puttane, in un'opera dove i sentimenti hanno la durata di un battito d'ali e disperazione e solitudine sono la sola cifra possibile di questa umanità costretta - da una parte o dall'altra - a un contatto costante con lo spettro del Male.

giovedì 9 giugno 2022

Il coraggio di essere Franco

anno: 2022
regia: ANGELO BOZZOLINI
genere: documentario
con Franco Battiato, Alice, Cristina Battiato, Sonia Bergamasco, Giada Colagrande, Marco "Morgan" Castoldi, Willem Dafoe, Antonio Scurati, Giovanni Caccamo, Marco Travaglio, Francesco Messina, Roberto Masotti, Juri Camisasca, Luca Madonia, Carlo Guaitoli, Vittorio Sgarbi, Pino Pischetola, Gianfranco D'Adda, Massimo Stordi, Guidalberto Bormolini, Francesco Cattini, Stefano Senardi, Daniela Sangiorgio, Antonio Ballista, Bruno Tibaldi
location: Italia
voto: 7

A un anno dalla morte di Battiato (Francesco all'anagrafe), il regista Angelo Bozzolini ne ricostruisce la traiettoria artistica e umana con encomiabile rigore filologico. Nel documentario non solo ritroviamo una gran quantità di materiale di repertorio inedito, che restituisce un ritratto sorprendente del grande cantautore catanese, ma anche un superbo found footage (imperdibile la chioma ipertricotica degli anni Settanta e la mise con pantaloni a stelle e strisce). Il film spazia tra gli stenti degli esordi, a suon di smielate canzoncine insipide e la partecipazione a Un disco per l'estate), l'epoca dei grandi successi (a cominciare da La voce del padrone) e la collaborazione con il filosofo Manlio Sgalambro, senza dimenticare la breve, quanto infelice, esperienza come regista cinematografico. Su tutto, però, domina largamente la componente spirituale, presto trasformata in autentica ossessione, ampiamente sottolineata dalle testimonianze di padre Bormolini e del monaco buddista Massimo Stordi. A contribuire a dare voce e consistenza a questo affresco polifonico contribuiscono testimonianze più rilevanti (tra le quali - dispiace ammetterlo - quella di Vittorio Sgarbi, unita a quelle di Alice, Antonio Scurati e Marco Travaglio) e altre decisamente trascurabili (a cominciare da quelle di della nipote Cristina, e a continuare con i deliri di Morgan e le banalità a propulsione termonucleare di Sonia Bergamasco). Il tutto, come un sigillo, chiuso dalla puerile e fastidiosa canzoncina di Morgan sui titoli di coda. Non pervenuta alcuna traccia di vita affettiva nella vita dell'artista di Ionia.


martedì 3 maggio 2022

Io tu noi, Lucio

anno: 2022
regia: GIORGIO VERDELLI
genere: documentario
con Lucio Battisti, Sonia Bergamasco, Renzo Arbore, Mario Arlati, Dario Baldan Bembo, Edoardo Bennato, Mario Biondi, Claudio Bonivento, Claudio Buja, Tony Cicco, Mauro Coruzzi, Colapesce, Giorgio Conte, Franco Daldello, Gianni Dall'Aglio, Antonio Di Martino, Tony Esposito, Nicolò Fabi, Mario Luzzatto Fegiz, Eugenio Finardi, Fernando Fratarcangeli, Ricky Gianco, Cristiano Godano, Daniele Ippolito, Mario Lavezzi, Le Vibrazioni, Canio Loguercio, Massimo Luca, Maurizio Malabruzzi, Mara Maionchi, Roberta Marten, Roby Matano, Ermal Meta, Mogol, Alice Montalbetti, Pietruccio Moltalbetti, Franco Mussida, Gianna Nannini, Massimiliano Pani, Claudio Pascoli, Alberto Radius, Ron, Vasco Rossi, Alberto Salerno, Andrea Sannino, Jack Savoretti, Riccardo Scamarcio, Shel Shapiro, Mauro Spenillo, Vince Tempera, Paola Turci, Majid Valcarenghi, Maurizio Vandelli, Carlo Verdone, Geoff Westley, Franco Zanetti, Donato Zoppo
location: Italia
voto: 5

