giovedì 27 febbraio 1997

Il momento di uccidere (A time to kill)

anno: 1996       
regia: SCHUMACHER, JOEL  
genere: drammatico  
con Matthew McConaughey, Samuel L.Jackson, Kevin Spacey, Sandra Bullock, Brenda Fricker, Oliver Platt, Donald Sutherland, Kiefer Sutherland, Ashley Judd  
location: Usa
voto: 6

Nello stato del Mississippi, due gradassi violentano, umiliano, seviziano ed infine impiccano, senza ottenerne la morte, una bambina nera. Sapendo come vanno le cose da quelle parti (siamo all'inizio degli anni '60), il padre della bambina (Samuel L.Jackson) si fa giustizia da solo prima che i tribunali bianchi rimettano in circolazione i due galantuomini. Su questo retroscena Schumacher, partendo dal romanzo di John Grisham (ormai un divo di Hollywood, dopo Il socio e Il rapporto Pelican), imbastisce il resto del racconto, che si svolge quasi tutto in aula e vede contrapposti un giovane avvocato progressista difensore dei neri (l'inespressivo Matthew McConaughey) ad un cinico conservatore dalla mutria berlusconiana (l'attore-prezzemolo Kevin Spacey). Il primo, coadiuvato dall'esoterica presenza di una giovane ricercatrice (Bullock), riesce a spuntarla, ma a carissimo prezzo e dopo che il Ku Klux Klan ha fatto razzie ovunque. Di indubbia efficacia narrativa (difficilmente i temi dell'ingiustizia e del razzismo lasciano indifferente il pubblico), Il momento di uccidere si risolve tuttavia in una flebile replica dell'assai più convincente Mississippi burning di Alan Parker. Diversamente dall'opera del regista britannico, qui lo schematismo dell'intreccio si fa prevedibile, i personaggi (specialmente quello della Bullock) improbabili e caricaturali e l'indulgenza verso il sentimentalismo eccessiva. Sutherland padre e figlio gareggiano su sponde opposte: ma Donald stravince in tutti i sensi.    

Tucker - Un uomo e il suo sogno

anno: 1988       
regia: COPPOLA, FRANCIS FORD 
genere: biografico 
con Jeff Bridges, J.Allen, Martin Landau, F.Forrest, Mako, Dean Stockwell, Christian Slater         
location: Usa
voto: 6 

Nel volere realizzare il progetto di un'automobile economica e sicura, Preston Tucker (Jeff Bridges) sfida, nel '45, le tre major dell'industria automobilistica. Il suo sogno verrà boicottato e, tra cause civili e debiti, Tucker sarà costretto a gettare la spugna. Ma le note finali ci informano che il suo progetto costituisce ancora oggi le fondamenta delle moderne automobili.
Con Tucker, Coppola racconta una storia vera con venature autobiografiche (l'insuccesso commerciale di Un sogno lungo un giorno; i costi elevatissimi di Cotton Club) e rimandi al cinema di Capra, smascherando le contraddizioni del sistema economico americano ed il mito del self made man a cui è concesso di vendere le proprie idee in un mercato di libera impresa. Confezione, come al solito, impeccabile. Colonna sonora di Joe Jackson.    

mercoledì 26 febbraio 1997

Schegge di paura (Primal fear)

anno: 1996       
regia: HOBLIT, GREGORY   
genere: giallo   
con Richard Gere, Laura Linney, John Mahoney, Edward Norton           
location: Usa       
voto: 3,5   

Martin Vail (Gere) è un vanitoso quanto arrogante "principe del foro" - come lui stesso ama definirsi - che difende in aula un chierichetto (Norton) reo dell'omicidio dell'arcivescovo di Chicago. Unica ragione di una causa portata avanti gratuitamente è la rivalsa contro il pubblico ministero Janet Venable (un'inguardabile Laura Linney), a suo tempo compagna di letto. Quando Martin si accorge della colpevolezza del suo imputato, dopo avere invano tentato di trovare un altro colpevole. punta l'intera linea di difesa sulla minorazione psichica. Riuscirà a spuntarla in aula, quando davanti alla giuria il suo cliente manifesterà chiari segni di schizofrenia, ma un colpo di scena finale, che vale l'intero film, lo costringerà a rivedere i suoi principi.
P roveniente dalla televisione, Hoblit esordisce al cinema con un lavoro tratto dal romanzo di William Diehl, che pur non avendo nessuna particolarità e relegando il film nel novero della mediocrità assoluta, ha però il merito di non calcare sul pedale di sesso e violenza, ma di puntare tutto su un'onesta sceneggiatura. La morale di fondo, che ridimensiona la tracotanza ed il protagonismo dei duellanti forensi, non dissimula qualche eco progressista.    

