regia: SIMONE MANETTI
genere: documentario
con Paola e Claudio Regeni
nazionalità: Italia
voto: 7,5
anno: 2025
regia: MARINA CIAMPI
genere: documentario
con Franco Ferrarotti, gli studenti e le studentesse dell'università La Sapienza di Roma
nazionalità: Italia
voto: 6
Che cosa è stata l'esperienza della pandemia per chi l'ha attraversata in adolescenza, in quella fase di piena formazione in cui tutti gli orizzonti sembrano possibili? Prova a raccontarcelo Marina Ciampi, sociologa all'Università di Roma, che insieme al collega Tito Marci firma un breve documentario costruito sulle testimonianze di ragazze e ragazzi che quel tempo l'hanno vissuto sulla propria pelle. Nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe essere un ritratto corale di una generazione capace di trasformare il trauma in riflessione condivisa; sullo schermo, però, ne esce un mosaico da cui emergono sempre gli stessi tasselli: corpo, identità, solitudine, riflessione, rallentamento della frenesia quotidiana. Tutto scorre senza veri picchi né sussulti e risulta, in sostanza, piuttosto monocorde. La ragione va forse ricercata in una serie di domande poco incisive, incapaci di sollecitare risposte all'altezza, che alla fine producono una marmellata tiepida e omogenea, più da video istituzionale che da indagine sociologica. Non aiuta il salmodiare di Franco Ferrarotti, che puntando tutto sulla prosodia finisce per sembrare la parodia di se stesso e, dall'alto della sua statura intellettuale, aggiunge ben poco a quanto il senso comune ha già sedimentato al bar sotto casa. Va meglio sul versante della forma: la fotografia di Carlo Boni garantisce all'esordiente regista qualche gallone di professionalità. Si droneggia a tutto spiano, la città eterna appare deserta nel primo lockdown e a queste immagini da ente del turismo si affiancano le riprese frontali, di spalle e di profilo dei tanti giovanissimi testimoni, ritratti in aule vuote con l'aria composta di chi ha studiato la parte. Belle facce, le facce del domani. E qui il film trova il suo momento migliore. Peccato che, alla fine, resti la sensazione di aver assistito a un solenne "documento sulla pandemia" in cui, paradossalmente, di sociologia ce n'è poca o nulla.
con Ron Perlman, Harvey Keitel, Elias Koteas, Joel David Moore, Varun Saranga, Emma Ho, Ronnie James Hughes, Amber Ashley Smith, Samantha Kaine, Caroline Raynaud, Vincent Bouillon, Dax Ravina, Paolo Mancini, Adam Moryto, Ben Milord, Marc David, Yann Brouet, Vincent
Bersoulle, Ashley Crowe, Jim Wrigley, Michael McLaughlin, Chelsea Flynn, Adam Slobidian, Billy Paquin, Meliza Abril, Damián Vázquez, Larissa Iwazaki, Todd Shipster, Leroy Rodriquez, Jasper Nielson, Sonia Sajnani, Bob Moseley, Ella Rahmani, Ashley Roque, Jeton Bennett, Lloyd Barker, Alexis Germain, Bodhi Eryou, Teri Bilewitch, Chad Modden, Kaia Lilford, Trish Langfitt, Amber Smith
nazionalità: USA
voto: 4
Un anziano ex graduato delle forze speciali (Perlman) si trova costretto a rispolverare il suo repertorio di arti marziali quando il figlio (Moore), che non vede da anni, si fa coinvolgere in una brutta storia di traffico di droga. All'uomo, che nel frattempo conduce una tranquilla vita da fornaio, viene così lasciata in "eredità" la nipote (Emma Ho), una ragazzina cleptomane, inaffidabile, testarda e petulante, nonostante il mutismo autoimposto. Il vecchio si troverà così a doversela vedere con i malavitosi e a prendersi cura della bambina.
