domenica 23 settembre 2001

Cape fear – Il promontorio della paura

anno: 1991   
regia: SCORSESE, MARTIN  
genere: thriller  
con Robert De Niro, Nick Nolte, Jessica Lange, Joe Don Baker, Robert Mitchum, Juliette Lewis, Gregory Peck, Martin Balsam, Fred Dalton Thompson, Illeana Douglas    
location: Usa
voto: 8  

Max Cady (De Niro) è stato in carcere per 14 anni, entrandovi come analfabeta ed uscendovi dopo avere letto una montagna di libri, dopo essersi difeso da solo e dopo avere imparato a citare a memoria i versi della Bibbia o quelli di opere filosofiche. Quando esce ha un solo obiettivo: vendicarsi dell'avvocato Bowden (Nolte) che - trafugando un  importante documento - lo ha fatto tenere ingiustamente rinchiuso per tanto tempo. Astuto, fisicamente potentissimo (per adottare il personaggio De Niro ingaggiò un personal trainer di body building), Max si trasforma per Bowden e per la sua famiglia in un'ossessione vivente che arriverà all'epilogo in una sorta di apocalisse acquatica.
Ispirato dal lavoro teatrale di James R.Webb nonché dal romanzo di John D.MacDonald e sceneggiato da Wesley Strick, Cape fear riscatta lo scialbo originale trasformando il remake del film di Jack Lee Thompson in un thriller adrenalinico con i caratteri di un assedio da incubo nel quale trovano posto i temi della deontologia professionale e della legittimità della vendetta.    

L'uomo delle stelle

anno: 1994       
regia: TORNATORE, GIUSEPPE  
genere: drammatico  
con Sergio Castellitto, Tiziana Lodato, Leopoldo Trieste, Nicola Di Pinto, Franco Scaldati, Tony Sperandeo, Clelia Rondinella, Jane Alexander, Tano Cimarosa, Costantino Carrozza, Tony Palazzo, Luigi Burruano, Salvatore Billa, Antonella Attili, Carmelo Da Mazzarelli, Giorgio Libassi, Leo Gullotta            
locaion: Italia
voto: 6  

"Profilo destro! Profilo sinistro! Profilo centro!". Addestrati da Joe Morelli - truffatore romano interpretato con marcati caratteri sordiani da Sergio Castellitto - i paesani di un'arretratissima Sicilia del secondo dopoguerra (siamo tra il 1953 e il 1954) vedono il miraggio di una carriera nel mondo della celluloide che non sboccerà mai. Con grande savoir-faire, Joe conquista la fiducia degli autoctoni ma anche i loro risparmi, baratta il denaro con le sue promesse vanagloriose, arraffa tutto e se ne va. Le cose dapprima si complicano allorché un'orfana minorenne (l'esordiente Tiziana Lodato) gli si mette alle calcagna supplicandolo di portarla a Roma, poi quando viene lasciato senza un quattrino da una coppia di truffatori più scaltri di lui per precipitare infine nel momento in cui uno zelante maresciallo dei carabinieri lo fa arrestare.
Con L'uomo delle stelle, Tornatore gioca sul sicuro riportandosi sui temi di Nuovo cinema paradiso. Populista, sentimentale, nostalgico persino nel ricostruire quell'età dell'innocenza della settima arte in cui si ingaggia una lotta tra poveri, tacitamente polemico nel sottolineare l'antinomia Italia-Sicilia, L'uomo delle stelle racconta - alla pari del suo progenitore - la dimensione fiabesca del cinema. La confezione è come sempre impeccabile, la direzione degli attori encomiabile, alcune scene - a cominciare da quella in cui il nostro antieroe riesce a farsi pagare un provino da tre briganti - sono memorabili, la tecnica di ripresa pregevolissima. Ma il plot narrativo di Fabio Rinaudo e dello stesso Tornatore è concepito a sketch e procede per accumulazione, la melassa a tratti tracima e l'operazione finisce col non convincere appieno.    

