venerdì 27 maggio 2011

Et in terra pax

anno: 2010       
regia: BOTRUGNO, MATTEO * COLUCCINI, DANIELE  
genere: drammatico  
con Maurizio Tesei, Ughetta D'Onorascenzo, Michele Botrugno, Fabio Gomiero, Germano Gentile, Simone Crisari, Riccardo Flammini, Paolo Perinelli, Paola Marchetti, Alessandra Sani, Sandra Conti  
location: Italia
voto: 8,5

Bisogna esserci stati a Corviale, periferia ovest della capitale, bisogna aver penetrato quegli anfratti oscuri e fatiscenti del "serpentone", l'ecomostro più lungo d'Europa (un chilometro), aver visto con i propri occhi i cumuli di immondizia, i nomi divelti dai citofoni - epitome di una realtà sociale che ti priva del primo segno dell'identità, il nome -, le inferriate posticce davanti alle porte blindate, i graffiti ovunque, per capire cosa significa nascere e crescere in un contesto del genere. È una realtà che ti schiaccia, ti stritola, che annienta ogni sforzo di emancipazione. A emanciparsi ci prova Marco (Tesei), che vorrebbe rifarsi una vita dopo gli anni della galera ma che si trova accerchiato dagli amici di un tempo. E ci prova Sonia (D'Onorascenzo), studentessa che vive con la nonna e che dedica al lavoro presso la bisca locale il poco tempo che le rimane. Finirà vittima del branco, tre vitelloni sbandati che impiegano il loro tempo nichilista tra strisce di coca e atti di bullismo.
Dopo alcuni cortometraggi, i trentenni Matteo  Botrugno e Daniele  Coluccini esordiscono con un film che è un saggio di antropologia culturale, capace di guardare con impressionante verismo alle storie di questi ragazzi di strada che tanto avrebbero attirato l'attenzione di Pasolini. Alla consistenza dei contenuti e al nitore della messa in scena fa da sponda una maturità espressiva invidiabile, fatta di una sorvegliatissima direzione degli attori, tutti bravi e credibili, di un uso sapiente delle luci, della poesia di alcune scene e del ricorso spiazzante alla musica di Vivaldi.    

martedì 24 maggio 2011

Bob Dylan: un visionario fra i ciarlatani

di Piergiorgio Odifreddi

L’espressione “un visionario tra i ciarlatani” è di Stanislav Lem, autore di Solaris, ed era riferita a Philip Dick: un autore che si distinse, nel ciarlatanesco mondo della fantascienza, appunto per le sue visioni di mondi alternativi al nostro. Come lui stesso diceva: “se credete che questo mondo sia fuori di testa, aspettate di vedere gli altri”. Anche se poi tutto ciò che ci fu dato di vedere di questi mondi sono state le versioni forniteci dal non meno ciarlatanesco mondo del cinema, da Blade Runner a Truman Show a Minority Report.
L’espressione di Lem si adatta comunque perfettamente anche a Bob Dylan, e al mondo delle canzonette pop, rock e quant’altro. Perchè nel momento in cui i Beatles canticchiavano She loves you yeah o I want to hold your hand, lui componeva Blowing in the wind o The times they are a-changing. E nel momento in cui i primi scatenavano l’isteria delle ragazzine idiote, il secondo ispirava l’impegno dei movimenti di contestazione giovanile statunitensi.
Le parabole musicale dei Beatles e politica di Dylan si sono esaurite in una mezza dozzina d’anni. Entro la fine degli anni Sessanti i primi si erano sciolti, e il secondo aveva ormai intrapreso una carriera più propriamente artistica. Ciò che è successo dopo interessa gli affezionati della musica, ma non il resto del mondo. Il quale forse si stupisce di scoprire che oggi, 24 maggio, Bob Dylan compie settant’anni e continua imperterrito a girare il globo, facendo un centinaia di concerti l’anno.
A suo onore va il fatto che egli ha voluto identificarsi col suo ruolo. Lo si vede solo nei concerti, appunto, e della sua vita privata si sa poco o niente: come appunto dovrebbe essere per chiunque crei qualcosa che vale di per sè, e che non ha bisogno di essere confuso con altro. Un po’ come hanno scelto di fare scrittori come Salinger o Pynchon, affidando soltanto ai propri libri ciò che hanno da dare e da dire.
Sempre a suo onore va il fatto che, le poche volte che è finito nelle grinfie della cronaca, Dylan ha saputo divincolarsene con il sarcasmo e l’arguzia che caratterizzano l’atteggiamento delle persone intelligenti in un mondo idiota. Ad esempio, ad ungiornalista al quale disse che stava girando un film di cowboy, e che gli domandò se lui ne interpretava appunto uno, rispose: “No, interpreto mia madre”.
Un paio di anni fa ero negli Stati Uniti, e su tutti i giornali uscì la notizia che Dylan era stato arrestato. Si trovava in una città per fare un concerto, aveva visto un cartello “Vendesi” di fronte a una casa, si era avvicinato a guardare dalle finestre cosa si vendeva, e il suo atteggiamento aveva attirato i sospetti di una signora, che aveva chiamato la polizia. Spiegata la faccenda in commissariato, un poliziotto gli domandò: “Anche lei, però! Cosa stava facendo fuori da solo, disera, mentre piove?”. E lui rispose: “Stavo passeggiando”.
La relazione tra gli Stati Uniti e Bob Dylan sta tutta in quell’episodio. Da un lato, un mondo paranoico, nel quale anche una passeggiata viene considerata sospetta da chi se sta sempre chiuso in casa, a guardare film e programmi che non parlano d’altro che di violenza. E dall’altro lato, un poeta intelligente, che non può che cercare di risvegliare quel paese con parole pesanti come pietre che rotolano, e che a volte centrano fragorosamente il bersaglio.