Solito film fracassone made in USA, che consegna al corpulento settantenne Ron Perlman l'indiscusso ruolo di protagonista. Siamo dalle parti dei millanta film interpretati da Liam Neeson, con la differenza che qui botte e sganassoni vengono solubilizzati nel Grand Guignol, la trama è ridotta al minimo sindacale, i siparietti tra nonno e nipote sono tanto stucchevoli quanto indigesti e allo spettatore viene negato anche il gusto di scene action all'altezza della situazione. Che poi è l'unico motivo per cui si mette il cervello in naftalina per un paio d'ore.
anno: 2022
regia: RODRIGO SOROGOYEN
genere: thriller
con Denis Ménochet, Marina Foïs, Luis Zahera, Diego Anido, Marie Colomb, Luisa Merelas, José Manuel Fernández y Blanco, Federico Pérez Rey, Javier Varela, Xavier Estévez nazionalità: Spagna, Francia
voto: 8
Antoine (Menochet) ha smesso di insegnare in Francia per andare a vivere con sua moglie (Foïs) tra le montagne della Galizia. È qui che la coppia intende stare a contatto con la natura, coltivando un orto e ristrutturando le case abbandonate del posto, nella speranza che quel luogo possa un giorno ripopolarsi. Ma i nuovi arrivati non piacciono a due fratelli, loro vicini di casa, che leggono la mancata sottoscrizione della vendita di quei terreni a una compagnia per l'energia eolica come una grande occasione sprecata. I rapporti tra Antoine e i vicini si fanno sempre più tesi, fino a quando non accade l'inevitabile. E qui - senza spoilerare oltre - il film diventa un altro film, nel quale la rabbia lascia spazio alla riflessione, l'impazienza alla pazienza, l'impulso alla ragione, lo scontro alla cura.
Dopo il notevole Il regno, Rodrigo Sorogoyen - che ha scritto il copione a quattro mani con Isabel Peña - firma un apologo sulla dialettica impossibile tra natura e cultura. Quelle che in apparenze sono solo scaramucce, viziate dalla xenofobia, tra vicini di casa, filtrate attraverso il prisma della cultura - che per i villain del posto si traducono in parlantina, manipolazione, supponenza - diventano una forma di lotta di classe. E se nulla può il civilissimo ex professore, ben altro risultato raggiunge lo stoicismo con cui sua moglie affronta la questione, con una sfida dialettica che - in una delle tre scene madri del film - si sposta sul confronto con la figlia civilizzatissima, ma protesa ad abbracciare tutt'altri valori e a dare un senso assai diverso alla parola amore. Servito da un cast in stato di grazia e girato benissimo - tra campi lunghissimi, primissimi piani e riprese a macchina ferma - As bestas (dal nome di una festa galiziana con cui gli autoctoni cercano di tagliare la criniera ai cavalli immobilizzandoli con la sola forza fisica, come nella scena che apre il film) è un film potente, stratificato, che - a partire dal modello di film come Cane di paglia e L'inquilino del terzo piano - si presta a una lettura complessa dei rapporti umani, per i quali civiltà e denaro possono essere valori profondamente diseguali.
anno: 2018
regia: NELLO CORREALE
genere: documentario
con Chet Baker, Fabrizio Bosso, Lars Bloch, Enrico Intra, Maurizio Giammarco, Carla Marcotulli, Rita Marcotulli, Phil Markowitz, Massimo Nunzi, Marco Patrignani, Enrico Pieranunzi, Lillo Quaratino, Enrico Rava, Eugenio Rubei, Mario Cantini, Franco Cerri, Nicola Stilo, Giovanni Tommaso, Mauro Zazzarini
nazionalità: Italia
voto: 6
Prima di morire, precipitando da un albergo di Amsterdam, il grande trombettista jazz Chet Baker per un periodo visse anche in Italia (e a Roma), dove si esibì con molti musicisti italiani. I quali raccontano il mito, le sue traversie, la sua poetica, in un documentario che, con l'immancabile found footage e stralci dai concerti d'epoca, annovera molte testimonianze e qualche ritaglio di intervista allo stesso Baker, musicista maudit con tanti problemi con l'eroina, ma capace di padroneggiare anche la lingua italiana.