Hardcore

anno: 1978       
regia: SCHRADER, PAUL  
genere: giallo  
con G.C.Scott, P.Boyle, S.Hubley, D.Sargent          
location: Usa
voto: 6

Un industriale della provincia americana (un efficacissimo Scott), calvinista che parla citando versi della Bibbia a memoria, va a New York a cercare la figlia scomparsa, dopo che le ricerche affidate ad un detective erano state interrotte. Scoprirà che la ragazza è entrata nel mondo a luci rosse.
Come accadrà in tutta l'opera successiva del cinema di Schrader, il regista e sceneggiatore sonda gli abissi dell'animo umano con grande capacità di sintesi e senza compiacimento. Col suo ritmo da tachicardia, Hardcore si colloca al crocevia tra film giallo, dramma psicologico, analisi sociale e documentario e mostra con nitore gli inferi del mondo della pornografia riuscendo abilmente ad evitare la trappola dell'iperrealismo (le scene di sesso sono praticamente inesistenti). Peccato che il film si chiuda "con una schematica difesa dell'America di provincia contro la città, della tradizione contro la civiltà urbana" (Mereghetti) e che appaia eccessivamente affrettato nelle ultime battute. Nella colonna sonora figura Helpless di Crosby, Stills, Nash & Young.

lunedì 24 febbraio 1997

American gigolò

anno: 1980       
regia: SCHRADER, PAUL  
genere: giallo  
con Richard Gere, L.Hutton  
location: Usa
voto:6

A Los Angeles, il prostituto d'alto bordo Julian Kay (Richard Gere) viene ingiustamente accusato dell'omicidio di una delle sue clienti. Quando scoprirà che a volerlo incastrare è un senatore la cui moglie se la spassa con lo stallone, verrà messo in salvo proprio dalla donna, che per amore non si periterà di affrontare lo scandalo. Dopo Hardcore, lo sceneggiatore di Taxi driver e Toro scatenato torna nel mondo della prostituzione evitando moralismo e scene di sesso, confezionando così un film di pregevole fattura nel quale, come nel suo precedente, la parte più interessante rimane la descrizione della realtà in cui si muovono questi personaggi. Gere venne lanciato proprio da American Gigolò ma non è ancora riuscito a ripetersi.    

sabato 22 febbraio 1997

I soliti sospetti (The Usual Suspects)

anno: 1995   
regia: SINGER, BRYAN  
genere: noir  
con Kevin Spacey, Gabriel Byrne, Chazz Palminteri, Stephen Baldwin, Kevin Pollak, Pete Postlethwaite, Benicio Del Toro, Suzy Amis, Frank Medrano, Ron Gilbert, Clark Gregg, Paul Bartel, Giancarlo Esposito, Carl Bressler, Dan Hedaya  
location: Usa
voto: 6,5

In un commissariato di Polizia a San Diego, California, Kujan (Palminteri) sta interrogando "Verbal" Kint (Kevin Spacey, premiato con l'Oscar quale migliore attore non protagonista), uno dei due superstiti scampati all'incendio di una nave, mentre l'altro, semicarbonizzato, sta testimoniando in una sala ospedaliera. A sentire Verbal, sembrerebbe che lui e altri quattro, incontrandosi per un confronto all'americana voluto dalla Polizia, miravano a portare a termine un colpo per "sistemarsi". Ma la mano di un fantomatico burattinaio, lo spietato Kayser Sose, li constringe a cose più grandi di loro. Così, quando il gruppo va all'attacco di una nave ungherese carica di cocaina, si scopre che lo stupefacente non c'è e che il motivo della missione ordinata da Kayser Sose è ben diverso... I sospetti di Kujan sembrano convergere su uno dei cinque (Byrne), ma i conti non tornano.
Curando calligraficamente ambientazione e regia, Singer costruisce un meccanismo tutt'altro che a orologeria, sulla falsariga di storie postmoderne che, ormai lontanissime dalla geometrica lealtà di Hitchcock, "vanno avanti a casaccio, tra ridondanze superflue e false piste, confermando che il racconto come intrattenimento, labile concatenazione degli eventi o lo spessore dei personaggi sono valori obsoleti" (Kezich). Così, uscendo dalla sala si ha la sensazione che questo diabolico Kayser Sose abbia raggirato anche noi e che la storia, pur con un finale da manuale e una palpabile tensione, sia in fondo un grosso bluff. Premio Oscar a Christopher McQuarrie per la migliore sceneggiatura originale.