mercoledì 27 febbraio 2019

Green book

anno: 2018       
regia: FARRELLY, PETER    
genere: commedia    
con Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Sebastian Maniscalco, Dimiter D. Marinov, Mike Hatton, P.J. Byrne, Joe Cortese    
location: Usa
voto: 3,5    

Siamo in America, negli anni '60. In gran parte del paese i gabinetti prevedono ancora - quando esiste - un ingresso a parte per la popolazione di colore. A cui appartiene Don Shirley (Ali), pianista di enorme talento, omosessuale, colto, ricco, laureato e alla ricerca di qualcuno che gli faccia da autista in occasione della sua tournée nel sud degli States, dove il razzismo è ancora più pronunciato che nel resto del Paese. Qual qualcuno si chiama Tony Lip Vallelonga (Mortensen). È un italoamericano dai modi ruvidi che fino al giorno prima faceva il buttafuori al Capocabana di New York, menava le mani con facilità e disprezza i neri. Ma la paga è lauta e l'occasione ghiotta. I due si metteranno in viaggio e Tony ne tornerà cambiato.
Il film che ha misteriosamente vinto la statuetta più prestigiosa che l'Academy potesse conferirle replica le assurdità di Moonlight, dimostrando che alcuni premi sono elargiti soltanto su base ideologica. Non che non sia condivisibile la morale del film: tutt'altro. Ma il problema è che Green book (dal nome che all'epoca prendevano quei vademecum che indicavano agli afroamericani a quali luoghi potessero accedere senza problemi) è pieno zeppo di stereotipi (il più fastidioso quello sulla comunità italiana, inevitabilmente mafiosa e mangiaspeghetti) e si basa su uno schema visto e stravisto: quello della strana coppia che, con l'occasione del viaggio, solidarizza fino all'amicizia, che arriva al suo Zenith la sera di natale e din don dan. Così il pubblico in cerca di buoni sentimenti un tanto al chilo gode nel farsi rifilare questa paccottiglia stracotta da un regista che nel suo curriculum annovera soltanto film come Scemo e + scemo, Tutti pazzi per Mary, Io, me & Irene, Amore a prima svista e I tre marmittoni. E che rimane saldamente ancorato a quel livello artistico.    

Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer)

anno: 2017   
regia: LANTHIMOS, YORGOS    
genere: drammatico    
con Colin Farrell, Nicole Kidman, Barry Keoghan, Raffey Cassidy, Sunny Suljic, Bill Camp, Denise Dal Vera, Alicia Silverstone    
location: Regno Unito, Usa
voto: 6    

Un cardiochirurgo con un passato da semi-alcolizzato (Farrell) si ritrova nel mirino vendicativo di un sedicenne psicopatico (Keoghan) convinto che suo padre sia morto sotto i ferri del medico. Il ragazzo dapprima entra nella sfera di benevolenza dell'uomo, dettata dai sensi di colpa, per poi farsi artefice di una vendetta che fa ammalare i figli del dottore, il quale si troverà costretto a sacrificare uno di loro.
Come già nel precedente The lobster, il greco Lanthimos punta tutto sul racconto distopico dallo stile straniato, algido, nel quale i sentimenti vengono espressi rigidamente, il sesso consumato attraverso lo sguardo posato su corpi inerti, l'ipocrisia serpeggia in ogni ambiente e il grande ospedale dove è ambientata la vicenda sembra una replica spetrale dell'Overlook Hotel di kubrickiana memoria. Lanthimos è abilissimo nel tenere alta la tensione per le due ore di film, facendosi aiutare dal ruolo centralissimo di una colonna sonora che procede a colpi di dissonanze e puntando tutto su un'estetica raggelata che è il suo marchio di fabbrica. Ma anche stavolta l'esito del racconto - che per gran parte sembra quasi seguire una pista gialla - naufraga miseramente in un finale ridicolo.    

sabato 23 febbraio 2019

L'amore è imperfetto

anno: 2012   
regia: MUCI, FRANCESCA    
genere: drammatico    
con Anna Foglietta, Giulio Berruti, Bruno Wolkowitch, Camilla Filippi, Lorena Cacciatore    
location: Italia
voto: 6,5    