1979.
Il novantenne Mike (Eastwood) è una ex star texana del rodeo.
Diventatato vedovo, si è perduto ed è stato salvato da un vecchio amico
(Yoakam) che gestisce un enorme ranch. Quest'ultimo chiede a Mike il
favore di andare in Messico a recuperare il tredicenne figlio
scapestrato (Minett), uno che passa il tempo tra furti e lotte
clandestine dei galli. A Mike spetta il difficile compito di riportare a
casa il ragazzo e Macho, il suo bipede da combattimento, cercando di guadagnasi la fiducia del giovane.
Tratto dal romanzo omonimo di Richard Nash,
Cry Macho è un ossimoro che risolve l'essenza del titolo in una voglia
di tenerezza che è lontanissima dalla vacuità - pur efficacissima - di
certi ruoli da duro giocati in precedenza. Per Eastwood, vistosamente
dimagrito e claudicante, si tratta quasi di un epitaffio a suggello di
un'intera carriera, che segna il suo film più delicato e intimista, un
raffinato racconto di formazione in forma di road movie che si colloca
al crocevia tra Gran Torino, Million Dollar Baby e The Mule. Non il film
migliore di Eastwood, ma certamente il più tenero, nel quale la
saggezza del protagonista va di pari passo con il suo indomabile senso
dell'ironia.
I tre piani del titolo sono quelli di un condominio della Roma bene (zona Piazza Mazzini, superfluo dirlo). Al primo piano abitano Lucio (Scamarcio) e Sara (Lietti), così indaffarati da spingersi a chiedere spesso di tenere la loro bambina per qualche ora a Giovanna (Bonaiuto) e Renato (Graziosi), loro anziani dirimpettai. Ma quando la piccola si perde in un bosco con Renato, Lucio si lascia ossessionare dall'idea che possa esserle accaduto qualcosa di orribile e medita vendetta. Al secondo piano vive Monica (Rohrwacher), puerpera con qualche psicosi latente e un marito (Giannini) impegnato costantemente all'estero. Al terzo piano abita una coppia di giudici, il cui figlio (Sperduti), dopo una notte brava, investe e uccide una donna, cercando vanamente la comprensione e la complicità dei genitori.
Il primo film che Moretti dirige senza partire da un proprio soggetto (che qui è lo sciatto e ambizioso romanzo omonimo, ambientato a Tel Aviv, di Eshkol Nevo, Neri Pozza Editore) è l'ennesimo e forse definitivo tassello di un cambio di rotta cominciato 20 anni fa con La stanza del figlio e andato sempre più verso un vicolo cieco di evidente senilità che fa registrare la tappa di Tre piani come il punto più basso della sua carriera. Degli anni gloriosi del cinema del regista romano rimane soltanto l'attitudine a sentenziare, qui propriamente cucita su misura indossando i panni di un giudice inflessibile. Già, perché la figura di Moretti è soltanto una delle tre figure paterne in difficoltà col proprio ruolo: se la sua rappresenta quella del super-io inflessibile, quella di Adriano Giannini è l'io che mette costantemente in primo piano le proprie urgenze lavorative e quella di Scamarcio è l'es ingovernabile di chi è accecato dalle proprie ossessioni, al punto di passare dal ruolo di potenziale co-vittima a quello del persecutore che dovrà rispondere in tribunale delle proprie azioni. Tre istanze intrapsichiche inchiodate a ruoli monodimensionali del tutto in contrasto con quelli giocati dai personaggi femminili, nobilitati dalla capacità di risolvere conflitti apparentemente inestricabili. E se sulla pagina questa lettura retriva e manichea dei ruoli di genere lascia spazio a una possibile chiusura del lettore, Moretti la risolve tutta a favore delle donne, anche quando queste sembrano disposte a dubbie macchinazioni per difendere un figlio omicida o ad abbandonare due bambini piccoli al proprio destino. Questa benevolenza pelosa si accompagna a uno script a teorema sui temi della colpa e della responsabilità e a una messa in scena piuttosto piatta, priva di quegli scarti improvvisi che ancora erano presenti in Habemus papam e persino in Mia madre. Del Moretti passato troviamo soltanto una bella scena di tango clandestino ambientato nel quartiere Della Vittoria: l'unico sussulto di un film che, nonostante i dieci anni che trascorrono nel racconto filmico, in un susseguirsi di nascite e morti, dimentica di reclutare qualche truccatore e spinge gli attori a una recitazione antinaturalistica che, come nel caso del pianto di Scamarcio, diventa persino goffa e imbarazzante.