Una parte non irrilevante della discografia di Lucio Battisti è stata prodotta in assenza del paroliere Mogol. A quest’ultimo, nella fase finale della carriera artistica del musicista di Poggio Bustone, si sostituirono prima la moglie Grazia Letizia Veronese, quindi un funambolo della parola come Pasquale Panella, a cui Mogol (che peraltro rimedia la solita figuraccia dell’avido con la storia dei diritti d’autore) avrebbe a malapena potuto spicciare casa. Se esiste un valore nel documentario che Giorgio Verdelli, specialista del genere, ha dedicato all’autore di capolavori come Il mio canto libero, La collina dei ciliegi e La canzone dl sole, questo sta proprio lì: nell’aver ricordato anche una parte cospicua e importante del canzoniere battistiano. Al di là di questo, il documentario consiste in un assemblaggio scialbo di found footage e testimonianze di gente come Colapesce e Dimartino, cantanti dall’imbarazzante calata vernacolare che non dovrebbero partecipare nemmeno a qualche recital parrocchiale. Il che è un ulteriore motivo di interesse del film, perché ci mostra in quali abissi sia precipitata – a furia di X Factor e amenità del genere – la canzone italiana. Sulla presenza di Sonia Bergamasco, messa lì come voce on a chiosare qualche aneddoto della carriera di Battisti, bisogna stendere il più pietoso dei veli.



lunedì 21 febbraio 2022

Per Lucio

anno: 2021
regia: PIETRO MARCELLO
genere: documentario
con Lucio Dalla, Umberto Righi, Stefano Bonaga
location: Italia
voto: 8 

Attenti alla preposizione: il documentario di Pietro Marcello non è un film su Lucio (Dalla) ma per Lucio Dalla. Con piglio etnografico, una coraggiosissima scelta nelle immagini di repertorio e una selezione delle canzoni che non ammicca mai al lato più commerciale del cantautore bolognese, Marcello dà vita a un ritratto che non ha nulla di agiografico e che scardina completamente i canoni del genere. Niente found footage, niente interviste a una selva di testimoni. Qui - in un dialogo a tavola che è la vera cifra contenutistica del film - troviamo due amici di vecchia data di Dalla: Umberto Righi (Tobia per i più intimi), suo manager storico fin dagli esordi, e Stefano Bonaga, filosofo di grosso calibro e sodale fin dall'infanzia del pirotecnico cantautore. Su questo dialogo a due, che pur decantando il talento di Dalla non fa mistero di certi suoi vezzi (l'acquisto compulsivo di appartamenti, l'inclinazione alla menzogna), si innervano le immagini di film precedenti di Marcello (Il passaggio della linea), che fanno da complemento a canzoni lasciate andare quasi per intero (Il parco della luna). E infatti nel film c'è di musica ce né moltissima, tratta - a ragione - soprattutto dai capolavori che Dalla scrisse col poeta Roberto Roversi. La dedica Per Lucio si fa così estremamente personale, rimarcando le scelte stilistiche che altrove hanno caratterizzato lo stile di Marcello (la fotografia ambrata), con una selezione di brani che lascia spazio al talkin' di È lì, al grammelot de La borsa valori e che fa di Mille miglia prima e seconda un film nel film sull'epoca d'oro delle corse automobilistiche: quella di Varzi, Campari, Borzacchini e Nuvolari. Un film totalmente libero, una testimonianza nient'affatto convenzionale dedicata a un autore che - come si vede in una delle tante, inedite immagini di repertorio - poteva permettersi di parlare da pari a pari con Craxi, Arbasino, Strehler e Ronchey.
Dopo Martin Eden, Pietro Marcello si conferma come uno degli autori più originali e innovativi del nostro cinema.

domenica 26 settembre 2021

Cry Macho - Ritorno a casa

anno: 2021
regia: CLINT EASTWOOD
genere: drammatico
con Clint Eastwood, Eduardo Minett, Natalia Traven, Dwight Yoakam, Fernanda Urrejola, Brytnee Ratledge, Paul Lincoln Alayo, Horacio Garcia Rojas
location: Messico, USA
voto: 6

1979. Il novantenne Mike (Eastwood) è una ex star texana del rodeo. Diventatato vedovo, si è perduto ed è stato salvato da un vecchio amico (Yoakam) che gestisce un enorme ranch. Quest'ultimo chiede a Mike il favore di andare in Messico a recuperare il tredicenne figlio scapestrato (Minett), uno che passa il tempo tra furti e lotte clandestine dei galli. A Mike spetta il difficile compito di riportare a casa il ragazzo e Macho, il suo bipede da combattimento, cercando di guadagnasi la fiducia del giovane.
Tratto dal romanzo omonimo di Richard Nash, Cry Macho è un ossimoro che risolve l'essenza del titolo in una voglia di tenerezza che è lontanissima dalla vacuità - pur efficacissima - di certi ruoli da duro giocati in precedenza. Per Eastwood, vistosamente dimagrito e claudicante, si tratta quasi di un epitaffio a suggello di un'intera carriera, che segna il suo film più delicato e intimista, un raffinato racconto di formazione in forma di road movie che si colloca al crocevia tra Gran Torino, Million Dollar Baby e The Mule. Non il film migliore di Eastwood, ma certamente il più tenero, nel quale la saggezza del protagonista va di pari passo con il suo indomabile senso dell'ironia.