sabato 21 maggio 2011

Segreti di famiglia (Tetro)

anno: 2009   
regia: COPPOLA, FRANCIS FORD
genere: drammatico
con Vincent Gallo, Alden Ehrenreich, Maribel Verdú, Silvia Pérez, Rodrigo De la Serna, Erica Rivas, Mike Amigorena, Adriana Mastrángelo, Klaus Maria Brandauer, Leticia Brédice, Sofía Castiglione, Carmen Maura, Francesca De Sapio
location: Argentina
voto: 4

Tra i Segreti di famiglia della famiglia Coppola ci deve essere il nome del deus ex-machina che permette a papà Francis di continuare a girare film e a sua figlia Sofia addirittura di rastrellare premi, come è accaduto con Somewhere. Dopo l'inconcludente Un'altra giovinezza, il regista di pietre miliari come Il padrino, La conversazione e Apocalypse now ci riprova con una sorta di fotoromanzo col quale racconta il difficile rapporto tra un diciottenne (Ehrenreich) e su fratello (Gallo), di una ventina d'anni più anziano, uno strano tipo con velleità letterarie che ha lasciato New York per stabilirsi a Buenos Aires. Tra figure di padri dispotici e famosi (Brandauer), tradimenti, sensi di colpa, morbosità assortite, il film si trascina per un paio d'ore con gran spolvero di mezzi espressivi: attori bravissimi, luci impeccabili, fotografia in bianco e nero da manuale (con i flashback a colori). Tutte cose inutili a fronte di un film algido e noiosissimo.    

giovedì 19 maggio 2011

Il ragazzo con la bicicletta (Le gamin au vélo)

anno: 2011       
regia: DARDENNE, LUC e JEAN-PIERRE
genere: drammatico
con Cécile de France, Thomas Doret, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione, Egon Di Mateo, Olivier Gourmet
location: Belgio
voto: 6,5

I cineasti più neorealisti che ci siano in circolazione (a contendere loro lo scettro c'è solo Ken Loach) non potevano non richiamare quel film seminale che fu Ladri di biciclette per raccontare la vicenda di Cyril (Doret), un 12enne istituzionalizzato alla disperata ricerca di un padre che non lo vuole con sé (Renier). A prendersi cura di lui c'è Samantha (De France), la fatina buona che fa la parrucchiera e che per solidarietà con il ragazzino manda persino a monte il rapporto con il suo fidanzato. Nel suo incessante caracollare per la periferia belga a cavalcioni della sua bicicletta, Cyril impatta con Wes (Di Mateo), una sorta di Lucignolo ante-litteram, capetto di una baby gang. I due progettano insieme una rapina che rischia di finire in tragedia, ma che forse servirà a Cyril come viatico per una condotta più responsabile.
Con la loro inconfondibile cifra stilistica - fatta di macchina a spalla, iperrealismo degli ambienti, totale assenza di orpelli e musica ridotta a pochissime note, quelle di Beethoven - i fratelli Dardenne raccontano la parabola di un Pinocchio contemporaneo costretto a vivere in un mondo hobbesiano col quale difficilmente troverà mai un rapporto di cittadinanza. Asciutto, impermeabile a qualsiasi tentazione consolatoria, il film ha però meno mordente rispetto ad altre ragguardevoli opere dei due fratelli belgi.    