L'amore è imperfetto, il film anche (e molto), ma ha una carnalità, una vivacità e un ritmo che lo fanno sembrare una versione dei melodrammoni di Matarazzo aggiornata ai tempi dell'amore liquido. La prima opera di finzione di Francesca Muci - che avevamo apprezzato nel documentario L'Italia del nostro scontento - è tratta dal suo romanzo eponimo e racconta la vicenda della trentacinquenne Elena (interpretata con venature hot da una Anna Foglietta, finora mai tanto brava) che - tra il 2005 e il 2012 - si arrabatta tra tre amori impossibili e la convivenza con l'amica Roberta (Filippi): quello per Marco (Berruti), gay che, approfittando della sua bellezza, la vuole solo per poterla inseminare; quello per un maturo produttore discografico cinquantenne dai modi garbati (Wolkowitch) e quello, fuggitivo e subìto suo malgrado, di una ragazzina invadente, insolente e ninfomane (Cacciatore).
Ambientato in una Bari fotografata nei suoi angoli più suggestivi, nella quale neppure il barista o il fruttivendolo parlano come Lino Banfi perché nel capoluogo pugliese hanno frequentato tutti la scuola di dizione, L'amore è imperfetto trova una sua cifra stilistica originale, in un andirivieni temporale che spariglia le carte del racconto e ci appassiona al destino sentimentale della protagonista. In testa e in coda, purtroppo, tocca sorbirsi un paio di canzoncine di Tiziano Ferro.    

giovedì 21 febbraio 2019

Con cuore puro - Un documentario sull'incerto universo amoroso

anno: 2011   
regia: LE MOLI, LUCREZIA    
genere: documentario    
con Marc Augè, Maria Luisa Spaziani, Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Sergio Manghi, Silvano Agosti, Umberto Galimberti    
location: Italia
voto: 7,5    

Preceduto da una fiaba di Oscar Wilde, funzionale soltanto al prologo, ma inessenziale al resto, su disegni di Sebastien Laudembach, Con cuore puro aggiorna la lezione pasoliniana dei Comizi d'amore con un angolo d'osservazione assai più ristretto rispetto a quello dell'illustre predecessore. Qui infatti la sessualità gioca un ruolo meno che secondario, le risposte vengono fornite soprattutto da esperti di rango (Augè, Galimberti, De Monticelli, Bodei ma anche lo spiazzante quanto illuminante cineasta indipendente Silvano Agosti, vero alfiere del pensiero divergente). Alle loro, si accompagnano le testimonianze di uomini e donne di tutte le età ma, a guardare i salotti che sigillano il finale, tutti di estrazione sociale medio-alta della zona di Parma e provincia (laddove il documentario di Pasolini andava a intercettare soprattutto gente povera e illetterata). Ma al di là delle distorsioni campionarie, il quadro offerto allo spettatore è ricco di sfaccettature diverse, non è mai banale ed è assemblato con ottimo senso del montaggio: una conferma del valore della regista già mostrato ne L'Italia del nostro scontento.    

martedì 19 febbraio 2019

La Battaglia Di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge)

anno: 2016   
regia: GIBSON, MEL    
genere: guerra    
con Andrew Garfield, Teresa Palmer, Hugo Weaving, Rachel Griffiths, Luke Bracey, Vince Vaughn, Sam Worthington, Nathaniel Buzolic, Richard Roxburgh, Matthew Nable, Ryan Corr, Goran D. Kleut, Firass Dirani, Milo Gibson, Ben O'Toole, Luke Pegler, Robert Morgan (IV), Ori Pfeffer, Ben Mingay, Nico Cortez, Nathan Halls, Nathan Baird, Damien Thomlinson, Chris Bartlett, Santo Tripodi, John Batziolas, Jacob Warner, Josh Dean Williams, John Cannon, Michael Sheasby, Milan Pulvermacher, Sean Lynch, Harry Greenwood, Benedict Hardie, Nicholas Cowey, James O'Connell, Bill Young, Tim Potter, Richard Pyros, Dennis Kreusler, Mikael Koski, Jim Robison, Samuel R. Wright    
location: Usa
voto: 7    