giovedì 23 settembre 2021

Tre piani

anno: 2021
regia: NANNI MORETTI
genere: drammatico
con Margherita Buy, Nanni Moretti, Alessandro Sperduti, Riccardo Scamarcio, Elena Lietti, Alba Rohrwacher, Adriano Giannini, Denise Tantucci, Anna Bonaiuto, Paolo Graziosi, Stefano Dionisi, Tommaso Ragno, Teco Celio, Francesco Acquaroli, Daria Deflorian, Francesco Brandi, Lorenzo Fantastichini, Chiara Abalsamo, Giulia Coppari, Gea Dall'Orto, Alice Adamu, Letizia Arnò, Roberto De Francesco
location: Italia
voto: 5 

I tre piani del titolo sono quelli di un condominio della Roma bene (zona Piazza Mazzini, superfluo dirlo). Al primo piano abitano Lucio (Scamarcio) e Sara (Lietti), così indaffarati da spingersi a chiedere spesso di tenere la loro bambina per qualche ora a Giovanna (Bonaiuto) e Renato (Graziosi), loro anziani dirimpettai. Ma quando la piccola si perde in un bosco con Renato, Lucio si lascia ossessionare dall'idea che possa esserle accaduto qualcosa di orribile e medita vendetta. Al secondo piano vive Monica (Rohrwacher), puerpera con qualche psicosi latente e un marito (Giannini) impegnato costantemente all'estero. Al terzo piano abita una coppia di giudici, il cui figlio (Sperduti), dopo una notte brava, investe e uccide una donna, cercando vanamente la comprensione e la complicità dei genitori.
Il primo film che Moretti dirige senza partire da un proprio soggetto (che qui è lo sciatto e ambizioso romanzo omonimo, ambientato a Tel Aviv, di Eshkol Nevo, Neri Pozza Editore) è l'ennesimo e forse definitivo tassello di un cambio di rotta cominciato 20 anni fa con La stanza del figlio e andato sempre più verso un vicolo cieco di evidente senilità che fa registrare la tappa di Tre piani come il punto più basso della sua carriera. Degli anni gloriosi del cinema del regista romano rimane soltanto l'attitudine a sentenziare, qui propriamente cucita su misura indossando i panni di un giudice inflessibile. Già, perché la figura di Moretti è soltanto una delle tre figure paterne in difficoltà col proprio ruolo: se la sua rappresenta quella del super-io inflessibile, quella di Adriano Giannini è l'io che mette costantemente in primo piano le proprie urgenze lavorative e quella di Scamarcio è l'es ingovernabile di chi è accecato dalle proprie ossessioni, al punto di passare dal ruolo di potenziale co-vittima a quello del persecutore che dovrà rispondere in tribunale delle proprie azioni. Tre istanze intrapsichiche inchiodate a ruoli monodimensionali del tutto in contrasto con quelli giocati dai personaggi femminili, nobilitati dalla capacità di risolvere conflitti apparentemente inestricabili. E se sulla pagina questa lettura retriva e manichea dei ruoli di genere lascia spazio a una possibile chiusura del lettore, Moretti la risolve tutta a favore delle donne, anche quando queste sembrano disposte a dubbie macchinazioni per difendere un figlio omicida o ad abbandonare due bambini piccoli al proprio destino. Questa benevolenza pelosa si accompagna a uno script a teorema sui temi della colpa e della responsabilità e a una messa in scena piuttosto piatta, priva di quegli scarti improvvisi che ancora erano presenti in Habemus papam e persino in Mia madre. Del Moretti passato troviamo soltanto una bella scena di tango clandestino ambientato nel quartiere Della Vittoria: l'unico sussulto di un film che, nonostante i dieci anni che trascorrono nel racconto filmico, in un susseguirsi di nascite e morti, dimentica di reclutare qualche truccatore e spinge gli attori a una recitazione antinaturalistica che, come nel caso del pianto di Scamarcio, diventa persino goffa e imbarazzante.

mercoledì 18 agosto 2021

Amica di salvataggio


anno: 2021
regia: NANNI DELBECCHI
genere: documentario
con Alessandra Appiano e la voce di Lella Costa
location: Italia
voto: 2 