martedì 18 settembre 2001

Paul, Mick e gli altri (The navigators)

anno: 2001       
regia: LOACH, KEN 
genere: drammatico 
con Joe Duttine, Steve Huison, Tom Craig, Dean Andrews         
location: Regno Unito
voto: 6,5

Sfogliando il vocabolario Ken Loach alla voce Navigators, troviamo parole come privatizzazione, flessibilità, eclissi del sindacato, incidenti sul lavoro, disoccupazione. È infatti questa la lunga catena infilata nel 1995 da un gruppo di operai specializzati delle ex-ferrovie dello stato - Paul, Mick e gli altri, appunto - prima di arrivare all'ultimo anello, quello della morte sul lavoro. Abbandonati gli addetti alle pulizie di Los Angeles di Bread and roses, il regista britannico torna alla fauna che gli è più congeniale, quella dei colletti blu inglesi divisi tra un lavoro possibile ed un privato vivibile. Optando per un racconto corale, Loach mette in scena le trappole nascoste in un altro vocabolario, quello del modernariato postindustriale che con il termine flessibilità - sinonimo di mancanza assoluta di garanzie sul lavoro - vorrebbe farci credere che stiamo andando tutti verso una società migliore. Ma l'ottimo lavoro di documentazione realizzato dal team di Loach e la lucidissima sceneggiatura di Rob Dawber smascherano il trucco, mostrando un'umanità angosciata, lasciata a sé stessa, per la quale l'unica parola che è sinonimo di speranza è solidarietà.    

sabato 15 settembre 2001

Il mistero dell’acqua (The weight of water)

anno: 2001       
regia: BIGELOW, KATHRYN   
genere: giallo   
con Anders W.Berthelsen, Katrin Cartlidge, Ciaran Hinds, Elizabeth Hurley, Josh Lucas, Catherine McCormack, Sean Penn, Sarah Polley, Vinessa Shaw, Ulrich Thomsen    
location: Regno Unito
voto: 5   

Nel 1873, nell'isola di Smuttynose, a largo della costa del New Hampshire, due donne vengono uccise a colpi d'ascia. Un uomo (Hinds) che viveva nella loro casa viene incolpato del delitto. Oltre un secolo più tardi - ai giorni nostri - la giornalista Jean Nichols (McCormack) si reca sul posto in compagnia del marito (Penn), del cognato (Lucas) e della moglie di quest'ultimo (Hurley) in barca a vela con lo scopo di raccogliere indizi a discolpa dell'impiccato. In una progressiva abreazione, per Jean riaffiorano antiche verità sepolte che riguardano il rapporto tra suo marito - poeta di larga fama - e la moglie del cognato. Quella che sembrava essere una specie di vacanza avventurosa si conclude in tragedia.
Pur bravissima nel creare un'atmosfera morbosa, la Bigelow adotta una cifra narrativa contorta, nella quale il racconto procede parallelamente tra il presente e il passato, con flashback nei flashforward e con un montaggio intricatissimo. Risucchiato nel vortice delle troppe ellissi, lo spettatore accampa aspettative sul finale che verranno puntualmente disattese. Così, il film si risolve come una gigantesca cornice senza il quadro, il un eccesso di irritante albagia intellettualoide. La Cartlidge morì assurdamente di setticemia un anno dopo, nel settembre 2002.    

Bad Boy Bubby

anno: 1993   
regia: DE HEER, ROLF   
genere: drammatico   
con Nicholas Hope, Claire Benito, Ralph Cotterill, Syd Brisbane, Norman Kaye, Peter Monaghan, Bridget Walters, Rachael Huddy, Natalie Carr, Paul Philpot, Nikki Price, Carmel Johnson    
location: Australia
voto: 10   