Il primo obiettore di coscienza ad andare sul campo di combattimento si chiamava Desmond Doss (Garfield). Era un ragazzo religiosissimo, carico di fede, che per ragioni legate all'indole manesca del padre giurò a sé stesso che non avrebbe mai toccato un'arma. Nonostante ciò, decise di entrare nell'esercito, dove il suo personale golgota passò per la turlupinatura e il pestaggio da parte dei suoi commilitoni prima di partire per Okinawa, dove fu tra i protagonisti della sanguinosa battaglia di Hacksaw Bridge contro i giapponesi. In quella oscena carneficina, il ragazzo si produsse in un atto eroico che gli consentì si salvare decine di soldati americani feriti, vedendosi in seguito tributare la medaglia d'onore del Congresso, massima onorificenza per un non militare.
Mel Gibson, con l'attitudine grandguignolesca che gli è propria, taglia il film in due: nella prima parte assistiamo a un racconto di formazione, con qualche flashback nell'infanzia difficile del protagonista. La seconda è tumultuosa ed epica, interamente girata sul campo di battaglia e senza risparmiare allo spettatore nulla dell'abominio della guerra. Coerente col registro ipertrofico e violentissimo di Braveheart, La passione di Cristo e Apocalypto, nonché con una certa retorica patriottica, Gibson si dimostra tuttavia narratore efficace, anche se qui più altrove si scorge nello script un eccesso di verbosità.    

lunedì 18 febbraio 2019

La casa di Jack (The House That Jack Built)

anno: 2019       
regia: VON TRIER, LARS    
genere: thriller    
con Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Jeremy Davies, Jack McKenzie, Ed Speleers, David Bailie, Mathias Hjelm, Ji-tae Yu, Emil Tholstrup, Marijana Jankovic, Carina Skenhede, Rocco Day, Cohen Day, Robert Jezek, Osy Ikhile, Christian Arnold, Johannes Kuhnke, Jerker Fahlström, Robert G. Slade, Vasilije Mujka    
location: Usa
voto: 6    

Negli anni '70 Jack (Dillon), un ingegnere solitario che gira a bordo di un furgone rosso fuoco e ha un disturbo ossessivo-compulsivo, si trasforma in un killer dal giorno in cui carica sul suo van una donna in panne che blatera senza sosta (Thurman), pretendendo che l'uomo stia ai suoi ordini. Un colpo di crick in piena faccia e via, chiusa nella enorme cella frigorifera di una strada senza mezzo nome e perciò difficilmente rintracciabile, dove andrà a fare compagnia a montagne di pizze surgelate. Da quel giorno, per 12 anni, Jack continua a colpire. Quasi sempre donne, che puntualmente mutila e mette insieme alle altre nella stessa cella frigorifera, non prima di aver scattato loro delle fotografie per i suoi piaceri intimi. A una sorta di confessore che non si fatica a identificare con il Virgilio dantesco che lo accompagna nella sua personalissima discesa agli inferi, impersonato dal grande Bruno Ganz (qui alla sua ultima apparizione), Jack racconta 5 dei tanti omicidi, che suggellano altrettanti capitoli, uno più efferato e raccapricciante dell'altro.
Con la sua voglia di scioccare e dare scandalo, Von Trier non si fa scrupolo di assestare colpo bassissimi allo stomaco dello spettatore, costretto per due ore e venti a uno splatter iperrealista. Ma l'ego del regista danese non si ferma all'operazione-scandalo. Anziché optare per un film di genere che, pur nel suo parossismo, ha la capacità di tenere incollato lo spettatore alla poltrona per un paio d'ore (la catabasi finale è un capitolo a sé stante, scollato dal resto del film), Von Trier ricama l'opera con riferimenti filosofici che spaziano dalle variazioni Goldberg eseguite da Glen Gould alla tecnica di costruzione delle cattedrali a sesto acuto, passando per i lager, l'arte pittorica contemporanea, gli Stukas tedeschi e le tecniche di putrefazione dell'uva per ottenere vino: tutti addendi di un unico teorema che dovrebbe dare come risultato l'idea dell'omicidio come arte. Un guazzabuglio di idee accatastate con iattanza, senza una giustificazione argomentativa plausibile, che fanno il paio con un epilogo che avanza di gran lunga il limite del ridicolo. Ed è un peccato, perché Von Trier è talmente sopraffatto dalla volontà di stupire (anche filmicamente, sebbene gran parte del film sia girato con la macchina a spalla, con una sola canzone di Bowie - Fame - e ripetute citazioni dal Don't Look Back di Pannebaker), da stemperare la potenza narrativa della psicopatologia del protagonista, un Matt Dillon di sconcertante bravura e dalle venature ironiche. Rimane l'impressione che il film di Von Trier sia fragile e velleitario come la casa che Jack si ostina a voler costruire in una contrapposizione perenne tra ingegneria e architettura, per poi generare il mostro che ci viene consegnato in sottofinale.