Alessandra Appiano è stata dapprima fotomodella, poi conduttrice televisiva, giornalista e infine scrittrice di trascurabilissimi romanzi di sconcertante frivolezza (bastano i titoli: La vita è mia e me la rovino io; Sola? Come vivere felici con gli uomini. Delle altre; Più malsani più brutti; Scegli me; Le vie delle signore sono infinite; Le belle e le bestie; Amiche di salvataggio, da cui il titolo del mediometraggio). A tre anni dalla morte per suicidio (la donna si gettò dall'ottavo piano di un albergo, fuggita al controllo della clinica psichiatrica nella quale aveva chiesto il ricovero), suo marito Nanni Delbecchi decide di tributarle un documentario che Lorenzo Fiamingo su Ciak definisce "sinceramente strepitoso" (sic: mi deve un'ora - completamente persa - di vita). Con tutto il rispetto per la defunta, il film è un'accozzaglia di testimonianze di sconcertante banalità, un florilegio di prefiche (le sue amiche) che si limitano a raccontare quanto fosse brava, bella e buona la protagonista, colpita a un certo punto della sua vita da una fortissima crisi depressiva. Se i contenuti del documentario sono a dir poco vacui, la regia - che affida alla sgraziata voce di Lella Costa la lettura dei pensierini della Appiano in prima persona - non va oltre il banalissimo bigino di un racconto esistenziale che non riesce a coinvolgere né ad emozionare neppure per un attimo.

mercoledì 14 luglio 2021

Punta Sacra

anno: 2020
regia: FRANCESCA MAZZOLENI
genere: documentario
location: Italia
voto: 5 

Punta Sacra è il nome che viene dato all'idroscalo di Ostia, il luogo assurto a fama nazionale perché lì Pasolini trovò la morte. In quel luogo la regista Francesca Mazzoleni riprende ispirazione a otto anni di distanza da un corto ambientato nello stesso posto, per raccontare la fauna umana che vi abita, combattendo contro la minaccia di sgombero (ma molte famiglie che vivevano lì da un decennio sono costrette a vivere in un residence), autorganizzandosi, discutendo, componendo testi rap che si ispirano a Victor Jara (sic), apparecchiando una festicciola locale per il Natale con tanto di coro che canta una versione tradotta in italiano dell'Hallelujah di Leonard Cohen. È un'umanità raccontata quasi interamente al femminile, tra frizioni amicali, dispute tra madre e figlia, amori acerbi e serrati confronti sui valori della politica. Con una figura emergente, quella di Franca, una sorta di "onorevole Angelina", dal piglio volitivo e intelligente, che guida la resistenza locale con indomita tempra. Per quanto alcuni scorci siano piuttosto accattivanti, il film soffre degli stessi difetti del precedente Succede (opera di finzione). Esso, infatti, sembra un collage di situazioni filmate con una troupe pressoché invisibile, ma montate in maniera rapsodica, scandite da capitoli pretestuosi, girate con uno stile crepuscolare, quasi sempre notturno, che drammatizza scene che richiederebbero altro. Ma il problema maggiore è che allo spettatore non viene offerto neppure un barlume del conflitto che sta dietro lo smantellamento di Punta Sacra e alle ragioni politiche degli autoctoni si preferiscono i languori dei sentimenti.

martedì 8 giugno 2021

We Are the Thousand. L'incredibile storia di Rockin' 1000

anno. 2020
regia: ANITA RIVAROLI
genere: documentario
location: Italia, USA
voto: 10 

Etimologicamente, l'utopia è l'u (dal greco eu, buono) topia (sempre dal greco topos, luogo). Quel luogo buono e bello si chiama Cesena. Ed è lì che un gruppo di ragazzi, autentici sognatori, hanno realizzato una kermesse memorabile, radunando 1000 musicisti tra batteristi, chitarristi, bassisti e cantanti per suonate una sola canzone dei Foo Fighters, Learn to fly, tutti insieme, al fine di riuscire a convincere - tramite un video caricato su YouTube, che ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni - la rock band americana a venire a suonare in terra romagnola.