"Bello Bubby bimbo buono", gli mormora la madre (Benito) ansimante mentre nuda lo cavalca nutrendolo del suo amore incestuoso. Bubby è un trentacinquenne idiota che vive recluso con una madre carceriera che gli ha messo in testa che il mondo di fuori è pericoloso e che - per affrontarlo - è necessario equipaggiarsi della maschera antigas. Con loro c'è un micetto al quale Bubby replica le ingiurie materne. Il suo universo è tutto qui: una casa disadorna, la zuppa di pane e latte alla sera, una disciplina ferrea, sulla quale vigila il crocifisso. "Gesù scende giù dalla croce e ti ammazza di botte", lo avverte la madre. Le cose cambiano quando si rifà vivo il padre di Bubby, che nel frattempo ha preso i voti senza perdere i pruriti coniugali. Bubby li vede a letto, ne ha orrore, si indispettisce, li uccide. Esce finalmente di casa. Qui inizia una vita nuova che lo porta a caracollare per la città mettendosi spesso nei guai - ripete tutto quello che sente, anche le cose più sconvenienti - ma anche a trovare una band di bravi ragazzi che lo fanno cantare con loro e un'infermiera premurosa con un enorme seno materno che diventerà sua moglie.
Rolf De Heer marchia a fuoco il suo ingresso nel cinema grazie ad una coraggiosissima coproduzione tra Australia e Italia. Il suo antieroe è un Lucifero nudo che espia sul proprio corpo i peccati del mondo, un Kaspar Hauser che sembra essere il ritratto di un'innocenza atavica al di là del bene e del male. Lo interpreta uno straordinario Nicholas Hope - faccia alla Neil Young, occhi vivissimi - in un film estremo, radicale, eppure incapace di cadere in uno sperimentalismo ozioso che è non di rado il limite di film così anticonformisti ed originali. Un capolavoro, ratificato dal gran premio speciale della Giuria al Festival di Venezia, che chissà quando andrà in televisione a causa del suo corredo di blasfemità, crudezze e pornolalia.

domenica 9 settembre 2001

Le sciamane

anno: 2000       
regia: CICCONE, ANNE RIITTA 
genere: commedia 
con Antonella Ponziani, Cecilia Dazzi, Piero Natoli, Mario De Candia, Tasha Rodrigues, Cynthia Gonzales, Luciana De Falco, Patrizio La Bella, Raffaele "Lele" Vannoli, Paola Campos, Andrea Bove, Nino Frassica, Franco Pennasilico, Angelo Orlando, Maurizio Marchetti, Roberto Farnesi, Macha Meril          
location: Italia
voto: 1 

Claudia (Dazzi) è impiegata presso una società di produzione televisiva, soffre di narcolessia e la sua vita va in pezzi. Intorno a lei gravita una schiera di parassiti: il fidanzato sfaccendato (De Candia) con vocazioni da attore, la sorella alternativa (Dazzi), il padre fricchettone (Natoli). Ma il suo problema più grande è la sua intrinseca incapacità nel prendere decisioni drastiche. Un po' irretita dai consigli dai quali viene bombardata, un po' smarrita, Claudia si avventura per una strada che la porta a consultare medici omeopati, santoni, agopunturisti, maghi e sciamane d'ogni tipo. Riuscirà a diventare un tipo deciso e a sbarazzarsi di tutti gli opportunisti che caracollano nella sua casa?
Nel primo - e speriamo anche ultimo - film della Ciccone, chi sembra essersi davvero smarrito non è tanto la protagonista - che certo ha scarsa confidenza con la recitazione - quanto la regista stessa. Le sciamane, infatti, inanella uno dopo l'altro tutti i luoghi comuni della controcultura, sforzandosi di conferire un accento simpatico al lavoro. Il copione è stravagante, rapsodico, banale e la squadra di caratteristi reclutata per l'occasione - con la sola eccezione del compianto Piero Natoli - assolutamente incapace di trasformare le gag in spunti divertenti. Rozzamente turlupinatorio nei confronti del 1968 e della NewAge, Le sciamane è solo un film coloratissimo che, con I buchi neri di Pappi Corsicato, rappresenta uno dei punti più bassi della produzione cinematografica del cosiddetto nuovo cinema italiano.