anno: 2021
regia: NANNI DELBECCHI
genere: documentario
con Alessandra Appiano e la voce di Lella Costa
location: Italia
voto: 2
Alessandra Appiano è stata dapprima fotomodella, poi conduttrice televisiva, giornalista e infine scrittrice di trascurabilissimi romanzi di sconcertante frivolezza (bastano i titoli: La vita è mia e me la rovino io; Sola? Come vivere felici con gli uomini. Delle altre; Più malsani più brutti; Scegli me; Le vie delle signore sono infinite; Le belle e le bestie; Amiche di salvataggio, da cui il titolo del mediometraggio). A tre anni dalla morte per suicidio (la donna si gettò dall'ottavo piano di un albergo, fuggita al controllo della clinica psichiatrica nella quale aveva chiesto il ricovero), suo marito Nanni Delbecchi decide di tributarle un documentario che Lorenzo Fiamingo su Ciak definisce "sinceramente strepitoso" (sic: mi deve un'ora - completamente persa - di vita). Con tutto il rispetto per la defunta, il film è un'accozzaglia di testimonianze di sconcertante banalità, un florilegio di prefiche (le sue amiche) che si limitano a raccontare quanto fosse brava, bella e buona la protagonista, colpita a un certo punto della sua vita da una fortissima crisi depressiva. Se i contenuti del documentario sono a dir poco vacui, la regia - che affida alla sgraziata voce di Lella Costa la lettura dei pensierini della Appiano in prima persona - non va oltre il banalissimo bigino di un racconto esistenziale che non riesce a coinvolgere né ad emozionare neppure per un attimo.
Punta Sacra è il nome che viene dato all'idroscalo di Ostia, il luogo assurto a fama nazionale perché lì Pasolini trovò la morte. In quel luogo la regista Francesca Mazzoleni riprende ispirazione a otto anni di distanza da un corto ambientato nello stesso posto, per raccontare la fauna umana che vi abita, combattendo contro la minaccia di sgombero (ma molte famiglie che vivevano lì da un decennio sono costrette a vivere in un residence), autorganizzandosi, discutendo, componendo testi rap che si ispirano a Victor Jara (sic), apparecchiando una festicciola locale per il Natale con tanto di coro che canta una versione tradotta in italiano dell'Hallelujah di Leonard Cohen. È un'umanità raccontata quasi interamente al femminile, tra frizioni amicali, dispute tra madre e figlia, amori acerbi e serrati confronti sui valori della politica. Con una figura emergente, quella di Franca, una sorta di "onorevole Angelina", dal piglio volitivo e intelligente, che guida la resistenza locale con indomita tempra. Per quanto alcuni scorci siano piuttosto accattivanti, il film soffre degli stessi difetti del precedente Succede (opera di finzione). Esso, infatti, sembra un collage di situazioni filmate con una troupe pressoché invisibile, ma montate in maniera rapsodica, scandite da capitoli pretestuosi, girate con uno stile crepuscolare, quasi sempre notturno, che drammatizza scene che richiederebbero altro. Ma il problema maggiore è che allo spettatore non viene offerto neppure un barlume del conflitto che sta dietro lo smantellamento di Punta Sacra e alle ragioni politiche degli autoctoni si preferiscono i languori dei sentimenti.