Il film, a dir poco strepitoso, di Anita Rivaroli, racconta tutta quell'esperienza: dagli enormi problemi per la sincronia del suono (risolti da geniali tecnici del suono), al reclutamento dei volontari, fino al crowdfounding da 40.000 euro per realizzare l'operazione. Quell'utopia è diventata realtà (David Grohl e i suoi, nemmeno a dirlo, lusingatissimi), con l'enorme valore aggiunto di essere stata, per molti di coloro che vi hanno preso parte, un'esperienza seminale, catartica, resurrezionale. I mille che fecero l'impresa sono padri e figli, metallari e bluesmen, uomini e donne accorsi da tutta Italia per rendere possibile quel progetto che, appunto, è poi diventato un film ma anche un appuntamento annuale della più numerosa rock band della storia (si chiamano Rockin' 1000 e ogni anno suonano allo stadio di Cesena). E se l'impresa, in sé, non può che destare stupore e ammirazione, la costruzione del film non è da meno: per la potenza delle testimonianze raccolte ("facciamo i nostri lavori di merda per pagarci un sogno" e il sogno è essere lì), per la ricchezza di aneddoti, per la varietà della fauna umana e per la straordinarietà di riprese e montaggio. Ma anche per l'entusiasmo raggiante e contagioso di tutte queste persone che, una volta spente le luci in sala, ti lasciano addosso un'incontenibile sensazione di gioia.

lunedì 19 aprile 2021

The Wizard of Lies

anno: 2017
regia: BARRY LEVINSON
genere: drammatico
con Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Lily Rabe, Kristen Connolly, Hank Azaria, Nathan Darrow, Alessandro Nivola, Kathrine Narducci
location: USA
voto: 7,5

La più grande truffa finanziaria della storia americana ha come protagonista Bernie Madoff, un bagnino ebreo diventato il presidente del Nasdaq. Proprio così: presidente del Nasdaq. Un essere talmente malvagio da essere paragonato a Ted Bundy, il serial killer che dormiva a fianco delle teste mozzate delle sue vittime. Lo schema Ponzi applicato da Madoff arrivò alla cifra impensabile di 65 miliardi di dollari: un castello di carte costruito coinvolgendo moglie (una sempre bellissima, ma scheletrica Michelle Pfeiffer), fratello e figli, tutti ignari, tutti abilmente manipolati, tutti vessati dalla sua tirannia.
Il notevolissimo film di Barry Levinson (uno dei suoi migliori, con Good Morning, Vietnam) è il racconto - attraverso l'espediente narrativo di una lunga intervista in carcere - del momento in cui quel castello di carte venne giù, coincidendo con l'enorme crisi finanziaria del 2008. È anche la storia - girata benissimo - di un'autentica nemesi (i figli non gli sopravvissero), frutto di una truffa perpetrata per decenni con mefistofelica determinazione. Qualche lungaggine avrebbe potuto forse essere sacrificata, ma le due ore e un quarto scorrono comunque che è una bellezza, quasi tutte sulle spalle di un Robert De Niro tornato a giganteggiare dopo una serie di filmetti da strapazzo.

sabato 3 aprile 2021

Fabrizio De André e PFM - Il concerto ritrovato

anno: 2020
regia: VELTRONI, WALTER
genere: documentario
con Fabrizio De André, Dori Ghezzi, David Riondino, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Piero Frattari, Guido Harari, Antonio Vivaldi, Roberto Colombo, Lucio Fabbri, Franco Mussida, Flavio Premoli
location: Italia
voto: 6 

De André non aveva un carattere facile e sul palco non arrivava sempre al massimo della lucidità. Certo è che non amava essere ripreso durante le sue esibizioni dal vivo, tanto è vero che per anni uno dei pochissimi concerti che si potevano vedere in televisione era quello per cui concesse la liberatoria, completamente ubriaco, a Sarzana, nel 1981. Altrettanto fece in occasione di uno dei tanti concerti che eseguì con la PFM nel 1978/79, quello che si tenne a Genova il 3 gennaio 1979, ripreso con zoomate improvvise e apparenti principî di Parkinson da Piero Frattari. Walter Veltroni ha miracolosamente recuperato le videocassette sulle quali fu registrato quel concerto e, senza miracolo alcuno (si vede da schifo, si sente passabilmente) ci ha fatto un film di un'ora e tre quarti. La prima mezz'ora, stringi stringi, è la cosa più interessante: "prezzemolo" Dori Ghezzi, che se non fosse stata la compagna di De André non se la filerebbe più nessuno da decenni, e alcuni esponenti (Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida, Flavio Premoli) di quella che fu una delle formazioni di punta del progressive italiano, la PFM, raccontano aneddoti su quella fortunatissima tournée che all'inizio sembrava destinata a scontentare tanto il pubblico rocchettaro della band quanto quello impegnato del cantautore. Alle loro testimonianze se ne aggiungono altre, come quella di David Riondino, che all'epoca apriva il concerto, del cameraman Piero Frattari e del notissimo fotografo Guido Harari. Filmati in parte su un treno, in parte nei luoghi - oggi desolati - dove si tenne quel concerto, i racconti aggiungono qualcosa anche per i più rigorosi esegeti del verbo di De André. Di suo, Veltroni ci mette la firma e pochissimo altro.