mercoledì 18 maggio 2011

The tree of life

anno: 2011       
regia: MALICK, TERRENCE 
genere: drammatico 
con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Fiona Shaw, Kari Matchett, Joanna Going, Dalip Singh, Kimberly Whalen, Jackson Hurst, Crystal Mantecon, Brenna Roth, Jennifer Sipes, Zach Irsik, Brayden Whisenhunt, Danielle Rene, Will Wallace, Hunter McCracken, Tamara Jolaine, Lisa Marie Newmyer, Michael Showers, Tom Townsend, Adam Kang, Cole Cockburn, Alex Draguicevich, Jodie Moore, Margaret Hoard, Erinn Allison, Hannah Wells, Chris Orf, Patrick Bertucci, Robin Read, Michael E. Harvey, Christopher Ryan, Anne Nabors, Sonja Mlenar 
location: Usa
voto: 3

C'è da domandarsi cosa faranno quegli spettatori che al sabato sera, entrati in sala con un quarto d'ora di ritardo, si troveranno davanti a dinosauri e sequenze che stanno tra Superquark e il National Geographic. È probabile che gli avventori dei multiplex gireranno i tacchi pensando di aver sbagliato sala, mentre gli altri sospetteranno del caffé preso poco prima al bar. Già, perché abituato al letargo cinematografico (5 film in 40 anni), il regista Terrence Malick cerca proseliti nel campo della narcolessia propinando improbabili film d'autore che frullano insieme tematiche cosmogoniche con 2001 odissea nello spazio (non a caso tra le maestranze che hanno calcato il set c'è Douglas Trumbull, che curò gli effetti speciali del film di Kubrick), prediche da oratorio sulla dialettica tra Natura e Grazia e sul senso della vita, reminiscenze degli anni del catechismo. Tanto sfoggio di mezzi, citazionismo (il regista ha tradotto Heidegger - e si vede - e ha conseguito la laurea ad Harvard), tanta maestosa potenza figurativa per raccontare il rapporto difficile tra un padre autoritario e manesco (un Brad Pitt inerte) e il più grande dei suoi tre figli maschi, l'undicenne Jack (interpretato da adulto da uno Sean Penn ridotto a poco più di un cammeo), nel Midwest americano degli anni '50. La linearità narrativa è un optional: quello che nel film sembra contare - e che ha vellicato l'entusiamo di schiere di fanatici - è un estetismo fine a se stesso, accompagnato da dialoghi afasici, algido e incapace di emozionare - non fosse appunto per le immagini - per un solo istante. Sarà per tutti questi motivi che al Festival di Cannes lo hanno sonoramente fischiato.    

sabato 14 maggio 2011

Tornando a casa per Natale (Hjem til jul)

anno: 2010       
regia: HAMER, BENT 
genere: drammatico 
con Arianit Berisha, Sany Lesmeister, Nadja Soukup, Nina Zanjani, Igor Necemer, Trond Fausa Aurvåg, Fridtjov Såheim, Morten Ilseng Risnes, Sarah Bintu Sakor, Issaka Sawadogo, Joachim Calmeyer, Reidar Sørensen, Nina Andresen-Borud, Tomas Norström, Cecilie A. Mosli 
location: Norvegia
voto: 4

Ecumenismo e riappacificazione un tanto al chilo sono la cifra tematica del quarto lungometraggio di Bent Hamer, regista norvegese che non si è certo fatto le ossa a Hollywood (per lo spettatore le sue inquadrature sono sempre a rischio catalessi) ma che aveva promesso bene con i precedenti Kitchen stories, Factotum e Il mondo di Horten. Qui confeziona un film calligrafico a teorema, all'insegna del volemose bene, dove musulmani e cristiani si amano, kosovari e albanesi si sposano, i medici sono più buoni del dottor Divago e di Albert Schweitzer messi insieme e al massimo qualcuno si prende una badilata in testa. Tutto allo scopo di raccontare, attraverso l'espediente narrativo del film corale, un modo diverso di passare il Natale. Qualcuno potrebbe rimpiangere la ruvida schiettezza dei cinepanettoni, certamente più digeribili di questo film oloeografico, patinato e sentimentalista.