Etimologicamente, l'utopia è l'u (dal greco eu, buono) topia (sempre dal greco topos, luogo). Quel luogo buono e bello si chiama Cesena. Ed è lì che un gruppo di ragazzi, autentici sognatori, hanno realizzato una kermesse memorabile, radunando 1000 musicisti tra batteristi, chitarristi, bassisti e cantanti per suonate una sola canzone dei Foo Fighters, Learn to fly, tutti insieme, al fine di riuscire a convincere - tramite un video caricato su YouTube, che ha raccolto decine di milioni di visualizzazioni - la rock band americana a venire a suonare in terra romagnola.
Il film, a dir poco strepitoso, di Anita Rivaroli, racconta tutta quell'esperienza: dagli enormi problemi per la sincronia del suono (risolti da geniali tecnici del suono), al reclutamento dei volontari, fino al crowdfounding da 40.000 euro per realizzare l'operazione. Quell'utopia è diventata realtà (David Grohl e i suoi, nemmeno a dirlo, lusingatissimi), con l'enorme valore aggiunto di essere stata, per molti di coloro che vi hanno preso parte, un'esperienza seminale, catartica, resurrezionale. I mille che fecero l'impresa sono padri e figli, metallari e bluesmen, uomini e donne accorsi da tutta Italia per rendere possibile quel progetto che, appunto, è poi diventato un film ma anche un appuntamento annuale della più numerosa rock band della storia (si chiamano Rockin' 1000 e ogni anno suonano allo stadio di Cesena). E se l'impresa, in sé, non può che destare stupore e ammirazione, la costruzione del film non è da meno: per la potenza delle testimonianze raccolte ("facciamo i nostri lavori di merda per pagarci un sogno" e il sogno è essere lì), per la ricchezza di aneddoti, per la varietà della fauna umana e per la straordinarietà di riprese e montaggio. Ma anche per l'entusiasmo raggiante e contagioso di tutte queste persone che, una volta spente le luci in sala, ti lasciano addosso un'incontenibile sensazione di gioia.
anno: 2020
regia: VELTRONI, WALTER
genere: documentario
con Fabrizio De André, Dori Ghezzi, David Riondino, Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Piero Frattari, Guido Harari, Antonio Vivaldi, Roberto Colombo, Lucio Fabbri, Franco Mussida, Flavio Premoli
location: Italia
voto: 6
De André non aveva un carattere facile e sul palco non arrivava sempre al massimo della lucidità. Certo è che non amava essere ripreso durante le sue esibizioni dal vivo, tanto è vero che per anni uno dei pochissimi concerti che si potevano vedere in televisione era quello per cui concesse la liberatoria, completamente ubriaco, a Sarzana, nel 1981. Altrettanto fece in occasione di uno dei tanti concerti che eseguì con la PFM nel 1978/79, quello che si tenne a Genova il 3 gennaio 1979, ripreso con zoomate improvvise e apparenti principî di Parkinson da Piero Frattari. Walter Veltroni ha miracolosamente recuperato le videocassette sulle quali fu registrato quel concerto e, senza miracolo alcuno (si vede da schifo, si sente passabilmente) ci ha fatto un film di un'ora e tre quarti. La prima mezz'ora, stringi stringi, è la cosa più interessante: "prezzemolo" Dori Ghezzi, che se non fosse stata la compagna di De André non se la filerebbe più nessuno da decenni, e alcuni esponenti (Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida, Flavio Premoli) di quella che fu una delle formazioni di punta del progressive italiano, la PFM, raccontano aneddoti su quella fortunatissima tournée che all'inizio sembrava destinata a scontentare tanto il pubblico rocchettaro della band quanto quello impegnato del cantautore. Alle loro testimonianze se ne aggiungono altre, come quella di David Riondino, che all'epoca apriva il concerto, del cameraman Piero Frattari e del notissimo fotografo Guido Harari. Filmati in parte su un treno, in parte nei luoghi - oggi desolati - dove si tenne quel concerto, i racconti aggiungono qualcosa anche per i più rigorosi esegeti del verbo di De André. Di suo, Veltroni ci mette la firma e pochissimo altro.